Hotel Rigopiano: analisi tecnica ed urbanistica – L. Guido

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rigopianoTutti noi osservando le drammatiche immagini dei soccorsi all’Hotel Rigopiano di Farindola ci siamo chiesti se fosse stato opportuno costruire un grande resort di lusso in una simile posizione, o comunque se fosse stato opportuno tenerlo in attività durante l’inverno. Se si osserva l’orografia della zona nella quale la maledetta valanga l’ha distrutto, c’è da rimanere perplessi. L’edificio è costruito sul fondo di in una valle molto stretta, proprio ai piedi del monte Siella, che crea due linee di frana a scendere per 800 metri con pendenza molto accentuata. A fornire una protezione naturale all’edificio vi era un bosco per circa 400 metri, che a differenza di quanto è avvenuto in passato con valanghe di inferiore entità, comprovate con cadenza pressoché annuale, nulla ha potuto questa volta.

Il Geologo Mario Tozzi, divulgatore molto conosciuto, afferma che esistono vecchie ortofoto (elaborazioni fotografiche aeree) della zona con tale bosco spianato, evidentemente da una valanga delle proporzioni di quella recente. Noi ne abbiamo recuperata una del 1954 ove il bosco è presente ed integro, che significa che probabilmente per oltre mezzo secolo esso ha svolto la funzione di una paratia antivalanghe. Tuttavia osservando con attenzione le fotografie aeree attuali del luogo si può notare la relativa giovinezza della vegetazione presente nei canaloni, in termini di minore altezza e densità dei fusti degli alberi, rispetto a quella presente sui bordi e nelle aree adiacenti. Ciò è un ulteriore elemento che ci porta a sospettare un’attività di valanga di intensità inconsueta, seppure molto indietro nel tempo.

La storia dell’albergo ebbe inizio con un piccolo rifugio di due piani in pietra, probabilmente dei primi decenni del novecento, frequentato come rifugio da alpinisti pionieri. Nel 1972 la struttura venne ristrutturata e rimodernata a creare un piccolo hotel, che con l’ultimo ampliamento del 2007 ha assunto le sembianze recenti con l’edificazione di nuovi edifici in aderenza al primigenio, della piscina, spa e servizi vari.

Fin qui i fatti; analizziamo ora la legislazione di riferimento. La Regione Abruzzo si è dotata nel 1991 di una “Mappa geomorfologica dei bacini idrografici” e nel 2007 di un “Piano di assetto idrogeologico”. Se si leggono tali documenti fissando l’attenzione sulla zona in oggetto, si scopre che l’analisi geologica del terreno di fondo-valle denunciava la presenza di detriti rocciosi provenienti dalle pendici dei monti adiacenti, come a significare che l’albergo fosse stato edificato su un terreno già franato in tempi passati. E’ possibile in particolare vedere sulle carte tre coni indicanti tre linee di pericolosità convergere proprio su tale fondo-valle. Ciò che è accaduto in passato è prevedibile che possa ripetersi al comparire di condizioni simili seppure molto rare, prima o poi nel tempo.

Nella legislazione specifica abruzzese abbiamo poi anche la Legge Regionale n. 47 del 1992 “Norme per la previsione e la prevenzione dei rischi da valanga”, che prevede la inedificabilità totale nelle aree di massimo rischio e la chiusura invernale delle attività esistenti. Perché allora l’hotel Rigopiano era regolarmente aperto in piena stagione invernale e neppure le peggiori previsioni meteo hanno fatto sì che fosse evacuato per tempo? Per la mancanza di una mappa esecutiva riconosciuta dalla Regione! Quella che i tecnici chiamano la “Carta delle valanghe” e che dovrebbe comprendere le considerazioni geologiche, storiche e tecniche di cui abbiamo più sopra dato un piccolo esempio. Solo di recente è stato emesso un bando per la redazione di un tale documento esaustivo per tutte le zone montane dell’Abruzzo, che dovrebbe poi essere obbligatoriamente adottato dai Piani di Governo del Territorio dei vari Comuni.

Sulla mancata applicazione delle mappe già esistenti nei piani dei Comuni si pronuncerà la magistratura, ma allo stato possiamo ritenere che la costruzione e l’utilizzo invernale dell’Hotel Rigopiano è stato legittimo da parte della proprietà. Anche per quanto riguarda la regolarità concessoria vedremo al termine delle indagini, ma tutto ci fa pensare che i permessi siano stati regolarmente concessi sulla base dei regolamenti vigenti, anche se tali norme di legge contrastano con il normale buonsenso.

Cogliamo l’occasione di questo disastro per ragionare in maniera più generale ed affrontare un argomento spinoso. Questo tipo di leggi di prevenzione in Italia hanno sempre difficoltà ad essere adottate, perché inseriscono dei vincoli per le Pubbliche Amministrazioni che sono poi difficili da adottare nei piani di sviluppo dei territori e da far rispettare dagli operatori economici. Purtroppo l’edilizia nel nostro Paese ha spesso avuto la caratteristica che gli architetti sono soliti chiamare “urbanistica contrattata”. Ne vediamo un esempio attuale con il nuovo stadio di calcio di Roma. Trattandosi di una operazione considerata di “pubblico interesse”, il Sindaco Raggi nel prendere la decisione di variare il Piano di Governo del Territorio per permettere l’edificazione delle nuove strutture, ovviamente non previste al momento della redazione del piano, contratta direttamente i termini con l’operatore economico proponente in un vero e proprio mercanteggio. Così le volumetrie, le aree, le tipologie edilizie dell’intervento (perché ovviamente non di solo stadio si parla, ma della edificazione di un intero nuovo quartiere abitativo per rendere l’operazione economicamente vantaggiosa) vengono suggerite da chi ha interessi particolari non coincidenti col bene comune. E’ ovvio che muovendo il tutto somme enormi di denaro, il manico del coltello stia dalla parte di imprese, investitori e banche.

Non è in questo modo però che si può arrivare alla gestione ed al controllo urbanistico del territorio con uno sviluppo armonico delle attività abitative, sociali, produttive, di trasporto, di una grande e complessa città. Gli urbanisti devono prima poter lavorare liberamente ad un piano che contempli esigenze di sviluppo ordinario e straordinario, realizzando un’operazione coerente col tessuto esistente, comprendendo tutte le strutture pubbliche e infrastrutturali necessarie ad un corretto uso. Solo successivamente tale piano può essere immesso sul mercato al fine di trovare, nell’ambito di operatori privati, i soggetti che si potranno occupare della realizzazione effettiva traendone un giusto guadagno.

L’esempio fatto per la Capitale può essere riportato con le debite riduzioni a tutti i Comuni d’Italia, compreso quello di Farindola, dove un piccolo operatore economico può legittimamente influire col proprio potere sulle scelte urbanistiche di una piccola Amministrazione. Occorre superare tali insopportabili situazioni con leggi urbanistiche finalmente semplici, chiare e vincolanti per tutti.

Per completare poi il quadro di difficoltà nel quale le Pubbliche Amministrazioni ed i progettisti si devono muovere, bisognerebbe citare i grandi e piccoli condoni edilizi generalizzati varati dai Governi a cominciare dal 1985; la materia è tuttavia molto complessa e vi dedicheremo un prossimo articolo.

 

lucaguidoLuca Guido

ingegnere

consulente del Tribunale di Milano