Dazi doganali Usa e protezione del “made in” – E. Fochesato

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madeinitalyMai come in questi ultimi anni i temi legati al commercio internazionale e alla revisione dell’imposizione daziaria sono stati al centro del dibattito politico internazionale. E infatti la campagna elettorale di Donald Trump ha posto l’accento sul tema del contrasto alla delocalizzazione produttiva (offshoring), anche attraverso la proposta di introdurre una imposizione denominata border adjustment tax, vale a dire, in estrema sintesi, un’imposta che preveda per l’impresa statunitense importatrice l’impossibilità di dedurre il costo dei beni importati da paesi terzi. Dal lato dell’impresa statunitense esportatrice, vi sarebbe invece la possibilità di dedurre dall’imponibile i proventi derivanti dalle esportazioni.

Attraverso l’aumento dei costi delle importazioni negli Usa, la nuova amministrazione vorrebbe quindi incentivare sia il rientro della manifattura attualmente delocalizzata all’estero (con conseguente aumento dell’occupazione), sia le esportazioni, a tutto vantaggio della bilancia commerciale Usa che ora risulta fortemente squilibrata a favore delle importazioni soprattutto da Cina, Messico ma anche Germania. A quest’ultimo riguardo, sono ben note le affermazioni del direttore del National Trade Council, Peter Navarro, secondo il quale l’euro è “un marco fortemente svalutato” che avvantaggia oltremisura la Germania, a causa delle distorsioni generate dall’attuale assetto della moneta unica europea.

Tuttavia, se da un lato è comprensibile che la nuova amministrazione statunitense voglia porre un argine ai propri squilibri commerciali con l’estero, dall’altro la prospettata border adjustment tax dovrà fare i conti con le regole che presiedono il commercio internazionale, prima fra tutte quella sancita dall’art. III  del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) scaturito nel 1994 in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Detto articolo impone ai paesi partecipanti di garantire che le merci importate abbiano lo stesso trattamento delle merci nazionali in materia di imposizione fiscale.

In quest’ottica, la border adjustment tax difficilmente potrebbe essere equiparabile ad una imposta indiretta sul consumo (come la nostra Iva), poiché non si applicherebbe su tutti i consumi di beni nel territorio statunitense, bensì solamente sui consumi di beni importati da paesi terzi, determinando quindi un potenziale effetto discriminatorio nei confronti dei produttori esteri, come abbiamo visto vietato dall’art. III del GATT. Quindi per il neo presidente degli Stati Uniti non sarà facile conciliare la sua nuova politica “America first” con le regole attuali del commercio internazionale.

Come si pongono l’Italia e l’Unione europea in questo nuovo contesto? Come noto, la politica relativa agli scambi commerciali internazionali, nonché l’Unione doganale, sono di competenza esclusiva dell’Unione europea, così come stabilito dall’art. 3, comma 1, lettere a), e) del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. In tale ottica, la politica commerciale dell’Unione risente delle differenze tra le varie economie degli Stati membri: lo si è visto anche in occasione delle negoziazioni relative al noto Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), poi di fatto naufragate.

Per quanto riguarda invece l’unione doganale, si è visto nel mio precedente scritto (vedi articolo pubblicato in "Logos" di Maggio 2016) che nonostante vi sia una disciplina doganale in larga parte armonizzata, la sua applicazione in concreto è stata ed è tuttora demandata alle amministrazioni doganali degli Stati membri, le quali adottano approcci assai diversi tra loro, soprattutto in tema di controlli all’importazione. Tuttavia, a ben vedere, anche nell’ambito della disciplina doganale armonizzata esistono delle evidenti lacune.

Si pensi ad esempio al tema a noi tanto caro della tutela del “Made in Italy”. Ebbene, al riguardo gli Stati del Nord Europa si sono sempre dichiarati contrari all’introduzione dell’obbligo di indicazione obbligatoria d’origine “Made in” sui prodotti non alimentari (da tempo invece vigente nelle maggiori economie del mondo, Stati Uniti in testa). Tale lacuna normativa ha determinato l’insorgenza di distorsioni all’interno del mercato comune, poiché vi sono Stati membri come l’Italia (ma non solo) che sono particolarmente sensibili alla tematica dell’etichettatura “Made in”, tanto da aver predisposto un sistema di controlli e sanzionatorio particolarmente robusto (si arriva alla sanzione penale). Dall’altro lato vi sono invece altri Stati dell’Unione con legislazione e soprattutto controlli accomodanti che finiscono per favorire l’introduzione nel mercato comune di prodotti privi di etichettatura ma con richiami ingannevoli ad un’origine di un Paese dell’Ue (come ad esempio l’Italia) in realtà non sussistente. Tale fenomeno è particolarmente evidente nel settore tessile ma non solo. La situazione sopra descritta crea inoltre delle distorsioni nell’ambito del traffico merci che tende evidentemente a convergere verso quei porti situati in Paesi caratterizzati da una normativa e da un assetto di controlli laschi, anziché in porti molto meglio posizionati da un punto di vista geografico ma con controlli più attenti.

Peraltro, nel 2013 la Commissione europea, su impulso soprattutto di Italia e Francia, aveva presentato una proposta di regolamento sulla sicurezza dei prodotti di consumo che all’art. 7 conteneva un obbligo in capo al fabbricante e all’importatore di apporre sul prodotto non alimentare un’indicazione del Paese di origine (“Made in”) determinata secondo le regole del Codice doganale. Tuttavia, ad oggi tale proposta si trova su un binario morto e non è dato sapere se e quando verranno ripresi i lavori per la sua adozione come regolamento dell’Unione.

Sulla base di quanto finora detto, le imprese italiane esportatrici negli Stati Uniti dovranno monitorare con attenzione l’evoluzione della border adjustment tax, in modo da verificare se essa si convertirà in una imposta indiretta sulla falsariga della nostra Iva, oppure in una misura sostanzialmente protezionistica, con tutti i problemi di compatibilità con le regole GATT di cui abbiamo sopra cennato.

Per quanto riguarda invece le tematiche più prettamente doganali, oltre a fare rinvio al mio precedente scritto circa le novità e le opportunità del nuovo Codice, si auspica che l’Italia possa far valere in maniera più incisiva i propri interessi in sede di Consiglio dell’Ue e far adottare il già citato regolamento sull’etichettatura obbligatoria che tanto beneficio apporterebbe alla manifattura di qualità italiana.


fochesatoEnea Fochesato

avvocato in Milano

esperto di diritto doganale