Le comunità intermedie, risorsa per la politica: una lezione dall'Assemblea Costituente - M. Rosboch

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comunitapersoneIl recente dibattito referendario sulla riforma costituzionale ha messo in risalto – fra le altre cose – anche l’importanza dell’articolazione plurale e “federalista” dello Stato, consentendo pure qualche riflessione sul tema delle comunità e dei corpi intermedi. Ho avuto modo di scriverne anche su Logos, a proposito della cosiddetta “disintermediazione”. Al di là delle riflessioni di circostanza, può essere utile riprendere qualche aspetto del tema, anche facendo riferimento ai contributi di alcuni dei “Padri costituenti”, in cui emerge l’importanza del pluralismo istituzionale ed il ruolo dei “corpi intermedi” come elemento portante di un sistema politico equilibrato. Il principio associativo e lo spirito di aggregazione si sono mostrati nel corso della storia come elementi fondativi e “strutturali” della societas; tale indole si è esplicitata soprattutto attraverso la formazione nelle diverse epoche di “comunità” (dal latino communitas), ad indicare l’ambito originario in cui si vive ‘in comune’, individuando così un gruppo di persone accomunate dai medesimi interessi ed ideali; la locuzione “corpo intermedio” sta a rappresentare, invece, secondo una lettura più ‘tecnica’ ogni aggregato che si colloca fra il singolo individuo e lo Stato, nelle sue diverse sue manifestazioni storiche.

Proprio uno sguardo storico può far emergere come il fenomeno comunitario abbia rappresentato il cuore della civiltà medievale ed il fondamento dello stesso ordine giuridico medievale (come ha fatto rilevare con precisione Paolo Grossi); da questo punto di vista l’assenza dello “Stato”, comporta il fatto che l’intera aggregazione politica sia riconducibile al fenomeno – di stampo organicista - delle “comunità”; si fa strada nel corso del medioevo una visione secondo cui la persona risulta nello stesso tempo inserita nell’ambito di diverse “comunità” ciascuna con una propria finalità (terrena o ultraterrena), ma tutte collegate nel più ampio contesto della Respublica cristiana. In tale contesto Chiesa ed Impero rappresentano l’orizzonte ideale ed istituzionale dell’intera società medievale, senza esaurire – peraltro – le forme della socialità che proprio nel periodo medievale tendono a frammentarsi in una pluralità di forme e di appartenenze cetuali, territoriali, religiose e professionali.

Le vicende dell’epoca moderna individuano, invece, una tendenza quasi ‘ineluttabile’ all’erosione delle prerogative delle comunità locali e dei cosiddetti corpi intermedi, che vedono una progressiva limitazione delle proprie prerogative politiche ed istituzionali a favore di quelle del nascente Stato moderno: delle antiche istituzioni comunali vengono abbandonate le prerogative politiche, mentre restano, caratterizzando poi tutto il percorso successivo, quelle propriamente amministrative.

In linea generale pare possibile un’interessante ricostruzione delle vicende giuridiche della modernità proprio secondo l’ottica delle relazioni fra il potere politico e i gruppi intermedi, individuando alcuni punti fermi della generale ostilità dello Stato moderno dal Settecento fino ai suoi sviluppi ottocenteschi nei confronti di esse: una tendenziale esigenza di normalizzazione e di accentramento caratterizza, infatti, le vicende della moderna statualità in una crescente ostilità verso le diverse espressioni del particolarismo territoriale, cetuale, economico e religioso.

La costruzione dello Stato sovrano, sempre più accentrato ed unico protagonista della vita pubblica (fino all’espressione estrema secondo cui “Lo Stato è tutto in tutto”) comporta, evidentemente, il venir meno delle prerogative giuridiche e politiche delle società intermedie; in questo senso si può mettere in evidenza una sorta di rimozione moderna delle comunità intermedie operata proprio dalle nuove entità statuali in nome di affermazioni di principio ed una radicata ripugnanza delle questioni fattuali e concrete.

La crisi della modernità è anche e soprattutto la crisi del rigido modello monistico statuale, insidiato – non senza difficoltà e qualche velleitarismo - dalla riscossa della società civile nelle sue innumerevoli articolazioni politiche, assistenziali, economiche e religiose: è questo il messaggio quasi ‘profetico’ lanciato da Alexis de Tocqueville ne La democrazia in America, nella quale individua proprio nello spirito associativo uno degli antidoti alla degenerazione delle democrazia ed humus per la crescita delle virtù civiche e della partecipazione politica.

Una tale impostazione esplicita, da un punto di vista liberale, un vero e proprio paradigma “personalista”, secondo una prospettiva relazionale, in cui la comunità costituisce il necessario ed insostituibile ambito di sviluppo dell’umana libertà e quindi dell’uomo in tutte le sue dimensioni, pubbliche e private. E’ questo un terreno percorso già dalla fine del secolo XIX (a partire dalla Rerum novarum di Leone XIII) anche dalla dottrina sociale della Chiesa, nel contesto dello sviluppo, da un lato, delle ideologie collettiviste e, dall’altro, dall’individualismo laico.

Figlia della rivoluzione francese è l’idea del “nudo cittadino” (liberato dai lacci e dalle incrostazioni in cui era imbrigliato dal sistema precedente), ora unico destinatario delle leggi, nonché solo protagonista della vita politica, a cui può prendere parte attraverso i nuovi meccanismi di rappresentanza ora individuati al fine di determinare – per quanto possibile – le decisioni statali che lo riguardano.

Passando ora a qualche considerazione circa il dibattito dell’Assemblea Costituente, va osservato che esso non si colloca come discussione teorica, ma ha un preciso riferimento storico: a partire dall’epoca liberale, infatti, a fronte dello scarso riconoscimento istituzionale dell’associazionismo da parte dello Stato Unitario, il mondo delle comunità “associate” si era riorganizzato in nuove e più raffinate forme (come testimoniato dallo sviluppo del movimento sindacale, di quello cooperativo, dal rifiorire delle istituzioni caritative, professionali ed educative anche in forme nuove) che arricchiscono il panorama sociale ben oltre lo schema Stato/cittadino e ben oltre le strettoie giuridiche dell’ordinamento nazionale.

In effetti, il percorso del diritto di associazione si muove costantemente fra l’affermarsi nei fatti delle associazioni (attori principali fra i “corpi intermedi”) come momento inestirpabile di espressione concreta della “socialità” dell’individuo e le esigenze del riconoscimento istituzionale dell’associazionismo, che ne colga e consolidi adeguatamente il ruolo non solamente a livello sociale e fattuale, ma pure giuridico ed economico. Fin dal riconoscimento aristotelico della socialità dell’individuo al “principio associativo” della civitas medievale, il divenire storico della società ha visto – almeno nella sua concezione ideale - pressoché sempre nelle associazioni un motore costante ed essenziale del suo sviluppo.

Nel complesso, il dibattito della Costituente fu segnato proprio dagli interventi di Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti e Aldo Moro, capaci di orientare – a proposito del riconoscimento della centralità delle formazioni sociale – l’intero dibattito, fino alla formulazione e all’approvazione dell’articolo 2. Nello specifico è merito di Giorgio La Pira l’aver elaborato la Relazione della I sottocommissione della “Commissione dei settantacinque”, contenente le linee guida generali dell’intero assetto costituzionale e dedicata ai “Principii”; proprio qui spicca la centralità del riconoscimento del valore delle comunità intermedie quale ambito di effettiva garanzia ed esercizio dei diritti essenziali della persona, non riconosciuti né dalla concezione “atomistica” né in quella “totalitaria”, per cui: “Nell’una concezione e nell’altra non v’è posto per un pluralismo degli ordinamenti sociali che permetta alla persona un graduale e progressivo svolgimento della sua libertà”. Sempre La Pira osserva che: “I diritti essenziali della persona umana non sono rispettati e lo Stato, perciò,  non attua i fini per i quali è costruito – se non sono rispettati i diritti della comunità familiare, della comunità religiosa, della comunità di lavoro, della comunità locale, della comunità nazionale: perché la persona è necessariamente membro di ognuna di queste comunità, e ne possiede lo status: la violazione dei diritti essenziali di queste comunità costituisce una violazione dei diritti essenziali della persona umana ed indebolisce o addirittura rende illusoria quelle affermazioni di libertà, di autonomia e consistenza sociale che sono contenute nelle dichiarazioni dei diritti”.

Dall’impostazione generale, discende poi una proposta di articolato, che si apre proprio con una formulazione del rapporto società-stato-comunità naturali, poi ripresa – nella sostanza ed a seguito di una serie di importanti mediazioni e modifiche – dall’articolo inserito come art. 2 nel testo definitivo della Carta. Altrettanto significativo è stato pure l’ordine del giorno proposto da Giuseppe Dossetti il 9 settembre 1946 nel corso del dibattito sulla Relazione di Giorgio La Pira, a proposito anch’esso dell’opzione personalista, quale carattere fondativo dell’intero ordito costituzionale, da considerarsi alternativa sia all’impostazione individualista (di stampo liberale), sia di quella collettivista (di stampo marxista).

Di estrema importanza risultano anche due interventi di Aldo Moro del marzo del 1947, che consentono di favorire il raggiungimento di un equilibrio verso la formulazione dell’art. 2 della Carta; in particolare egli afferma che: “Sta di fatto che la persona umana, la famiglia, le altre libere formazioni sociali, quando si siano svolte sia pure con il concorso della società, hanno una loro consistenza e non c'è politica di Stato veramente libero e democratico che possa prescindere da questo problema fondamentale e delicatissimo di stabilire, fra le personalità e le formazioni sociali, da un lato, lo Stato dall'altro dei confini, delle zone di rispetto, dei raccordi. Ed io insisto, onorevoli colleghi, su questo punto: quello dei raccordi da stabilire, perché, quando noi parliamo di autonomia della persona umana, evidentemente non pensiamo alla persona isolata nel suo egoismo e chiusa nel suo mondo. Non intendiamo — ritorneremo su questo fra qualche giorno, studiando gli argomenti della famiglia e della scuola — non intendiamo di attribuire ad esse un'autonomia che rappresenti uno splendido isolamento. Vogliamo dei collegamenti, vogliamo che queste realtà convergano, pur nel reciproco rispetto, nella necessaria solidarietà sociale”.

Si tratta di spunti assai attuali e significativi, in un contesto in cui – oltre allo Stato – anche i “tradizionali” corpi intermedi (partiti, sindacati, etc.) soffrono di una crisi di credibilità, mentre emergono nuovi e dinamici “mondi aggregati”, spesso aiutati anche dalle nuove tecnologie e dalle communities virtuali; nell’auspicare per le comunità intermedie forme di autocontrollo interno ed il rispetto delle vere tradizioni e degli interessi plurali da cui sorgono le differenti (e variegate) aggregazioni, al fine di assicurare pure il pieno rispetto dei diritti dei singoli anche all’interno delle compagini comunitarie ed un effettivo contributo allo sviluppo delle diverse personalità.

In linea generale risiede forse proprio in questa attitudine a realizzare e difendere attraverso strutture aperte, dinamiche, comunitarie - senza tralasciare la responsabilità verso l’intera società - una lezione assai utile anche per l’odierna situazione del diritto e della politica nella società tecnologica complessa.

 

rosbochMichele Rosboch

professore associato di storia del diritto italiano

Università di Torino