Emirati Arabi Uniti: UAE Vision 2021 alla luce del processo di emiratizzazione – J. Shehata

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emiratiarabiNonostante la crisi petrolifera, l’area del Golfo rimane una delle poche regioni al mondo con crescita economica positiva costante (seppur contratta ad un tasso medio di incremento del prodotto interno lordo del 3%) ed una forte attrattività per gli investimenti esteri diretti ed indiretti, nonché area tradizionalmente di migranti provenienti da ogni parte del mondo. Alcuni degli Stati della regione, ed in particolare Emirati Arabi Uniti e Qatar - che con Arabia Saudita, Kuwait, Oman e Bahrain compongono il Consiglio della Cooperazione del Golfo - si sono recentemente trovati a dover gestire al meglio il bilanciamento di interessi tra la necessità di accogliere lavoratori stranieri ed il mantenimento della propria cultura e dei valori che ne caratterizzano le radici e la storia, cercando di proteggere una identità nazionale in contesti, come ad esempio quello di Dubai, in cui gli espatriati rappresentano quasi l’85% di una popolazione complessiva di circa 2 milioni di abitanti. La questione non è sfuggita all’attenzione di S.E. Sahykh Khalifa bin Zayed, Al Nahyan, presidente degli Emirati Arabi Uniti dal 2004, la cui politica si fonda su un principio cardine tanto noto quanto chiaro: Chi non ha una propria identità non esiste nel presente e non ha un ruolo nel futuro".

E’ intorno a questa intuizione che è stata costruita la UAE Vision 2021, il piano di azione elaborato dal Governo degli Emirati Arabi Uniti che definisce i settori e temi chiave per lo sviluppo del paese nei prossimi anni e che indica le linee guida che la pubblica amministrazione intende seguire affinché gli Emirati mantengano la loro posizione di economia leader a livello mondiale senza, però, rinunciare alle proprie radici, alla propria cultura ed alla propria identità nazionale. In tal senso, il primo obiettivo fissato dalla UAE Vision 2021 è quello di investire nella formazione degli emiratini, incentivando il loro impiego nel settore privato (che oggi assorbe una minima percentuale della popolazione) e massimizzando la loro efficienza e produttività nel settore pubblico. A tal fine, sin dal 2013 è stato attivato il progetto Absher (che può essere tradotto come “portare la buona notizia”) che si pone quattro finalità ben precise a vantaggio dei cittadini degli Emirati Arabi Uniti: (i) la creazione di nuovi posti di lavoro, (ii) lo sviluppo di attività di mentoring a sussidio nel perseguimento degli obiettivi di crescita professionale, (iii) la formazione tecnica e scientifica per l’innovazione e (iv) l’assistenza e consulenza alle start-up ed alla piccola e media impresa locale.  

In aderenza alle linee guida dettate dal Governo, il Ministero delle Risorse Umane e dell’Emiratizzazione, denominazione che racchiude in sé il mandato specifico che il Ministro ha nell’incentivare in primis l’impiego e la crescita professionale dei locali, ha redatto il proprio piano di azione ponendosi come obiettivo quello di garantire ai propri concittadini un mercato del lavoro che ne protegga i diritti e tuteli gli interessi, con il fine dichiarato di rafforzare la sicurezza interna e mantenere la stabilità sociale nel paese, creando un mercato del lavoro florido e che però serva anche a far crescere una forza lavoro produttiva per promuovere un’economia basta sull’innovazione.

In questa direzione vanno anche la disciplina federale in materia di diritto del lavoro (legge 8 del 1990 e successive, recenti, modifiche) e gli ultimi decreti del Ministro del Lavoro e dell’Emiratizzazione, S.E. Saqr Ghobash Saeed Ghobash. La legge 8 del 1990, infatti, prevede espressamente che il lavoro sia un diritto in primis dei cittadini degli Emirati Arabi Uniti e che gli stranieri debbano essere assunti solo nel caso in cui non vi sia un lavoratore emiratino con le medesime qualifiche ed adatto alle medesime mansioni. La normativa federale prevede, altresì, che le società con oltre 100 dipendenti debbano avere un responsabile delle pubbliche relazioni locale, che lo staff amministrativo debba essere scelto in primis tra i candidati iscritti nelle liste di collocamento della National Human Resource Development and Employment Authority (Tanmia) e che il ruolo di responsabile delle risorse umane sia ricoperto da un cittadino di uno dei paesi del Consiglio della Cooperazione del Golfo. Vieppiù, i recenti decreti del Ministero del Lavoro e dell’Emiratizzazione, entrati in vigore lo scorso gennaio, prevedono l’impiego di almeno due cittadini degli Emirati Arabi Uniti nelle società con più di 1.000 dipendenti (decreto n. 710/2016) e di almeno un locale con funzione di responsabile della sicurezza nelle società di costruzioni che impiegano più di 500 dipendenti (decreto n. 711/2016). E le sanzioni in caso di mancata ottemperanza alle norme in materia di emiratizzazione possono essere molto onerose, prevedendosi, inter alia, il mancato rinnovo dei permessi di soggiorno e di lavoro negli Emirati Arabi Uniti per tutti i dipendenti stranieri delle società che operano in loco in violazione del dettato normativo.

Sempre in aderenza alle linee guida del Governo in materia di emiratizzazione, con decreto ministeriale n. 740 del 2016 (che emenda la risoluzione del consiglio dei ministri n. 1187 del 2010) gli Emirati Arabi Uniti hanno modificato il sistema di assegnazione degli appalti alle società che operano con la pubblica amministrazione, garantendo - a parità di condizioni - la preferenza alle imprese che impiegano un maggior numero di lavoratori locali nella assegnazione di lavori pubblici. Ad oggi, possono esser ricomprese nella cosiddetta “categoria 1” le società con sede legale a Abu Dhabi, Dubai, Sharjah o Ajman che impiegano almeno il 10% di manodopera locale (pari ad almeno 25 emiratini) e le società con sede legale a Ras Al Khaimah, Umm Al Quwain o Fujairah che impiegano almeno il 5% di manodopera locale (pari ad almeno 10 emiratini).

Il processo di emiratizzazione del paese non si limita alle riforme in materia di diritto del lavoro. La UAE Vision 2021 tratteggia altre linee guida per il mantenimento di una cittadinanza coesa, orgogliosa della propria identità e con un rinnovato senso di appartenenza allo Stato, e ciò promuovendo la realizzazione di un ambiente inclusivo che integri tutti i residenti negli Emirati Arabi Uniti, preservando, però, il patrimonio nazionale, l’eredità culturale dei padri fondatori, le tradizioni locali e le famiglie emiratine, arrivando addirittura ad istituire un Ministro della Felicità.

Val la pena sottolineare, inoltre, che la legge federale n. 17 del 1972 sulla nazionalità e concessione del passaporto emiratino prescrive requisiti particolarmente stringenti per la naturalizzazione degli stranieri. La cittadinanza degli Emirati Arabi Uniti è esclusiva - e quindi incompatibile con qualsiasi altra cittadinanza - e può essere revocata a chi l’abbia acquisita (ed alla moglie ed ai figli di questi) per indegnità e per residenza ultra quadriennale fuori dai confini dello Stato. Nei rari casi in cui ciò è permesso, l’ottenimento della cittadinanza locale è comunque vincolato alla conoscenza della lingua e della cultura araba.

In conclusione, si può quindi affermare che il Governo emiratino - visionario ed illuminato - ha tracciato linee guida chiare e precise per lo sviluppo futuro del paese: (i) mantenere una società coesa preservando l’identità culturale locale; (ii) rendere efficiente la gestione della cosa pubblica ed il sistema giudiziario; (iii) investire nella crescita economica e nell’innovazione; (iv) focalizzare su educazione, sanità ed ambiente. E tutto ciò aprendosi al mondo ma preservando al contempo la propria eredità culturale, nell’interesse dei propri cittadini.

 

shehataJohn Shehata

avvocato

NIBI - Nuovo Istituto di Business Internazionale di Milano