Amnistia e indulto: quali conseguenze sulla sicurezza? - F. Fuso

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carcere1Si torna a parlare di amnistia e di indulto. A favore delle due misure di clemenza generale – che si applicano, solitamente, a prescindere dal tipo di reato e dalla personalità del colpevole, anche se a volte sono previste delle esclusioni – si sono schierati, innanzitutto, i radicali il cui cavallo di battaglia è rappresentato dalle condizioni disumane nelle quali vivrebbero i carcerati. Acqua al mulino dei sostenitori è stata, poi, portata dalle recenti morti di due detenuti (l’una per presunti ritardi nei soccorsi, l’altra per suicidio). La drammaticità di tali episodi estremi, però - la cui causa non è certo riconducibile al sovraffollamento delle carceri - non può obliterare l’ineludibile necessità che si ponga un freno al deleterio sgretolamento dei principi di effettività e di certezza della sanzione penale, recuperando quello che dovrebbe essere l’effetto principale della pena e cioè la deterrenza: la diffusa convinzione che alla violazione delle norme penali segua una qualche espiazione. Ma alcuni provvedimenti legislativi e l’applicazione concreta delle norme penali nelle aule di giustizia hanno, finora, remato in senso diametralmente opposto.

Chiariamo, fin da subito, di essere fermamente e sempre convinti che la pena detentiva debba essere scontata in condizioni che rispettino i diritti fondamentali di ciascun individuo e, più volte, abbiamo graniticamente rimarcato la necessità di recuperare la funzione rieducativa ad essa assegnata dalla Costituzione, anche e soprattutto, attraverso la formazione ed il lavoro dei detenuti. Finora il legislatore troppo poco si è mosso in questa direzione, preferendo provvedimenti a “tampone” che chiudono un buco per aprirne altri dieci, cento, mille. Tra questi, l’introduzione dell’articolo 131 bis del codice penale che, per i reati puniti con la reclusione fino a 5 anni, ha inserito una nuova causa di non punibilità - il proscioglimento per lievità del fatto - e i due Decreti Legislativi del 15 gennaio 2016 n. 7 e 8: il primo ha abrogato alcuni delitti tra i quali, ad esempio, il danneggiamento semplice, il secondo ha depenalizzato molti reati contravvenzionali. Altri reati potrebbero venire depenalizzati all’esito del lavoro che sta svolgendo, in tal senso, Andrea Orlando.

Oltre a privare di tutela le vittime di questi reati - che, molto spesso, includono atti di criminalità predatoria e di violenza sulle cose e/o sulle persone - l’eliminazione del controllo sociale di fatti che, comunque, restano contrari alle norme del vivere civile, favorirà una loro maggiore diffusione, fino alla degenerazione in comportamenti molto più gravi. Sono le conseguenze che, in altro articolo pubblicato su questa Rivista, abbiamo meglio specificato e cioè la c.d. progressione criminosa e l’erosione del principio di certezza ed effettività della sanzione, uno dei baluardi in tema di prevenzione dei reati, cui segue, inevitabilmente, il grave e sempre maggiore nocumento alla sicurezza intesa in termini generali ma anche personali e particolari.

Tornando all’amnistia ed all’indulto, bisogna specificare che provvedimenti di tal genere non hanno mai contribuito a ridurre la popolazione carceraria, se non per un intervallo temporale molto breve. Solitamente, infatti, i reati per i quali viene concessa l’amnistia sono solo quelli per i quali è prevista una pena edittale non superiore ai 5 anni. Pertanto, anche senza il provvedimento di clemenza, il colpevole di uno di questi reati raramente sconta la sanzione in carcere perché la pena irrogata in concreto (che, nella stragrande maggioranza di casi, con la concessione delle attenuanti generiche e della prevalenza o equivalenza delle attenuanti sulle aggravanti o con la riduzione per il rito prescelto, come ad esempio il patteggiamento), non superando la soglia dei due anni o dei tre anni, consente l’applicazione di quegli istituti che, a seconda dell’ammontare della sanzione inflitta, consistono in misure alternative alla detenzione (la conversione in pena pecuniaria, la libertà controllata, l’obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria, l’affidamento in prova ai servizi sociali) o la escludono, come la sospensione condizionale della pena. Tanto più che se l’indulto opera solo sulla pena (la condanna rimane ma viene condonata una parte o tutta la pena, a seconda dell’entità dell’indulto e di quella della pena), l’amnistia, qualora il relativo provvedimento venga emanato prima della sentenza, impedisce la condanna perché produce l’estinzione sia del reato che della pena. Qualora, invece, intervenga dopo una sentenza di condanna, estingue la sola pena, al pari dell’indulto, ma interamente. Nel primo caso, la vittima del reato non può conseguire la condanna al risarcimento del danno, così subendo il pregiudizio di non ottenere tutela nella sede più idonea (quella penale) e dovendosi rivolgere successivamente al giudice civile (con tempi e costi ulteriormente dilatati).

La questione, però, non è di poco momento: in un altro articolo pubblicato su questa Rivista, abbiamo ipotizzato l’introduzione dell’obbligo del risarcimento per tutti i reati previsti dal nostro ordinamento penale (da assolvere anche attraverso il lavoro di pubblica utilità) quale misura utile a rafforzare l’efficacia deterrente della pena e per coprire il vuoto di tutela dei diritti delle persone offese da reato. I provvedimenti di clemenza finora esaminati, comunque, lasciano un grosso nodo irrisolto: rimettere in libertà un detenuto, perché la pena residua da scontare è coperta dall’indulto, senza prima averlo fatto camminare ed accompagnato lungo un percorso rieducativo che assicuri il suo reinserimento nella società civile, significa rinfoltire le schiere di disperati che, privi di strumenti per guadagnarsi da vivere onestamente, ben presto cadranno ancora nel crimine o diventeranno, spesso, gradita nuova manovalanza delle organizzazioni malavitose. E il circolo vizioso continuerà a dilatarsi ed a ripetersi: di nuovo la condanna, il carcere, il sovraffollamento. Ma, purtroppo, vi è anche un’altra faccia della medaglia: i nuovi reati vedranno altre e nuove vittime che, con il sistema processuale attuale o con la disapplicazione pratica di alcune norme, non otterranno alcun risarcimento. La società civile, di fronte all’inarrestabile onda di altra criminalità, si sentirà sempre meno sicura e meno fiduciosa nelle istituzioni.

E’ incontestabile che le carceri italiane ospitino detenuti in misura maggiore rispetto alla loro capienza: il problema è ormai noto da tempo ma nessuna soluzione efficace e specifica si è mai affacciata alle porte del Parlamento o del Governo di questo Paese. E così ancora oggi, mentre il Sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, definisce auspicabili provvedimenti di amnistia e di indulto per ovviare al sovraffollamento delle carceri, si trascura di affrontare i problemi alla radice. La costruzione di nuovi istituti di pena che attuino il modello, già sperimentato positivamente, della formazione e del lavoro dei detenuti (con la previsione di un compenso per il detenuto dal quale detrarre una quota da destinare all’edificazione di nuove carceri), unitamente ad una più estesa applicazione degli arresti domiciliari (soprattutto per coloro che sono in attesa di giudizio) ed all’incremento significativo del personale penitenziario, potrà interrompere il circolo vizioso dell’uscita dal carcere per benefici non correlati al positivo recupero del condannato e, quindi, il successivo nuovo ingresso nelle strutture carcerarie di quelle stesse persone che ne erano uscite poco prima.

Se, come molti sostengono, tra i principali problemi delle carceri italiane vi è anche la carenza di personale penitenziario (guardie, istruttori, educatori e psicologici) che porta all’esasperazione situazioni già difficili, si potrebbero destinare agli istituti molti dipendenti pubblici in esubero (previo specifico addestramento) e molti disoccupati. Al problema del sovraffollamento, insomma, non può darsi una soluzione effimera qual è quella prospettata da altre parti né può essere barattato con la sicurezza dei cittadini onesti.


fusoFrancesca Fuso
avvocato in Milano