I costi della Grande Guerra: non solo eroi, anche corrotti e corruttori - S. Sfrecola

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primaguerramondialeDa storico “dilettante” vado da qualche tempo approfondendo alcune tematiche relative alla Grande Guerra. Ne ho fatto oggetto di relazioni e conferenze e mi sono imbattuto in realtà diverse. In particolare mi sono accorto, indugiando tra libri e riviste, che abituati a pensare alla Grande Guerra come ad uno scontro di popoli e di eserciti sullo sfondo di una ridefinizione della geografia dell’Occidente e della mappa delle potenze europee ed a considerare soprattutto l’importanza delle operazioni militari e le gesta di generali e soldati, tendiamo a dare poco rilievo all’economia, cioè ai costi della guerra, alla acquisizione delle risorse necessarie, ai prestiti interni ed internazionali, alle imposte ed alle tasse con le quali è stato alimentato il bilancio dello Stato. E ancora alla regolamentazione dei consumi ed alla disciplina dei prezzi che ha interessato le popolazioni civili, in sostanza alle condizioni di vita di chi non era al fronte ma doveva contribuire, affrontando gravi sacrifici, all’impegno della Nazione in guerra.

La guerra ha avuto costi altissimi, superiori a quelli preventivabili ed inizialmente preventivati sulla base dell’esperienza delle guerre dell’Ottocento, tutte finanziate pressoché esclusivamente con ricorso alle imposte ordinarie ed utilizzando, ove esistente, il bottino conquistato in guerre precedenti. Tuttavia non sono solamente questi i costi finanziari. Perché vanno considerate in primo luogo le perdite umane, ingentissime, ed i connessi oneri per l’assistenza degli invalidi, degli orfani e delle vedove, gli oneri per la ricostruzione delle infrastrutture viarie, ferroviarie e portuali, distrutte dalle operazioni militari, la riconversione dell’industria bellica. Per non dire del disagio e dei disordini sociali dovuti alle rivendicazioni di chi, impegnato al fronte, ha perduto le attività professionali coltivate con personale sacrificio, ma anche di coloro che, impegnati nelle fabbriche, a guerra finita nella fase di riconversione delle industrie belliche hanno perduto il lavoro. Tutte situazioni che hanno pesato molto sulla ripresa dell’economia.

Ogni calcolo è, dunque, necessariamente parziale ed inadeguato, come dimostra la varietà delle cifre che si leggono nei libri, anche perché i costi globali della guerra vanno depurati degli oneri ordinari, quelli che lo Stato avrebbe comunque dovuto sostenere anche in tempo di pace. Non tutti i costi, inoltre, sono stati registrati nelle contabilità dello Stato e degli enti pubblici.

Accanto ai costi “ordinari”, ingenti ma legittimamente pagati, vanno calcolati quelli conseguenti agli illeciti che come sempre, e dovunque, sia pure in misura diversa, hanno soddisfatto interessi privati indebiti, a cominciare da quelli della grande industria, in particolare la metalmeccanica, impegnata nelle forniture militari, interessi che hanno consentito guadagni colossali, un affare per diverse categorie di imprenditori. Guadagni andati spesso oltre il dovuto, essendosi instaurato un meccanismo di “corruzione sistemica in grado di pompare dallo Stato risorse insperate attraverso merce non consegnata, ma fatturata; merce avariata o scadente; merce pagata più volte; merce pagata tre o quattro volte il valore di mercato” (V. Gigante – L. Kocci – S. Tanzarella, La grande menzogna, Il Giornale – Biblioteca storica, 2015, 36). È stato accertato, infatti, che sul debito prodotto dai costi della guerra, che penserà per decenni sulla vita della Nazione, molto ha influito la corruzione, per la quantità di denaro che ha mosso, lucrando sul bilancio dello Stato, e per il discredito che ha gettato sull'Amministrazione civile e militare e sul mondo imprenditoriale per le persone coinvolte, ministeriali, politici, militari e industriali. “Si può dire che non vi fu nella vita dell’Italia un fenomeno corruttivo di pari dimensioni se non forse per la ricostruzione del terremoto dell’Irpinia 1980” (Ivi).

Inoltre, finita la guerra, la vittoria ed il successivo cambio di regime hanno messo la sordina su questi scandali, sicché ne è rimasta poca traccia nella memoria nazionale, nonostante alla fine del conflitto siano state avviate indagini che portarono alla costituzione di una “specifica commissione parlamentare d’inchiesta che, pur tra difficoltà e resistenze, recuperò una quantità di materiali, prove e testimonianze che resero incontrovertibile la realtà: non ci fu quasi fornitura che non fosse stata sottoposta al fenomeno corruttivo” (Ivi).

Il coinvolgimento negli illeciti di vasti settori dell’amministrazione civile e militare rese difficile l’avvio delle indagini sì che il materiale raccolto è rimasto per molto tempo accantonato. Soltanto all’inizio degli anni ‘90 raccolto, catalogato e inventariato ha dato luogo al primo studio complessivo su una selezione del materiale disponibile sulla base di un lavoro pubblicato dalla Camera dei deputati (C. Crocella – F. Mazzonis (a cura di), L’inchiesta parlamentare sulle spese di guerra (1920-1923), vol. I-III, Camera dei deputati, Roma 2002). È solo uno stralcio del grande materiale disponibile ma già questa selezione offre un’idea della spaventosa capacità di penetrazione della corruzione e del danno provocato al bilancio dello Stato. Significativi, al riguardo, alcuni passaggi del famoso discorso del 12 ottobre 1919 con il quale Giovanni Giolitti, parlando a Dronero, si era impegnato ad affrontare il problema. A cominciare dai costi della guerra e dal valore economico delle vittime. “Valutando a solo lire mille il prodotto annuo del lavoro di un uomo nel pieno del suo vigore – è il giudizio dello statista piemontese - un milione di morti o inabilitati rappresenta per la nazione la perdita di un miliardo all’anno. Vengono in seguito i debiti verso l’estero, che ammontano a più di 20 miliardi e che rappresentano un corrispondente impoverimento del Paese; il valore del materiale bellico consumato, armi, munizioni, vestiario, approvvigionamenti automobili, cavalli, materiale sanitario ecc.; il valore degli impianti per industria di guerra non utilizzabili per industrie di pace; le distruzioni nelle province invase dal nemico e nei paesi vicini al fronte guerra; la distruzione di oltre la metà della marina mercantile; la rovina del materiale ferroviario, l’abbandono e la cattiva coltivazione di terre per mancanza di braccia; le perdite derivanti dal mancato lavoro di cinque milioni di uomini per quattro anni; la riduzione del patrimonio zootecnico a circa la metà; la grande diminuzione del patrimonio forestale; la scomparsa quasi totale di importazione d’oro da parte dei forestieri ed migranti, il disastroso rialzo del costo della vita in conseguenza della mancata produzione e della svalutazione della moneta. Non è possibile valutare neanche approssimativamente la somma che tali danni rappresentano” (Discorso di S.E. Giovanni Giolitti pronunciato in Dronero il 12 ottobre 1919 agli elettori della provincia di Cuneo, Topografia Artale, Torino, 19191, 13-14).

Tutto questo va aggiunto al costo per la finanza dello Stato che si legge nell’esposizione fatta dal Ministro del Tesoro alla Camera dei deputati il 10 luglio 1919. Cifre di tutto rispetto, le quali segnalano che al 31 maggio 1919 i debiti contratti per la guerra ammontavano a 64.166 milioni; a questi vanno aggiunti 8.378 milioni per le spese di guerra dell’esercizio 1919-20 ed ancora 6 miliardi di debiti che il governo prevede di dover contrarre all’estero per gli approvvigionamenti nel corrente esercizio (1919) sicché, spiega Giolitti a commento di quelle cifre, nei 12 mesi dal 1 luglio 1919 al 30 giugno 1920, cioè in un esercizio finanziario cominciato sette mesi dopo la firma dell’armistizio, “noi dobbiamo ancora fare 17.000 milioni di debiti. Il debito contratto per la guerra salirà quindi alla fine dell’esercizio corrente a circa 81 miliardi, ai quali si aggiungeranno poi, negli esercizi seguenti, i debiti che si dovessero contrarre per coprire i disavanzi finché si sia raggiunto il pareggio del bilancio” (Ivi, 14-15).

Prima della guerra il nostro debito pubblico era di circa 13 miliardi: dunque l’Italia alla fine del 1919 ha un debito di 94 miliardi. Con la precisazione che i 13 miliardi del debito pregresso comprendevano i debiti lasciati dagli stati preunitari e tutti i debiti contratti dal regno d’Italia dal 1860 al 1914: per l’impianto del nuovo Stato italiano, per le guerre del 1866, dell’Eritrea, della Libia, per costruire ferrovie e le altre opere pubbliche, e per coprire i disavanzi di quei 54 anni. Insomma la Grande Guerra da sola lascia un debito oltre sei volte superiore alla somma dei debiti accumulati in un secolo da tutti i governi d’Italia.

Torniamo alla corruzione, a quella “crudele e delittuosa avidità di denaro – sono ancora parole di Giolitti - che spinse uomini già ricchi a frodare lo Stato imponendo prezzi iniqui per ciò che era indispensabile alla difesa del paese; a ingannare sulla qualità e quantità delle forniture con danno dei combattenti; e a giunger fino all’infamia di fornire al nemico le materie che gli occorrevano per abbattere il nostro esercito. La Camera nuova sentirà certamente la voce del Paese, che reclama giustizia” (Ivi, 21-22). Tornato al governo il 24 giugno 1920 Giolitti presenta un disegno di legge che istituisce la Commissione parlamentare d’inchiesta per le spese di guerra. L’iter parlamentare sarà breve ma si cercherà con ogni mezzo di limitarne i compiti e, pur tuttavia, avrà come scopi l’accertamento degli oneri finanziari sostenuti dallo Stato per le spese di guerra, come essi siano stati erogati quanto il tutto sia stato legittimo, quali siano state le responsabilità morali, politiche, amministrative e politiche. Il lavoro della Commissione sarà complesso e tormentato. Molte le resistenze, “al limite del boicottaggio, costituirono un ostacolo oggettivo spesso insormontabile. Il fatto apparve ancora più grave quando la Commissione parlamentare cercò di comprendere quante commissioni ministeriali fossero state costituite e avessero funzionato appena prima, durante gli anni di guerra e subito dopo. I risultati furono impressionati: i ministeri ne dichiaravano complessivamente 90 e la Commissione parlamentare ne scoprì 297. In questa incertezza fu impossibile stabilire quanto fossero costate le medaglie di presenza per i funzionari che vi facevano parte, tuttavia si riuscì a ricostruire che 100 di queste commissioni erano costate appena 80 milioni e mezzo di lire. Per i funzionari ministeriali e per i consulenti le commissioni rappresentarono l’Eldorado nel quale le loro competenze e compresenze erano infinite” (V. Gigante, cit., 41).

Si legge nella relazione generale della Commissione d’inchiesta: “ Vi sono funzionari che fanno parte di tante e svariate e tra loro disparate commissioni che solo se fossero onniscienti, e solo se potessero disporre di un tempo dieci volte maggiore di quello che è a disposizione di ogni mortale potrebbero attender con coscienza agli incarichi assunti. Vi sono commissioni la cui inutilità sorge dalla loro stessa denominazione e la cui efficienza induce semplicemente al riso” (Relazione generale, 37). Un commento: “il proliferare di inutili e costose commissioni mostra la farraginosità della burocrazia della Pubblica amministrazione e ne segna anche la vulnerabilità, dalla negligenza degli omessi controlli fino alla conclamata corruzione” (V. Gigante, cit. 42).

Emerge un quadro impietoso – è il commento -, in base al quale la cupidigia e la spregiudicatezza di tanti imprenditori e intermediari privati coinvolti (le cui innegabili responsabilità, con buona pace della Confindustria e dei suoi difensori e sostenitori, ben risaltano di volta in volta nelle indagini sui singoli contratti) poterono incontrare il successo auspicato grazie alla connivenza di gran parte dei responsabili delle pubbliche amministrazioni (senza tanto distinguere tra politici e funzionari) a sua volta resa possibile da strutturali carenze organizzative (aggravate dal venir meno delle norme di controllo contabile)” (F. Mazzonis, Un dramma borghese. Storia della Commissione parlamentare d’inchiesta, in C. Crocella – F. Mazzonis (a cura di) L’inchiesta, cit., 225). Da notare il “venir meno del controllo contabile”, la deroga utilizzata in tutte le emergenze, ancora di recente dalla Protezione civile in caso di calamità naturali e di “grandi eventi”, la porta aperta per ogni possibile illecito.

Corruzione, improvvisazione, imperizia. Le vicende iniziano nel 1914 con i primi approvvigionamenti di materiali. Un caso emblematico è quello di muli e cavalli sul mercato degli Stati Uniti. Gli ufficiali incaricati si recano in America, i più non conoscono la lingua inglese e in ogni caso non sono in grado di leggere e capire contratti e clausole. Gli incaricati decidono di non appoggiarsi all’Ambasciata italiana ma di muoversi autonomamente. Ricorrono a mediatori e a sensali italoamericani di dubbia moralità di cui diversi appartenenti della criminalità. I risultati sono disastrosi. Prima della partenza, a causa del mancato acclimatamento, più della metà dei cavalli muore. Sopravvivono cavalli bolsi e vecchi, fisicamente inadatti all’uso militare. Le navi utilizzate per il trasporto erano inadeguate, spesso vecchi rottami, come nel caso della Evelyn che si incaglia nei fondali dell’Oceano Atlantico e che per disincagliarsi sacrifica 900 cavalli, gettati a mare. In generale emerge un sistema di tangenti e di corruzione nel quale sono coinvolti numerosi ufficiali impegnati nella “Rimonta”, con un danno rilevantissimo: cavalli pagati molto di più del prezzo di mercato, di qualità scadente, spediti in Italia senza precauzioni e cura.

Un caso di incompetenza, superficialità e piccola corruzione rispetto a quanto emerso in Commissione a proposito dei grandi giganti dell’industria italiana, l’Ilva e l’Ansaldo. La prima imponeva i pezzi che desiderava e, libera dalla concorrenza straniera, sia era impegnata in una estesa campagna di finanziamento di giornali e talvolta di acquisto degli stessi. L’impegno economico aveva scopi strategici, capaci di garantire di fatto il pieno controllo dei mezzi di informazione. L’elenco dei giornali finanziati è impressionate: 221 testate nazionali, locali e straniere con contributi in due anni dalla fine del 1917 e la fine del 1919 di ben 4 miliardi.

Si legge nella relazione finale della Commissione: “l’acquisizione delle azioni delle società editrici di molti giornali, nelle diverse città d’Italia non fu certamente compiuta per collocare in imprese redditizie dei milioni rimasti inoperosi ed infruttuosi nelle casse dell’Ilva: bisognava aumentare intorno alla società, che viveva e prosperava a spese dello Stato, il coro delle voci dei grandi giornali ed il plauso compiacente dei piccoli, della platea. Bisognava, mediante la sapiente propaganda giornalistica, persuadere l’opinione pubblica del paese che la siderurgia è un dono offerto dalla provvidenza alla nostra vita nazionale; prepararla a batter le mani alla scandalosa liquidazione che si sperava per i contratti di guerra; indurla ad approvare quei governi che si apprestassero a mantenere e anche ad aumentare il presidio della protezione doganale e il privilegio delle commesse di favore. Bisognava inoltre assicurare a uomini politici amici la difesa di grandi organi della stampa, imporsi a quegli avversari o tepidamente favorevoli con la minacciosa ostilità dei giornali importanti” (I rapporti dello Stato con la società Ilva, in Camera dei deputati, Atti parlamentari, XXI, Relazioni della Commissione parlamentare delle spese di guerra, 233). È in questo contesto di sovraesposizione mediatica che l’Ilva avanza richieste di liquidazione di pagamenti infondati o irregolari. A guerra finita lo Stato, che pure era in credito, si sentì richiedere ben 131 milioni. E non è stato un caso isolato. “Disorganizzazione, incompetenza, negligenza” in ogni settore. Anche l’Ansaldo non fu estranea ad illeciti. In particolare avendo venduto le stesse armi (cannoni) due volte. Fu per “pura distrazione”, si disse, e la società ammise la frode e restituì 9 milioni di lire.

Anche nel settore aeronautico ci furono “irregolarità”, sia per la Caproni che per la Fiat. La prima ricevette somme per aerei mai consegnati, la seconda ebbe somme per aerei inadatti al volo ma regolarmente pagati. Anche in materia di forniture si ebbero sprechi e illeciti, come nell’acquisto di trattori, vecchi rottami inadatti ai terreni italiani. Scadenti erano le scarpe, il vestiario, le coperte, inservibili e pagate a caro prezzo. Un caso emblematico quello del panno grigioverde che avrebbe dovuto avere caratteristiche idrorepellenti. Invece il tessuto era scadente e si imbeveva di acqua.

Insomma la corruzione dilagò sovrana. Ma come spesso accade in Italia e, in quel periodo, forse per non oscurare l’immagine dell’Amministrazione civile e militare e per non coinvolgere personalità vicine al governo si rinviò tutto. Neppure Mussolini mandò avanti la Commissione d’inchiesta. Forse alcuni degli industriali coinvolti avevano finanziato il suo movimento. Insomma si fece di tutto perché non venisse alla luce “quel mondo di vaste e ramificate collusioni e di giganteschi sperperi in cui sono state ampiamente coinvolte fette consistenti delle classi dirigenti e della pubblica amministrazione (compresi i militari)” (F. Mazzonis, Un dramma borgheseStoria, cit., 2094).

Una storia ignobile, accanto ad eroismi ed a sacrifici inenarrabili di quanti nelle trincee combatterono per l’onore della Patria e della bandiera, bagnati fino all’osso perché qualcuno aveva fornito panno grigioverde inadatto e qualche altro aveva chiuso un occhio e pagato somme non dovute, certamente intascando una ricca “provvigione”.

sfrecolaSalvatore Sfrecola

avvocato, già presidente di sezione della Corte dei Conti

già presidente dell’Unione Nazionale Magistrati Contabili