Immigrazione tra realismo e ideologismo - G. Valditara

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barconemigrantiImmigrazione e impoverimento del ceto medio sono i due temi decisivi che stanno determinando un profondo cambiamento del quadro politico in Europa e in America. Vi è, in specie, una reazione di rigetto nei confronti di una malgovernata immigrazione. Quali possono essere le linee per una gestione efficace dei fenomeni migratori? Innanzitutto occorre un corretto inquadramento culturale del fenomeno.

L'Occidente si fonda su due valori: libertà e democrazia. Per chi crede nel valore libertà, lo Stato si considera nato da un accordo fra i consociati. Prima ci sono i cittadini e poi, al loro servizio, lo Stato. Perché quei cittadini hanno costituito lo Stato? Prima di tutto per due funzioni essenziali: la difesa verso l'esterno e l'ordine interno. Se lo Stato non riesce a svolgere queste due funzioni perde legittimità, non ha più senso. Basti ricordare qui gli scritti illuminanti di Locke, Althusius, Marsilio da Padova, Cicerone.

Nella nostra Costituzione la democrazia coincide con la sovranità popolare, intesa come sovranità dei cittadini. Sono i cittadini che comandano. Per arrivare a questo principio ci sono voluti 2500 anni di lotte contro le tirannie e contro le oligarchie. Coloro che difendono la sovranità dei cittadini difendono la democrazia, la libertà, e onorano quelle lotte contro ogni oligarchia. Nella antica Roma l'affermazione della sovranità popolare coincise fra l'altro con l'attribuzione a tutto il popolo del potere di decidere quali comunità straniere dovessero essere accolte nella città. Nella tradizione occidentale la concessione della cittadinanza e l'immissione di uno straniero nel corpo civico furono sempre concepite in vista dell'interesse preminente della comunità che accoglieva l'immigrato.

Il paragone con il padrone di casa, sovrano in casa propria, è calzante:  è lui che decide chi ammettere in casa sua, il proprietario non subisce l'ospite. Non è un caso che da quando sono stati concepiti, gli Stati si siano sempre caratterizzati per la presenza di confini. E infatti i tre elementi fondamentali di uno Stato sono: popolo, territorio, governo. Il territorio in tanto è elemento costitutivo in quanto presuppone dei confini. A questo proposito la retorica contro le mura è demagogica e frutto di ignoranza: le mura costano, costruirle costa, le mura si costruiscono non per sfizio, ma come atto di difesa contro una aggressione, contro una invasione, contro chi vuole turbare un ordine sociale, le mura non sono uno strumento di offesa, ma uno strumento di protezione di beni, persone, di uno stile di vita. Le mura sono sempre state considerate nella tradizione occidentale "sante". Le mura le ha costruite il democratico Clinton, come il socialista Hollande d'accordo con il britannico Cameron, la democratica Spagna, Israele e l'Arabia Saudita.

Oggi si sta cercando di affermare un nuovo diritto umano, in questa iperfetazione dei diritti umani che nascono come funghi: il preteso diritto di immigrare dove si vuole. Si dice: le frontiere non hanno più senso, i popoli possono scegliere loro dove stabilirsi. È innanzitutto un attacco ideologico, che va di pari passo con l'attacco alla proprietà privata: di questo passo la tua casa può essere anche mia laddove io, a mio insindacabile giudizio, ritenessi di averne bisogno. È un attacco contro un criterio di ordine e di certezza del diritto. Si mette in discussione lo Stato stesso. A questo punto rischia però di saltare il patto fiscale: perché io devo pagare le imposte se tu Stato non garantisci più le funzioni per cui sei nato: la difesa verso l'esterno e l'ordine interno, se anteponi gli interessi di stranieri non contribuenti ai miei interessi di contribuente?

Si pone un ulteriore problema: vogliamo ancora immaginare un futuro per la nostra civiltà? E poi: quanto vale ancora il concetto di democrazia? Ma possiamo ancora parlare di "civiltà" o è politicamente scorretto? Al drammatico relativismo valoriale per cui non sappiamo più chi siamo e cosa dobbiamo difendere, si è aggiunto negli ultimi decenni un ulteriore elemento. Si osservi chi guida la lotta contro chi difende la sovranità popolare: le grandi multinazionali. Denunciava molto bene Bauman la trasformazione dalla classica società dei produttori nella società dei consumatori e a questo riguardo affermava che la esclusione sociale non si basa più sul non poter comprare l'essenziale per vivere, ma nel non poter comprare per sentirsi parte di questa nuova idea di modernitàSe riflettiamo bene è la molla che spinge le masse in Europa. Chi viene infatti qui? A parte quei pochi veri profughi delle guerre causate innanzitutto dalla insipienza di Obama e di Bush junior, viene in Europa chi sogna il miraggio occidentale, non chi muore di fame.

Leggevo i dati della inchiesta della procura di Palermo contro due grandi trafficanti di merce umana. Un viaggio costa mediamente fra i 6500 e i 7000 euro, in Paesi dove il salario medio oscilla fra i 40 e i 150 euro mensili: sono cifre notevoli. E chi non può pagare contrae un debito con le organizzazioni criminali per svolgere attività illecite. Uno dei più importanti imprenditori egiziani, Naguib Sawiris, in una bella intervista a La Stampa ricordava come dopo un naufragio avesse deciso di offrire l'assunzione con bando pubblico a 10.000 connazionali. La paga era 200 euro al mese, la paga media egiziana. Si presentarono in 28. Sawiris concludeva: i miei connazionali sognano la vita e i salari occidentali. Cioè a dire quel consumismo che tanto sta a cuore alle grandi multinazionali.

È significativo che nel 2015, dati del Ministero dell'Interno, l'asilo è stato concesso solo al 5% degli immigrati. E ben oltre la metà dei clandestini non ha nemmeno presentato domanda di asilo. In tutto hanno presentato domanda appena 3500 persone circa. E per il 2016 i dati sono pressappoco gli stessi. Come governare questo fenomeno, che certamente è complesso, coinvolge persone, sentimenti, e richiede scelte praticabili? Chiariamo subito che qui non si tratta né di una questione di razza, né di religione, né di fobie (xenofobia). L'esempio da seguire è il più grande della storia, quello di Roma: ha saputo integrare popoli di ogni razza e religione senza mai farsi sfiorare dall'ombra del razzismo. Ma con un distinguo fondamentale: prima di tutto venivano gli interessi e i valori di RomaCivis Romanus sum era la premessa, poi veniva il resto.

Contro ogni ideologismo, si deve seguire il principio di un sano pragmatismo. La realtà contro l'ideologia. Il realismo comporta due conseguenze:

1) l'assimilazione degli immigrati, cioè il contrario di quanto oggi predicano i politicamente corretti, per cui guai a parlare di assimilazione degli immigrati, semmai dovremmo noi adeguarci alle loro esigenze;

2) l'utilità dell'immigrazione.

Ben venga chi è realmente utile e chi accetta di assimilarsi. Cosa vuol dire assimilarsi? Vuol dire accettare e condividere i valori fondamentali della nostra civiltà: per esempio laicità dello Stato, uguaglianza fra uomo e donna, considerazione della guerra santa come un crimine contro l'umanità etc. Cosa deve intendersi per utilità? È utile chi viene chiamato dal nostro sistema produttivo, secondo regole certe e chiare. Chi pretende di venire senza essere invitato o chi crea problemi non è utile. Per quella immigrazione utile si deve garantire pienezza di tutele e integrazione. L'immigrazione clandestina va contrastata. Chi chiede asilo dovrà farlo secondo regole certe.

Quando si parla di utilità della immigrazione, dobbiamo fare però qualche considerazione ulteriore. Gli immigrati con istruzione terziaria sono il 25.5% nei 28 Paesi Ue, solo il 10% in Italia. Dopo la Grecia l'Italia ha la più alta percentuale di immigrati con livello minimo di studi. In Italia vi è il record di abbandoni scolastici fra immigrati, ben il 35%. Ora la quarta rivoluzione industriale nei prossimi dieci anni taglierà nei Paesi avanzati milioni di posti di lavoro e proprio in settori dove oggi è alta la percentuale di lavoratori immigrati. Persino nella mungitura la tecnologia sostituirà gli addetti. Amazon ha annunciato la eliminazione dei commessi dai suoi supermercati, in California con la robotica stanno scomparendo le colf e fra qualche anno gli autisti di bus. In Germania spariranno molti addetti alla meccanica. Pochi si pongono questo problema. Avere una diffusa immigrazione di basso livello rischia di creare un futuro sottoproletariato esplosivo. In Danimarca non casualmente accolgono solo informatici e biologi. Non è affatto vero che gli immigrati clandestini, che sono oggi la gran parte di coloro che arrivano, servano comunque al nostro sistema produttivo. Anzi, è vero il contrario.

Altro punto: due studi recenti, uno della National Academy of Sciences americana, un altro degli economisti Stefano Collignon e Piero Esposito sono arrivati alle stesse conclusioni: l'immigrazione che può togliere lavoro e deprimere i salari è proprio quella che abbonda in Italia, vale a dire l'immigrazione poco qualificata che va ad occupare, cito testualmente, "posti che potrebbero essere appannaggio della manodopera nazionale". Lo denunciava già un autore non sospettabile di simpatie conservatrici: "l'Irlanda invia la sua sovrabbondanza di popolazione verso il mercato del lavoro inglese, e fa abbassare così i salari degradando la condizione morale e materiale della classe operaia inglese". Lo scriveva 150 anni fa Carlo Marx ne Il Capitale. Peccato che Lenin, con la sua spregiudicatezza morale, affermasse invece che l'immigrazione avrebbe favorito la lotta di classe e la trasformazione sociale e politica. Questo contribuisce a spiegare perché le sinistre storiche abbiano sempre avuto a cuore l'immigrazione.

Altro problema. Da un rapporto Eurostat apprendiamo che in Svizzera il 74.3% dei carcerati sono stranieri, in Austria il 46.7%. In Italia è circa un terzo, in verità in grande prevalenza immigrati clandestini. Una recente ricerca di Confcommercio denuncia che mentre fra gli italiani il tasso di criminalità è di 4.3 delinquenti ogni mille abitanti, sale di poco, cioè a 8.5 per gli immigrati regolari, ma raggiunge il picco di 247 ogni mille per i clandestini. L'immigrazione clandestina crea dunque non pochi problemi di legalità, di ordine pubblico e di sicurezza.

Costi sociali sempre più insopportabili. Siamo ormai a quasi 4 miliardi solo per il mantenimento dei clandestini sbarcati dalle navi. A questi dobbiamo aggiungere i costi sanitari: la regione Lombardia ha un credito di oltre 100 milioni con il Ministero dell'Interno per prestazioni sanitarie effettuate a favore di clandestini. Con i due terzi di queste risorse si potrebbe incoraggiare la natalità nelle famiglie italiane, la più bassa d'Europa, e con l'altro terzo favorire lo sviluppo dei Paesi da cui proviene la immigrazione.

Integrazione. Una indagine dell'Institut Montaigne ci fa sapere che il 50% dei mussulmani francesi fra i 19 e i 25 anni si definisce fondamentalista e sogna una repubblica islamica separata dalla Francia. Una recente indagine Istat afferma che 2 immigrati di seconda generazione su 3, quelli a cui la legge sullo ius soli vorrebbe dare la cittadinanza in automatico, non si identificano nella nazione e nel popolo italiani. In Germania l'Islam è la religione in più rapida diffusione e i servizi tedeschi hanno calcolato che nella comunità salafita ben 1200 membri sarebbero potenziali terroristi. Uno di questi ha agito a Berlino.

Allarmanti le risposte che il politicamente corretto dà a questo fenomeno: a parte il caso, sotto gli occhi di tutti, di navi militari impiegate per facilitare di fatto il traffico di esseri umani, pochi sanno che in Gran Bretagna si è reintrodotto il principio della personalità del diritto: la sharia è legalmente in vigore per il diritto matrimoniale e successorio. Oppure si impone il silenzio, scandaloso è il caso di Rotherham: 1400 stupri su minori commessi da asiatici, taciuti dal sindaco e dalla polizia per non creare una reazione razzista. Un silenzio che aveva inizialmente coinvolto pure i fatti del Capodanno 2016 in Germania.

Non è vero che non si può fare nulla: paesi come Spagna, Australia, Ungheria stanno gestendo egregiamente il fenomeno, e la Spagna ha confini più vicini dei nostri. Tutto questo senza parlare di paesi arabi come Emirati o Arabia Saudita. Negli Emirati per esempio i permessi di soggiorno non possono di norma superare i tre anni. Sono paesi che hanno una più chiara coscienza della propria identità. La prima misura che occorre realizzare è ristabilire il controllo delle frontiere. Poi la immigrazione va scelta. Impariamo dall'estero: molti dei provvedimenti che proponiamo sono già stati sperimentati e hanno funzionato. Permessi di soggiorno brevi per quei lavoratori facilmente sostituibili. Una nuova politica dei ricongiungimenti famigliari. Investimento nelle nuove tecnologie per supplire alla carenza di offerta di manodopera italiana. Tutti i paesi europei, anche paesi ricchi come la Danimarca o la Svezia, hanno ridotto drasticamente le spese per il mantenimento degli immigrati clandestini. Ammissione solo di quegli asilanti che abbiano chiesto asilo alle nostre ambasciate, per vie regolari, non grazie a scafisti, violando i confini.

Limitazione ai casi gravi della assistenza sanitaria gratuita per i clandestini. È ciò che ormai si va attuando in tutta Europa. Per la immigrazione legale un sistema di quote che tenga conto del grado di inserimento delle rispettive comunità valutando il tasso di criminalità e il successo scolastico. Scelta preventiva da parte dei datori di lavoro dei lavoratori stranieri. Partecipazione dei richiedenti asilo a lavori di pubblica utilità. Revoca della cittadinanza per chi abbia commesso reati, già prevista per ipotesi particolari nel nostro ordinamento. Chi parte per la jihad non deve poter più rientrare.

Aurelio Vittore, senatore romano di origine nordafricana, esempio dunque di una integrazione che aveva funzionato, nel IV secolo d.C criticando la politica di certi imperatori così scriveva: hanno fatto entrare chiunque, buoni e cattivi, civilizzati e non e tanti barbari, creando le premesse perché i barbari possano comandare sui romani e così distruggere l'impero. È quanto avvenne.

Concludo con le parole di Bryan Ward-Perkins: "La fine dell'Occidente romano vide orrori e disordini quali io spero sinceramente di non dover mai sperimentare, oltre a distruggere una complessa civiltà, facendo retrocedere gli abitanti dell'Occidente a un livello tipico della preistoria. Prima della caduta di Roma, i Romani erano sicuri quanto lo siamo noi oggi che il loro mondo sarebbe continuato per sempre senza sostanziali mutamenti. Si sbagliavano. Noi saremmo saggi a non imitare la loro sicumera".


valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma