La questione dell'immigrazione secondo San Tommaso d'Aquino - T. D. Williams

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santommasoNella letteratura contemporanea sull’immigrazione c’è la tendenza marcata ad esaminare la questione quasi esclusivamente dalla prospettiva dell’immigrante. Così, si parla molto dei diritti dei migranti, ma relativamente poco del problema dell’immigrazione dalla parte dei popoli che ricevono i migranti o dei loro diritti di “discriminare” nel processo di accoglienza cioè di rifiutare certi immigrati.

Già nel secolo 13º, il grande santo Tommaso D’Aquino offriva un’analisi molto azzeccata e sorprendentemente attuale del problema dell’immigrazione per quanto riguarda la posizione dei paesi destinatari dei flussi migratori, prendendo come punto di riferimento l’atteggiamento del popolo d’Israele come riferito nel Antico Testamento (S.Th. I-II.105.3). La prospettiva dell’Aquinate si incentrava sul rapporto storico che esisteva fra la nazione d’Israele ed i diversi popoli confinanti. Colui che fu proclamato dottore della Chiesa riteneva giusta l’idea di discriminare fra migranti di diversi paesi in base alle conseguenze che poteva produrre la loro accoglienza in Israele. Tommaso notò che gli ebrei non avevano una politica unica riguardo l’accoglienza di migranti, perché ci si poteva aspettare diversi risultati a seconda della provenienza di ciascuno.

Nella prima sezione della seconda parte della sua Summa di Teologia, l’Aquinate si domanda “se i precetti giudiziali relativi agli stranieri fossero ragionevoli”, dopo di che distingue tre occasioni in cui gli ebrei potevano comunicare “in modo pacifico” con gli stranieri. Primo, quando gli stranieri passavano per il loro territorio come viandanti. Secondo, quando essi emigravano in terra straniera, per abitarvi come forestieri. Terzo, quando degli stranieri volevano entrare totalmente nella comunità di Israele e nel loro rito, cioè, quando volevano “integrarsi” pienamente nel popolo d’Israele. Proprio con riguardo a questa ipotesi, “si procedeva con un certo ordine,” sottolinea Tommaso. “Infatti non li si riceveva subito come compatrioti”, scrive il santo, “del resto anche presso alcuni gentili era stabilito che non venissero considerati cittadini se non quelli che lo fossero stati a cominciare dal nonno, o dal bisnonno”.

Con un grande senso pragmatico, Tommaso riconosceva che l’affetto per la propria patria cresce gradualmente e non improvvisamente. Se si fossero ammessi degli stranieri a trattare gli affari della nazione sarebbero potuti sorgere molti pericoli, aggiunge, “poiché gli stranieri, non avendo ancora un amore ben consolidato per il bene pubblico, avrebbero potuto attentare alla nazione”. L’idea di ammettere degli stranieri “a trattare gli affari della nazione” oggi, in uno stato democratico, corrisponde al diritto di votare e di partecipare alla vita politica.

“Quindi la legge stabiliva che si potessero ricevere nella convivenza del popolo alla terza generazione alcuni dei gentili che avevano una certa affinità con gli ebrei, cioè gli Egiziani, presso i quali gli ebrei erano nati e cresciuti, e gli Idumei, figli di Esaù, fratello di Giacobbe” ha scritto. Anche se non ha usato un termine specifico, l’Aquinate parla della capacità d’integrazione degli immigrati, cioè, della idoneità a farsi uno con il popolo in cui pretendevano di entrare. Questa integrazione si agevolava quando c’era già una “certa affinità” con gli ebrei e con la loro cultura.

Ovviamente, ritornando al nostro tempo e facendo il caso dell'Italia, c’è una grossa differenza fra l’integrazione di un immigrato, per esempio, di cultura spagnola e chi arriva da culture molto lontane e talvolta storicamente oppositive. C’è una “affinità” culturale fra popoli di matrice cristiano-occidentale che non si trova con popoli che hanno una visione molto diversa del mondo, della famiglia, dei rapporti interpersonali, della religione e della società.

“Invece alcuni”, dice Tommaso, “come gli Ammoniti e i Moabiti, non potevano mai essere accolti, poiché si erano comportati in maniera ostile. Gli Amaleciti poi, che più avevano avversato gli ebrei, e con i quali essi non avevano alcun rapporto di parentela, erano considerati come nemici perpetui”. Per Tommaso era evidente che l’atteggiamento nei confronti dei diversi popoli riflettesse la loro storia con il popolo d’Israele.

Ai nostri giorni, nonostante il messaggio di Papa Francesco sia rappresentato sui media più per i suoi appelli ad essere aperti verso gli immigrati e a costruire ponti piuttosto che muri, proprio questo Pontefice ha più volte ripetuto la necessità di procedere su questo tema con ordine e con razionalità. Interrogato lo scorso maggio dal settimanale La Croix sulla questione immigrazione in Europa, il Papa ha subito risposto: “È una domanda giusta e responsabile perché non si possono spalancare le porte in modo irrazionale”.

Qui conviene ricordare tre punti sui quali il pontefice ha insistito.

Primo, il diritto di ogni nazione di controllare le proprie frontiere, sia per questioni di sicurezza nazionale sia, più semplicemente, per la necessità di regolare l'immigrazione. In una lunga intervista con il giornale spagnolo El País a gennaio, il Papa ha detto che “ogni paese ha il diritto di controllare i suoi confini, chi entra e chi esce, e i paesi che sono in pericolo—per il terrorismo o cose del genere—hanno più diritto di controllarli maggiormente”.

In questo senso, è molto importante sottolineare la differenza fra l’atteggiamento della singole persone verso il prossimo—sia costui un immigrante o un concittadino— e la responsabilità dell’autorità pubblica che è costituita quale custode della sicurezza e del bene comune del popolo.

Secondo, il Papa ha anche ammonito le nazioni del pericolo di accogliere più immigranti di quanti si possano ragionevolmente integrare. Durante una breve conferenza  stampa sull’aereo papale di ritorno dalla Svezia il novembre scorso, Francesco ha detto che le autorità politiche devono esercitare la prudenza per non accettare troppi migranti. “Il migrante dev’essere trattato con certe regole perché migrare è un diritto ma è un diritto molto regolato”, ha chiarito. Ci vuole, ha proseguito, “anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare”. “E se un Paese ha una capacità di venti, diciamo così, di integrazione, faccia fino a questo. Un altro di più, faccia di più”.

Si può “pagare” politicamente una imprudenza nei calcoli, ha aggiunto, “nel ricevere più di quelli che si possono integrare. Perché, qual è il pericolo quando un rifugiato o un migrante – questo vale per tutti e due – non viene integrato? Si ghettizza, ossia entra in un ghetto. E una cultura che non si sviluppa in rapporto con l’altra cultura, questo è pericoloso”.

E qui c’entra di nuovo il discorso sull’integrazione, che implica una vera affinità fra una persona e la cultura e il popolo di cui vuole entrare a far parte. Non è solo una questione di numeri—anche se questo è di grande importanza, poiché una cultura, di fronte a grandi numeri, si può anche “diluire”—ma pure della predisposizione delle persone che immigrano con il loro bagaglio culturale, religioso, educativo, familiare e politico.

In questo contesto, la questione dell’Islam prende un grande rilievo e non deve essere superficialmente scartata come se si trattasse di “razzismo” o di un qualsiasi pregiudizio confessionale. L’allora Cardinale Joseph Ratzinger, nel suo libro Il Sale della Terra, scrisse che con riguardo all’Islam, molti in Occidente presuppongono “che tutte le religioni siano ovunque strutturate in modo uguale; che esse si adattino tutte a un sistema democratico, con i suoi ordinamenti e i suoi spazi di libertà, garantiti proprio da questi stessi ordinamenti”. “Tutto questo, però, appare in contraddizione con l’essenza stessa dell’islam, che non conosce affatto la separazione tra la sfera politica e quella religiosa, che il cristianesimo portava in sé fin dall’inizio” ha detto. Per Ratzinger, il futuro Papa Benedetto XVI, le democrazie occidentali dovevano studiare bene la vera natura dell’Islam invece di supporre che avesse le stesse nostre concezioni sulla vita. Diversamente dai nostri modelli, l’islam pensa la realtà della vita e della società in maniera assolutamente totalizzante, esso abbraccia tutto e il suo ordinamento della vita è diverso dal nostro, aggiunse.

“Esiste un chiaro assoggettamento della donna all’uomo, come anche un ordinamento del diritto penale e delle relazioni sociali molto rigido e opposto ai nostri moderni concetti di società” scrisse Ratzinger. “Deve esserci chiaro che non si tratta di una confessione come tante altre, e non si inserisce nello spazio di libertà della società pluralistica”. Queste riflessioni offrono molta materia per discutere e incidono molto sulla questione dell’integrazione dei migranti.

Un terzo punto si riferisce alla legalità. Molti riconoscono che gran parte della crisi attuale dei migranti soprattutto in Europa è il problema dell’illegalità o della clandestinità. Anche su questo tema Papa Francesco ha preso una posizione molto chiara. Parlando con immigrati, nel gennaio di quest’anno, ha insistito sull’importanza di rispettare “le leggi e le tradizioni” dei Paesi che accolgono. Un anno prima, in un discorso ai prefetti di diverse città d’Italia, Francesco ha sottolineato l’importanza della legalità nel tema dell’immigrazione.

Riguardo il “movimento migratorio”, ha sottolineato come rivestano una particolare delicatezza le competenze prefettizie in materia di immigrazione. “Esse comportano" ha proseguito, "l’esigenza di individuare nella quotidiana gestione delle situazioni, spesso d’emergenza, quella corretta applicazione delle norme che garantisca, insieme con la fedeltà al dettato della legge e delle altre disposizioni vigenti, lo scrupoloso rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona umana”.

Nelle discussioni contemporanee sul fenomeno dell’immigrazione, ci sono tanti elementi importanti che facilmente vengono dimenticati o semplicemente accantonati. Come in altre situazioni, sia la sapienza di grandi figure del passato quali San Tommaso d’Aquino sia la saggezza di tanti uomini del nostro tempo possono aiutare a chiarire temi difficili che rappresentano vere urgenze. In particolare, le riflessioni dell’Aquinate rivelano che problemi simili esistono da millenni e il fatto di distinguere fra diversi popoli e culture non implica una ingiusta discriminazione né un pregiudizio basato sull’odio, ma piuttosto la capacità e la saggezza di valutare attentamente la realtà in cui viviamo.

 

williamsThomas D. Williams

professore di Filosofia presso l’Università di Saint Thomas - Roma

direttore per l'Italia dell'agenzia di notizie Breitbart