Inaugurazione Anno Giudiziario 2017 - G. Marciante

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giustiziamartello2Come ogni anno, La Curia, il Foro ed il Popolo Italiano si ritrovano nell’Aula Magna del Palazzo di Giustizia. Una sola volta si ritrovano; e quindi è Festa. Si fanno doverosi ossequi, ringraziamenti reciproci; e soprattutto si rende “il conto”. La Giustizia, in sé, non sarebbe da “conti in tasca”, ma occorre farli anche per dimostrare quanto si è faticosamente fatto e quanto, mutatis mutandis, si sarebbe voluto fare.

La presenza “concreta” del Popolo Italiano, che mai si sognerebbe di intervenire nel coro - e meno male - rende tutti gli Altolocati Personaggi, loquaci e disponibili. Ormai è ricorrente argomento l’ ”Arretrato” (figlio unico della Lentezza della Giustizia) questo cocciuto personaggio, questa sgradevole cambiale, che non viene pagata e si rinnova, a mutate condizioni. Una soltanto non muta: quella di chi ha atteso Giustizia e non l’ha ottenuta. Tuttavia, se gli vengono chiaramente e dottamente esposte le “profonde” ragioni (le ragioni dei ritardi sono sempre profonde e altrove) dovrebbe, se non essere soddisfatto, almeno farsene una ragione. Le Analisi sono molto approfondite, sono talvolta stravaganti (nel senso di non agevolmente comprensibili) ma sempre rivolte ad una “situazione” altrui: di chi avrebbe dovuto, avrebbe potuto; ma tutto sommato è in qualche modo giustificato. E’ Festa Grande.

Certo che se il Popolo fosse meno “litigioso” sarebbe meglio, se i debitori pagassero tempestivamente, se i ladri rubassero magari statisticamente un po’ meno, se non si “scambiassero voti” con coni di gelato o posti fissi nella P.A. tutto sarebbe più tollerabile. La Perfezione « non est de hoc mundo »; si sa.

Un pensiero piuttosto ricorrente è rivolto spesso ai cosiddetti Ermellini, che “inaugurano” nella Corte Suprema di Roma, giusto una settimana prima. Sarà importanza o un pizzico di autolesionismo: non lo sapremo mai. E pure, qualche delicatissimo “rilievo” traspare localmente fra le dotte esposizioni, a dimostrazione tranquillizzante che non v’è subordinazione gerarchica né, dio ne scansi, asservimento. Sempre con ineccepibile garbo, non servile. Il Procuratore Generale della Suprema Corte, ritualmente invita, ad esempio, alla “riservatezza” (ormai D.O.C.) ma non suscita “standig ovations” incondizionate; piuttosto articolati “distinguo”. In sostanza, apprendiamo ancora una volta che vi sono, è vero, delle lentezze, che la cosiddetta “risposta” non sempre è pronta ed adeguata (oltre che, ovviamente”giusta”) ma le cause sono molteplici, i mezzi deficitari, il personale ridotto, anzi falciato, le norme sempre più complesse e fuorvianti. Chi dovrà dire un sincero “mea culpa”; tutti forse, o nessuno. Ma, se le premesse son tali, le promesse sono più tranquillizzanti. Ma fino ad un certo punto.

L’Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2017 a Torino è stata, ancora una volta, veramente degna, sincera, e composta. Sia detto con sincerità ed onestà di pensiero. Ne fa fede, come si suol dire “documentale”, il volantino a disposizione degli intervenuti. Esso rende, con pittorica efficacia, il “senso” della manifestazione: raffigura uno specchio di mare, o di lago, con acque tranquille e calme, con una barchetta a due pescatori in primo piano ed altre sfuggenti sagome più oltre. Verso un cielo con poche nubi ed un sole al tramonto che le trapassa, riflettendosi ancora nelle acque. Siamo al Tramonto. Bello, romantico, tranquillo ma “tramonto”. La situazione è al tramonto, la macchina angosciosamente bloccata da una miriade di concause aliene, sventurate congiuranti ai danni di chi ha perduto tutto, magari la Vita, e non vede che il tramonto. Anche suo. Ma subito sotto vi è un ammirevole, fantastico, inimitabile scatto di orgoglio e di Speranza.

I versi del Poeta Khalil Gibran, libanese, cristiano maronita, sono inimitabili. “Nulla impedirà al sole di sorgere ancora, nemmeno la notte più buia, perché oltre la nera cortina della notte c’è l’alba che ci aspetta”. Il Titolo del libro da cui sono tratti è “Il Profeta”; ed ebbe meritatamente, ed ha, un notevole successo, specialmente fra i giovani. La citazione ha un evidente intento universale. La Giustizia, ancorché umana, dovrebbe essere universale. Viene da chiedersi, cogliendo il messaggio che si è voluto dare, se l’Italica Giustizia ha bisogno di un Profeta, per rendersi accessibile, accettabile e vera. Se ha bisogno di un Poeta per rendersi almeno tollerabile. Se, nonostante tutte le annotazioni, i riferimenti, i commenti, i numeri impietosi, il Sole sorgerà ancora. Se Gibran, sarà nuovamente citato l’Anno Giudiziario Successivo. Speriamo di no, temiamo di si. E dire che, per consenso pressoché unanime e senza far torto ad Alcuno, la situazione giudiziaria Torinese rappresenta una brillante “eccezione”. 

 

marcianteGiuseppe Marciante

già Consigliere di Corte d’Appello di Torino