Lo ius soli, un pericolo per la stabilità dell'Italia

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passaportoitaIl governo di centrosinistra sembra dunque intenzionato ad accelerare l'approvazione del disegno di legge sullo ius soli (e sullo ius culturae), minacciando se del caso la posizione della fiducia. Si tratta di un disegno di legge che consentirebbe di attribuire la cittadinanza a qualsiasi minore nato in Italia da almeno un genitore titolare di permesso di soggiorno di lungo periodo (5 anni), su semplice richiesta del genitore medesimo.

A questa ipotesi se ne aggiungono altre specifiche destinate a consentire l'acquisizione della cittadinanza pure a coloro che pur non essendo nati in Italia abbiano tuttavia frequentato per almeno 5 anni un ciclo scolastico o un percorso di istruzione professionale (ius culturae).

Una norma di questo tipo rischia di alterare rapidamente la composizione sociale della comunità di cittadini, senza giustificazioni reali. Rischia inoltre di indebolire il sentimento di identità nazionale con la prospettiva di una frantumazione del corpo civico.

Alcuni dati sono decisivi per respingere una proposta siffatta. Innanzitutto non è vero che la legge attualmente in vigore renda difficile l'acquisizione della cittadinanza italiana. Come infatti si ricorda nel libro di Blangiardo-Gaiani-Valditara, "Immigrazione. Tutto quello che dovremmo sapere", nel biennio 2014-2015 ben 308.000 stranieri hanno acquistato la cittadinanza italiana. Un numero certamente ragguardevole. A partire dal 2011, quando le acquisizioni di cittadinanza italiana erano "solo" 60.000 l'anno, vi è stata inoltre una impennata progressiva di nuovi cittadini, che hanno raggiunto 178.000 unità nel 2015, di cui ben il 37% minori. Considerando che nel 2016 il numero dei nati stranieri è stato circa il 16% del totale dei nati, vale a dire 72.000 su 474.000, il combinato disposto di ius soli e ius culturae (che comprende minori non nati in Italia) comporta in prospettiva una incidenza notevole dei nuovi cittadini sul tessuto sociale. Nelle aree più dinamiche del Paese si rischia in breve tempo una autentica "sostituzione etnica". Si pensi solo al dato della provincia di Cremona dove i bambini stranieri di età inferiore a 3 anni, erano al 1 gennaio 2016 circa un terzo dei bambini italiani (Immigrazione. Tutto quello che dovremmo sapere, p.71).

Numeri così rilevanti non servono né all'Inps, posto che i contributi li pagano i lavoratori, non necessariamente i cittadini, né alla contribuzione fiscale, posto che ancora una volta rileva la produzione di reddito e non piuttosto la cittadinanza. Semmai l'acquisizione della cittadinanza comporta la fruizione di servizi e diritti ulteriori che hanno un costo per la collettività. Vi è tuttavia una serie di dati piuttosto inquietanti relativi alla integrazione degli immigrati di seconda generazione che sconsiglia una "facile" ed automatica acquisizione di cittadinanza.

Secondo un sondaggio Istat del 2016, due immigrati di seconda generazione su tre dichiarano di non identificarsi nella nazione e nel popolo italiani. Solo il 38% afferma di sentirsi italiano e addirittura il 43% degli stranieri dichiara di "non sentirsi appartenere all'Italia per quanto riguarda tutti i doveri che avere la cittadinanza comporta" (Immigrazione, cit., p.14). Ancora più sconvolgente è la situazione francese. Secondo una inchiesta fatta dal think tank Institut Montaigne, il 50% dei giovani francesi di religione mussulmana fra i 15 e i 25 anni si definisce fondamentalista e secessionista, affermando il primato della sharia sulla legge francese (Immigrazione, cit., p.14). Si rischia dunque una frattura sociale dalle conseguenze imprevedibili. Non è un caso che i Paesi che hanno concepito lo ius soli fra Settecento e Ottocento, per la esigenza di popolare territori vasti e disabitati ovvero per supplire agli enormi vuoti lasciati dalle guerre napoleoniche, discutano oggi del passaggio a criteri meno automatici di acquisizione della cittadinanza.

D'altro canto, il conferimento della cittadinanza era in passato a tal punto concepito come un atto sovrano che nella antica Roma la concessione in favore di nuclei rilevanti di nuovi membri poteva essere deliberata solo dal popolo, che veniva così a scegliersi se, in che misura e chi accogliere entro la comunità. Di fronte ad un atto di arroganza parlamentare dell'attuale governo, quelle opposizioni che hanno ben chiaro il destino del nostro Paese dovrebbero promuovere un referendum abrogativo, per mettere nella mani dei cittadini il loro futuro e quello dei Paesi cui appartengono.

valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma