Convegno "Tra sovranità e globalizzazione" - Torniamo al trattato - Intervento di Giulio Tremonti

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europacartinaSi confrontano oggi tre diverse idee d’Europa:

a) quella di Venezia e Messina prima, poi di Roma;

b) quella di Ventotene;

c) quella di Bruxelles.

1. La prima idea di Europa, quella di Venezia e Messina prima, poi di Roma. Sul Trattato di Roma si possono oggi formulare due determinazioni sintetiche essenziali: la prima sulla sua base politica; la seconda sulla sua architettura istituzionale.

Nei termini che seguono:

a) la base politica. Dall’antica Grecia al Medioevo arrivando infine all’età moderna, l’idea di Europa è stata essenzialmente mitica, poetica, per certi versi anche empirica. Diventa una idea politica solo nel periodo tra le due guerre, ma qui solo nel circuito delle “élites”. E’ un’idea che progredisce e si sviluppa in una dimensione compiutamente politica solo dopo la seconda guerra mondiale. E ciò per una ragione ed in una forma essenziale: per la prima volta, in Europa, il Trattato univa le “élites” con i popoli. Non le une senza gli altri. E viceversa.

Ed è proprio in questi termini che si intende lo spirito del Trattato: in campo non c’erano infatti solo le “élites”, con le loro idee di comunità europea, ma anche gli Stati nazionali che - questo era a tutti ben chiaro - solo questi, con i loro governi democratici, avevano la forza necessaria per guidare e garantire i popoli, così a pieno titolo coinvolgendoli nel progetto. E’ per questa ragione che il disegno politico dell’Europa parte dagli Stati nazionali, non li salta e non ne prescinde!

b) e poi l’architettura istituzionale. Tutto quanto sopra si riflette nell’architettura istituzionale del Trattato di Roma, scritto e sviluppato su base “confederale”, nella forma di un Trattato tra Stati nazionali che:

- conservano la loro sovranità originaria;

- devolvono verso l’alto solo quanto si considera necessario per realizzare (oltre alla “Comunità europea dell’energia atomica”) la “Comunità economica europea”.

E per questo, e non per caso, la logica politica che ispira il Trattato combinava insieme il principio di sovranità con il criterio della sussidiarietà. Dato il fine di creare il MEC, sopra si faceva solo quello che si considerava necessario e sufficiente per integrarlo. Il resto restava a pieno titolo nella sovranità legislativa nazionale. Essenzialmente, per creare il MEC, si eliminavano i dazi e le quote interni al continente europeo e le imposte indirette sugli scambi. Si prevedeva certo anche il “riavvicinamento delle legislazioni”, ma solo in forma convenzionale e graduale e comunque dal basso e non dall’alto. E volontariamente, non coattivamente. Come è invece ed all’opposto oggi, con la cosiddetta “armonizzazione” europea.

2. La seconda idea di Europa è quella di Ventotene.

Il “Manifesto di Ventotene”, certo nobile pur se iperbolico, era tutto basato sulla “linea di divisione” tracciata tra “reazionari” e “progressisti”. Questi, i progressisti, gli unici ritenuti capaci, ed il disegno federalista, l’unico ritenuto capace di garantire libertà democrazia e giustizia, altrimenti minacciate proprio dalla permanenza degli Stati nazionali. La storia e la realtà dei successivi decenni hanno dimostrato il contrario. Pur nel “continuum” dell’esistenza degli Stati nazionali, e pur senza il federalismo di Ventotene, abbiamo comunque avuto in Europa, e da allora fino ad ora, un sufficiente grado di libertà, di democrazia, di giustizia!

Nel tracciare quella “linea di divisione” non si era in realtà compreso che la guerra europea, una volta finita, non sarebbe comunque continuata, neppure con altri mezzi. In ogni caso, se pure astratto, quello “federalista” era ed è comunque un disegno democratico. Tanto che nel 1989 fu, e con successo, sottoposto in Italia ad un referendum popolare.

Un referendum che, se pur basato su di una apposita legge costituzionale, fu considerato conforme al sistema della nostra Costituzione, ed in specie non in contrasto con il divieto di referendum disposto in generale in materia internazionale dall’art. 75 secondo comma, della Costituzione.

Perché oggi, come fu allora, non si ha il coraggio di fare un referendum popolare sull’Europa? Non è che il referendum è democratico, se piace alle “élites”; è invece demoniaco, se non ne incontra il gradimento!

3. La terza idea di Europa è infine quella di Bruxelles. L’Europa di mezzo.

L’Europa di Bruxelles, come si è via via sviluppata tra la fine degli anni ’80 ed il principio degli anni ’90, ha in realtà ribaltato l’architettura basica del Trattato di Roma. E’ così che, ruotando intorno al cosiddetto “Atto unico”, l’Europa di Bruxelles ha via via preso la forma assurda di una piramide rovesciata, costruita con le tecniche paracostituzionali dell’eccesso di potere e del deficit di democrazia. Un meccanismo che ha via via destrutturato e sostituito tanto il potere dei governi quanto la volontà dei popoli.

Tutto ciò è stato fatto e continua ad essere fatto da quando a Bruxelles si è aperto un doppio cantiere: un cantiere di distruzione con a fianco un cantiere di costruzione. Un’opera politica che si è sviluppata lavorando tanto “Europa su Europa”, quanto – si era al principio della “globalizzazione” - cercando di rapportare l’Europa con il resto del mondo.

Nei seguenti termini:

a) il lavoro fatto “Europa su Europa”.

Nella storia le regole marcano sempre il rapporto tra il potere e le persone.

Se no, perché si farebbero le regole, se non appunto per esercitare il potere?

Ebbene, nel solo 2015 la regolamentazione europea è stata lunga 151 chilometri lineari; estesa su più di 30.000 pagine di Gazzetta Ufficiale Europea. Regole su tutto e dappertutto. Prima, solo le regole davvero necessarie per integrare il mercato comune. Poi, a partire dal brodo primordiale dell’agricoltura, regole che, pur restando nel campo economico, andavano palesemente oltre il necessario, come applicazione di un superiore grado di zelo armonizzatore.

Tra l’altro, per effetto del sovraccarico di regole, si creava nel mercato, al posto di un beneficio, un maleficio seriale, questo evidente nella progressiva riduzione della libertà economica, in specie spiazzando e discriminando regressivamente le minori attività economiche.

Infine, regole che varcavano il confine dell’economia, per entrare nella “vita degli altri”, da un lato rimuovendo il passato, i vecchi usi e costumi, ritenuti anche questi un ostacolo rispetto allo sviluppo del mercato; dall’altro lato, dando forma e sostanza al più elevato standard di vita che, per l’“homo europaeus”, ideologicamente si aveva in mente a Bruxelles.

In sintesi, un cantiere insieme di demolizione del passato e di costruzione in divenire della società futura, pensata come una “societas perfecta”. Naturalmente regole sempre “benevole”, perché soprattutto le “élites” conoscono e vogliono il bene degli altri! Ed è anche questo che spiega (molto) del decrescente affetto che i popoli riservano a questa Europa, con la sua “ubris”, con la sua verticale vertigine di potere, su tutto e su tutti;

c) e poi il rapporto dell’Europa con il nuovo mondo “globale” che aveva inizio.

Al principio Bruxelles ha giustificato e fondato la pretesa di estensione del suo potere presentandosi come ente superiore agli Stati nazionali e per questo l’unico capace di agire, nell’interesse di tutti, sulla nuova scala globale. Ma, in realtà, Bruxelles ha mancato questo obiettivo.

Da un lato – come vedremo - non ha né compreso né gestito ciò che stava arrivando: gli squilibri che la furia di una “globalizzazione” forzata sui metodi e nei tempi stava creando e portando in Europa. Dall’altro lato, per inerzia ha però seguitato imperterrita in una sempre più odiosa ed impopolare ed infine grottesca ossessione per i “de minimis”.

In sintesi, e quasi per beffa e del tutto paradossalmente, Bruxelles non ha fatto quello che doveva fare, ma ha fatto quello che non doveva fare. Artefice e vittima di sé stessa, questa Europa non solo non ha capito e gestito quanto avveniva al suo interno, ma neppure quello che veniva da fuori.

4. In particolare, negli ultimi 25 anni si sono infatti abbattuti da fuori sull’Europa, o sono stati creati in Europa, tuttavia senza essere compresi o gestiti nella loro portata storica e nel loro sviluppo drammatico, 4 fenomeni, ciascuno da solo capace di produrre effetti ad alta e spesso drammatica intensità, ma tutti insieme ed in sequenza, uno dopo l’altro e comunque in combinazione, effetti di implosione o di esplosione:

l’allargamento;

la globalizzazione;

l’euro;

la crisi.

5. E non solo! La storia, che avrebbe dovuto essere finita, è invece tornata e si è rimessa in cammino. Il 17 novembre scorso, a Berlino, il Presidente Obama, parlando del risultato delle elezioni americane ha giustamente detto: non è l’Apocalisse, non è la fine del mondo. Certo, ma è la fine di un mondo. E ciò è sempre più evidente nel voto dei popoli che ha via via eroso, sta erodendo, il terreno su cui è stata costruita la cattedrale “ideologica” della globalizzazione, il tempio di nuova utopia.

Ovvero, una nuova religione pagana che vedeva nell’avvio della globalizzazione l’“anno zero” dell’umanità:

- con la cancellazione del passato, delle tradizioni, degli usi, dei costumi, dei vecchi orizzonti mentali;

- con la produzione dell’“uomo nuovo”, dentro la culla del nuovo materialismo consumistico.

Un nuovo tipo antropologico: dentro il “mercato unico”, l’uomo a taglia unica” ed a “pensiero unico”. Un tipo umano che, nello schema di una nuova ingegneria sociale, non solo consuma per esistere, ma esiste per consumare e pensa come consuma e consuma come pensa;

- infine con la creazione di un “mondo nuovo”, dove la democrazia, come un “Mc Donald”, si può esportare come un prodotto istantaneo. Naturalmente per il bene dell’umanità. Come in Siria.

6. Una cattedrale che non c’era solo in America. Una cattedrale che, si è visto sopra, aveva una succursale anche in Europa, a Bruxelles. Ed è anche questa che qui sta venendo giù. Questo lo sanno, lo sentono anche gli “statisti” che a Roma hanno celebrato il Trattato.

Sessant'anni fa la firma del Trattato è stata preceduta dall’invocazione: “che Iddio illumini o signori le vostre menti”. La luce, accesa 60 anni fa, si è spenta: anime morte che tra di loro danzano al ritmo circolare di una spenta retorica. Troppo simili, nel loro vuoto galateo, ai nobili dell’“Antico Regime”, come erano ancora nel ‘700. Quella che Monti ha definito come “una cerchia di integrazione”, che dovrebbe avere nel nostro capo di governo il suo “padre spirituale”. Quelli per cui la Mogherini ha detto: “la nostra salute fisica è perfetta, ma siamo labili di nervi”. Appunto! Come nominare Schettino ufficiale di rotta o Nerone capo dei pompieri. Forse quella del Campidoglio è una “élite”, ma con un meccano mentale ormai arrugginito e senza popoli e senza capacità di convincerli e di guidarli.

7. Eppure c’è una alternativa, rispetto a questa Europa di mezzo, che ha i difetti di una mezza Unione, senza gli antichi valori democratici che sono invece ancora propri degli Stati nazione. Ma è una alternativa che va costruita. E non è facile, in Italia, costruirla perché per Costituzione, per sottomissione, per spoliazione, l’Italia ha perso molte quote della sua propria ed originaria sovranità.

In specie l’Italia:

- ha perso sovranità per Costituzione, con la sinistra che nel 2000-2001 ha introdotto in Costituzione i “vincoli” europei: il primato dell’Europa sui nostri principi e sui nostri valori costituzionali;

- ha perso sovranità per interessata sottomissione allo straniero, con Monti e mandanti;

- ha perso sovranità per spoliazione economica, con Renzi che, per tre anni, ha scambiato il consenso mediatico quasi totalitario riservato al suo governo con il consenso da questo prestato alla nostra spoliazione industriale, mai intesa come è stata nel suo triennio.

8. Oggi, se per noi c’è un futuro, non è nel tentativo di “restyling” degli acronimi europei: ESM, EFM, BRRD, MPL ,AQR, etc. La prospettiva è invece un mondo nuovo e diverso che si può aprire davanti a noi, rialzando la bandiera dell’orgoglio e dell’onore sovrano, realizzando un’idea che è insieme vecchissima e nuovissima: l’idea di tornare ad una “Confederazione tra Stati sovrani”.

9. “La patria moderna dev’essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione d’interessi non vi si possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l’Europa. La propria nazione, coi suoi confini segnati dalla natura, è la società che ci conviene. E concludo che senza amor nazionale non si dà virtù grande”.

Questo non è un “populista”: è Giacomo Leopardi.


tremontiGiulio Tremonti

Senatore della Repubblica