Federalismo regionale - V. Vespri

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mappaitaliaIn un recente editoriale il Professor Valditara ha proposto di prendere come elemento di paragone la spesa della  Regione Lombardia. Se la spesa media italiana fosse pari a quella lombarda si potrebbero risparmiare 80 miliardi. Sicuramente questa proposta, per essere effettivamente realizzabile, richiede una riorganizzazione delle Regioni nel loro complesso. Le Regioni sono previste in numero di venti nell’Articolo 131 della Costituzione. Nell’Articolo 116 sono istituite le 5 Regioni a Statuto Speciale. Il disegno regionale si ispira a importanti asimmetrie: sia sotto il profilo delle dimensioni territoriali e demografiche e sia per i caratteri giuridici e costituzionali. I poteri previsti per le regioni a statuto ordinario sono molto inferiori  a quelli conferiti a quelle a statuto speciale.

La Costituzione del 1948 ha disegnato  un nuovo assetto dello Stato, molto meno centralista di quello disegnato al momento della costituzione dello stato Italiano nel 1861, contrassegnato dalla presenza di regioni come enti territoriali dotati di autonomia legislativa, oltre che amministrativa. La questione del federalismo rimase sotto traccia fino a che il Professor Miglio non intervenne  proponendo un federalismo regionale molto più marcato di quello previsto dalla nostra costituzione.

Nell’Asino di Buridano il Professore dava un’indicazione precisa. Il primo articolo della proposta costituzionale di Miglio recitava: “L’Italia è una Repubblica, radicata nei Municipi, e fondata su di un patto di unione fra le comunità naturali in cui i cittadini si articolano. La Repubblica è formata da quindici Regioni, raggruppate in tre Comunità regionali – Nord, Centro e Sud – e dalle cinque Regioni a Statuto Speciale, che hanno dignità di Comunità regionale, e possono adottare, nel loro Statuto, le istituzioni e le procedure previste per le Comunità regionali”. I soggetti del patto federale coincidono in larga parte con le patrie etno-linguistiche o addirittura – è il caso del Sud Italia – con antichi Stati preunitari.  

La Comunità regionale del Nord coincide con la Padania (Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) ove sono parlate le lingue padane gallo-italiche e venete; la Comunità regionale del Centro corrisponde in gran parte all’area ove sono parlate le lingue dell’italiano centrale o mediano (Marche, Umbria, Lazio e Toscana); la Comunità regionale del Sud Italia (Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Basilicata, Calabria) coincide con l’antico Regno di Napoli, territorio in cui sono parlate le lingue italiane meridionali. Le cinque Regioni a Statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige/Sud Tirol, Friuli Venezia Giulia) vengono riconosciute nella loro peculiare identità, rese completamente autonome come avverrebbe per le tre Comunità regionali: istituzioni pienamente responsabili in materia di tassazione e imposte, non più dipendenti dai trasferimenti dello Stato centrale.

Di fronte al modello di Miglio, che prevedeva una suddivisione dell’Italia sostanzialmente in 3 macroregioni culturalmente omogenee e, quindi, gettava le basi di una devolution come quella avvenuta\che sta avvenendo nel Regno Unito, la Fondazione Agnelli pubblica un saggio di Marcello Pacini, “Un federalismo dei valori”. Percorso e conclusioni di un programma della Fondazione Giovanni Agnelli (1992-1996). In questa analisi si ritiene la proposta di Miglio troppo estrema (tre macroregioni sono troppo poche) ma anche la situazione attuale di venti regioni non soddisfacente da un punto di vista di efficienza.

Alcune Regioni sono troppo piccole per permettere risparmi di scala e occorre invece accorpare  le venti regioni in dodici regioni attraverso un gioco di accorpamenti e smembramenti che rispondono a criteri economici e geo-politici.

Le dodici regioni sono:

1. Piemonte, Valle d' Aosta e Liguria tranne la provincia di La Spezia;

 2. Lombardia;

 3. Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia;

4. Emilia-Romagna, provincia di La Spezia;

5. Toscana, provincia di Perugia;

6. Marche, Abruzzo, Molise;

7. Lazio, provincia di Terni;

8. Campania, provincia di Potenza;

9. Puglia, provincia di Matera;

10. Calabria;

11. Sicilia;

12. Sardegna.

La proposta fu successivamente modificata smembrando il Lazio fra Toscana, Abruzzo e Campania e lasciando a sé solo la Provincia di Roma a formare un District of Columbia Italiano, ossia lasciare a Roma, oltre al ruolo di essere Capitale d’Italia, solo la funzione di autogovernarsi. Altra proposta era che qualora si fosse realizzato il Ponte sullo Stretto (o qualunque altra infrastruttura che unisse fisicamente la Sicilia al Continente) si potevano ridurre le Regioni ad 11. La Calabria del Sud poteva unirsi alla Sicilia come “Regione della  Magna Grecia” mentre la Calabria del Nord alla Campania. La nuova geografia della Fondazione torinese tendeva a due obiettivi: l'autosufficienza finanziaria delle aree regionali e  la loro predisposizione nei confronti di progetti di sviluppo.

Altra peculiarità della proposta Agnelli era quella dell’abolizione delle Regioni a Statuto Speciale. La necessità di tutelare differenze culturali e linguistiche si era molto ridotta con la creazione di uno spazio Europeo senza più confini e con piena libertà di movimento di merci e persone. Queste proposte hanno ormai venti anni e nessuna di queste è stata attuata anche perché per passare dalle parole ai fatti entrambe richiedono una riforma di tipo costituzionale. Sia, a mio parere a ragione, quella del Professor Miglio che è sicuramente di grande cambiamento e sia quella della Fondazione Agnelli che è poco più di un accorpamento amministrativo al fine di generare risparmi di scala.

In questi venti anni molte cose sono successe:

-     Una crisi finanziaria violenta ed una incapacità di crescita economica hanno impoverito il Paese, sia le regioni più povere che le regioni più ricche. Ad esempio la Lombardia,  che negli anni 90 era la quarta regione europea per ricchezza pro-capite adesso è precipitata al ventinovesimo.

-      Il sogno Europeo si è infranto di fronte a nuove sfide, determinate da cambiamenti geopolitici, che sembra non essere capace di affrontare in modo efficace ed unitario. Le ondate incontrollate di migranti rischiano di minare alle basi l’unità culturale Europea che è la ragione ultima su cui si fonda il progetto d’integrazione europea.

-     L’Italia sembra sempre più la nazione descritta da Dante: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere, non donna di provincia, ma bordello”. Incapace di contare in Europa, si lascia imporre diktat dalla Germania. Roma, la Capitale, ormai da un decennio dimostra la propria assoluta  ingovernabilità. Non riusciamo a sfruttare appieno  i giacimenti culturali che i nostri Antenati ci hanno regalato: ormai, come flussi turistici, siamo stati stabilmente superati da Francia, Inghilterra e Spagna e la Germania ci tallona da vicino. Non siamo in grado di dare una svolta di cambiamento politico al nostro Paese: tutte le riforme in tal senso, da quelle elettorali a quelle costituzionali sono miseramente fallite.

Tutto questo ci indica la necessità di un cambiamento. L’Italia non può più permettersi di non essere efficiente come lo è la Lombardia. Un risparmio di 80 miliardi di Euro permetterebbe, ad esempio, di ridurre la tassazione IRPEF della metà ed implementare un sistema di flat tax. Come dice la curva di Laffer, più le aliquote sono basse più sono incentivati i consumi e gli investimenti e più le entrate fiscali aumentano di conseguenza.

Ma per spingere il sistema Regioni ad essere efficiente, occorrono riforme strutturali quali quelle proposte da Miglio o dalla Fondazione Agnelli. A mio parere le due proposte non sono incompatibili ma dovrebbero essere integrate fra loro. Le Regioni dovrebbero aggregarsi su una base culturale ed economica come proposto dalla Fondazione Agnelli. I distretti industriali esistenti e le caratteristiche comuni del territorio dovrebbero essere il fattore comune della nuova aggregazione.

Sicuramente un numero inferiore di Regioni (11 o 12) e una loro aggregazione basata su fattori comuni economici rappresenterebbero una spinta importante verso sinergie e risparmi importanti. Sicuramente uno stato federale, basato su tre macroregioni basate su radici culturali e storiche in comune rappresenterebbe una risposta efficiente alle sfide dei nostri tempi e permetterebbe di contrastare il declino economico del nostro Paese. Una macroregione basata sulla  Padania non sarebbe mai scivolata dal quarto al ventinovesimo posto in Europa per ricchezza individuale. E una Padania ricca e prospera avrebbe ricadute importanti su tutta l’Italia.

Infine una macroregione meridionale avrebbe la grandezza sufficienza, sia politica che economica, per affrontare la questione meridionale: una politica unitaria e coordinata avrebbe un impatto sicuramente maggiore di quello determinato da politiche, fra loro non sinergiche, delle otto regioni che formano il Meridione (Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna).

Delle due proposte, personalmente,  implementerei sia la creazione di un distretto federale di Roma, come Capitale dello stato federale, e sia il mantenimento, almeno per il momento, delle Regioni a Statuto Speciale. Roma deve concentrarsi solo sulla gestione dello Stato federale e sullo sfruttamento della ricchezza turistica. Non è accettabile che il flusso turistico a Roma sia crollato per la sempre più scarsa attrattività dell'Urbe. La sua bellezza, la ricchezza architettonica e archeologica, l’essere Roma la Capitale della Cristianità, la dovrebbe rendere indiscutibilmente attraente. Il fatto che Roma abbia perso competitività anche in ambito turistico, è un segnale indiscutibile che si deve urgentemente cambiare il modello organizzativo della Capitale, sollevandola da compiti aggiuntivi che non le permettono di essere efficiente e tanto meno competitiva. È il segnale del fallimento di un sistema deresponsabilizzante e clientelare.

Per quanto riguarda le Regioni a Statuto Speciale, credo che, in un momento storico come questo, quando l’identità europea, sia culturale che religiosa,  è minacciata da una migrazione eccessivamente massiccia e sregolata, sia assolutamente essenziale difendere le proprie radici: in questo modo si affronterebbe in modo pratico ed efficiente  una spinosa questione. Solo se siamo consci della nostra cultura, della nostra storia e dei nostri valori possiamo accettare nel seno della nostra società migranti con storie e valori diversi.

Quindi, a mio parere, la proposta del Professor Valditara di chiedere alle Regioni di essere efficienti come la Lombardia, per essere realizzata necessita inevitabilmente di una riforma strutturale del Sistema Paese. Ma, come diceva Machiavelli, non v’è nulla di più difficile da realizzare, né di più incerto esito, né più pericoloso da gestire, che iniziare un nuovo ordine di cosePerché il riformatore ha nemici tra tutti quelli che traggono profitto dal vecchio ordine, e solo dei tiepidi difensori in tutti quelli che dovrebbero trarre profitto dal nuovo.


vespriVincenzo Vespri

professore ordinario di matematica

Università di Firenze