Per una internazionale "sovranista" - G. Valditara

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italiarussiabandierineNota: testo dell’intervento in occasione dell'incontro fra Logos e alcuni esponenti dell'area conservatrice europea e russa (organizzato dal Partiya Dela - Partito della z Azione).

È con particolare piacere che partecipo a un incontro che intende promuovere il dialogo culturale fra intellettuali russi ed europei sui temi della sovranità, della identità e del "conservatorismo". Non posso non ricordare come all'indomani della caduta di Costantinopoli l'aquila romana sia stata portata a Mosca, che per questo rivendicò il ruolo di terza Roma. Czar è non a caso niente altro che una derivazione da Caesar. Per questo anche la Russia, conformemente al disegno di suoi grandi imperatori ed imperatrici, Pietro e Caterina, innanzitutto, è per me Occidente.

È fra gli obiettivi di Logos la costruzione di una rete internazionale fra culture che si riconoscano in quella che definisco "rivoluzione sovranista".

Il tema non può prescindere da un riferimento alla globalizzazione. Voglio peraltro qui subito osservare che la globalizzazione è un fenomeno economico, come tale è oggettivo. È come gli effetti indotti dal telaio meccanico e dalla macchina a vapore. Sarebbe antistorico e irrealistico opporvisi. Come tutti i processi economici, anche la globalizzazione può essere governata ovvero subita, le acque impetuose della globalizzazione possono essere indirizzate in un placido e utile canale, ovvero lasciate scatenarsi in rapide travolgenti e dannose. Ci sono dunque due contrapposte posizioni: quella dei globalisti /cosmopoliti/"progressisti", che trasformano un fenomeno economico in un mito ideologico e quella dei sovranisti/identitari/"conservatori", che rivendicano il primato e la centralità della persona, dei suoi problemi, delle sue aspirazioni, dei suoi bisogni.

Preciserò subito che accetto il termine "conservatore" solo nel senso di conservazione di valori fondamentali tipici di una civiltà. In realtà si tratta dello scontro fra una visione oligarchica ed elitaria, che si poggia su una nuova religione dei diritti ed una visione autenticamente democratica, che raccoglie e fa propria la sofferenza di un ceto medio sempre più impoverito, un tempo spina dorsale dello Stato.

Ai tradizionali diritti dell'uomo (vita, libertà, proprietà, sicurezza), affermati e rivendicati nella storia occidentale contro ogni tirannia, si è andata affiancando negli ultimi decenni una pluralità di diritti "nuovi": si arriva oggi persino a sostenere un diritto umano ad immigrare a spregio della sovranità del popolo, della sovranità di uno Stato, e degli interessi dei suoi cittadini.

Un caratteristico baluardo della oligarchia è per esempio l'attuale modello di Unione Europea, che ha disatteso il disegno dei suoi padri fondatori per dare vita ad un sistema accentrato, burocratico e dirigista, scarsamente democratico. Un esempio paradigmatico di un organismo che diminuisce gli spazi democratici e rappresenta un pensiero oligarchico, presentandosi nel contempo come vestale della nuova religione dei diritti, è certamente la Corte di Giustizia europea, che non solo non è rappresentativa, ma è anche irresponsabile, non è soggetta al controllo di alcuna autorità e nel contempo pretende di creare un diritto giurisprudenziale capace di condurre alla disapplicazione di quello legislativo vigente nei singoli Stati.

Un esempio paradigmatico è la sentenza El Dridi che ha comportato la disapplicazione di una norma italiana in materia di punibilità, con pena detentiva, dello straniero che, riconosciuto irregolarmente presente sul territorio italiano, non abbia ottemperato all'ordine di espulsione dell'autorità.

Si arriva dunque a mettere in crisi il ruolo dei Parlamenti, e persino il ruolo stesso dello Stato che venne invece concepito per svolgere innanzitutto due funzioni fondamentali: la difesa verso l'esterno e l'ordine interno.

Il cosmopolitismo antiidentitario trova legittimazione in un certo pensiero "progressista". A iniziare dalla cultura, si va sempre più diffondendo l'idea che il "proprio" dell'Europa sia di non avere un "proprio", come sosteneva Ulrich Beck. Scrive Alain Badiou: "Che gli stranieri ci insegnino a diventare stranieri a noi stessi, a progettarci fuori di noi, tanto da non rimanere prigionieri di questa lunga storia occidentale che volge al termine". Gli fa eco il ministro della Immigrazione francese Éric Besson: "La Francia non è né un popolo, né una lingua, né un territorio, è un agglomerato di popoli che vogliono vivere insieme". Si afferma quello che Roger Scruton ha definito la "oicofobia", il bisogno irrefrenabile di denigrare usi, costumi, cultura e istituzioni che siano tipicamente "nostri". Si contesta l'idea stessa di identità, auspicandosi una società liquida senza radici e senza passato.

La battaglia del globalismo si incentra oggi innanzitutto sul tema della immigrazione. Essenzialmente per quattro motivi: 1) l'immigrazione è il simbolo di un mondo senza confini, di un internazionalismo che vede nel fenomeno identitario e nazionale un nemico culturale; 2) come già intuiva Lenin, l'immigrazione serve a mettere in crisi un certo modello di società, dunque anche a far saltare alcuni suoi valori di riferimento; 3) come osservava Carlo Marx a proposito della immigrazione irlandese in Inghilterra e come riconoscono recenti studi economici, la immigrazione contribuisce a non far crescere i salari, specialmente di lavoratori con media e bassa qualificazione. Quando il presidente di Bundesbank affermò nel 2015 che l'immigrazione avrebbe consentito alla Germania di rimanere ancora a lungo competitiva sul mercato del lavoro, riconobbe esplicitamente il motivo dell'interesse a importare manodopera da Paesi dove i salari medi oscillano fra i 50 e i 200 dollari al mese; 4) l'immigrazione serve inoltre ad aumentare la platea dei consumatori all'interno di quella "società liquida", ben descritta da Bauman, che necessita di sempre maggiore domanda di beni e servizi. La saldatura del pensiero laburista e del pensiero "liberal", con gli interessi dei grandi gruppi economico-finanziari ha creato di fatto l'ideologia globalista.

È ora di scatenare una battaglia culturale per la difesa della democrazia, dell'interesse nazionale nonché dei grandi valori "occidentali" di libertà, proprietà, sicurezza del cittadino, sempre più minacciati dalle varie oligarchie e da una immigrazione senza regole, e senza misura.

Antonio Gramsci teorizzò una egemonia culturale che avrebbe dovuto affermare i valori della rivoluzione socialista nelle società liberali. Oggi, persino un autorevole consigliere di Obama, Charles Kupchan, auspica che magistratura e media vengano "adoperati" per abbattere Trump. La battaglia è dunque culturale, prima ancora che politica. Dobbiamo mettere in crisi la cittadella della egemonia organizzando una controproposta culturale.

Si tratta in altre parole non di una rivoluzione contro qualcuno, ma per qualcosa e per qualcuno. È, quella sovranista e identitaria, una rivoluzione mondiale, una rivoluzione di pace (in Occidente le guerre negli ultimi venti anni le hanno fatte quasi sempre i "progressisti"), di amicizia e rispetto fra i popoli, una rivoluzione che, come insegna persino l'esempio emiratino, citato nel numero di aprile di Logos in un articolo di John Shehata, può coinvolgere anche il mondo islamico. È soprattutto una rivoluzione che ripudia il razzismo, che nulla di buono porta all'umanità e tanto meno alla causa identitaria.

Perché dobbiamo difendere la nostra civiltà? Perché crediamo nei valori di libertà e di eguaglianza. Perché amiamo ciò che essa ha prodotto: la musica, l'arte, che non negano Dio, anzi, semmai lo testimoniano; la laicità dello Stato ("il mio Regno non è di questo mondo"); il rifiuto di ogni discriminazione fondata sul sesso e sulla religione; il rispetto verso gli animali, di cui nessuno può considerarsi impuro; il ripudio del dogma della "guerra santa", concepita per imporre una religione e soggiogare gli infedeli. Crediamo inoltre che un Occidente a maggioranza islamica metterebbe a rischio queste conquiste di civiltà. Soprattutto poi se si consentisse la doppia cittadinanza. A chi giurerebbe la sua fedeltà un islamico italiano e nel contempo turco? Alla Repubblica o al Sultano? Apparterrebbe ad una comunità nazionale o alla Umma, la comunità dei fedeli? Si sentirebbe europeo di cultura e civiltà o innanzitutto mussulmano?

Sappiamo dalla storia che società culturalmente omogenee hanno poca conflittualità, e prosperano in pace; società disomogenee sono altamente conflittuali; società in cui una parte significativa del corpo civico rifiuti alcuni valori fondamentali e ne opponga altri, portano quasi sempre, prima o poi, allo scontro e magari, se i numeri lo consentono, alla sottomissione del più mite o del più debole.

Europa (ma anche America) e Russia hanno tutto l'interesse a lavorare insieme. Una destabilizzazione culturale, e quindi politica dell'Europa avrebbe effetti nefasti anche sulla Russia. Questo è paradossalmente uno degli effetti della globalizzazione. Si carica dunque di un profondo significato l'incontro di oggi.

Difendere con la forza delle idee la nostra civiltà e la sua identità, e nel contempo contrastare una immigrazione senza regole che sa sempre più di invasione, è per noi un dovere e un atto di generosità verso le nostre, future generazioni.

Siccome le rivoluzioni politiche sono sempre state precedute dalle rivoluzioni culturali, è giunto il momento di creare una rete internazionale "sovranista" che contribuisca a difendere il diritto dei nostri popoli di avere un futuro.

valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma