Capire il caos, reagire al caos - R. Cristin

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passaportoitaliaScrivere su una rivista che si intitola «Logos» è, per un filosofo fenomenologo, una sorta di coincidenza felice, perché «Logos», oltre ad essere stata una prestigiosa rivista tedesca dei primi decenni del Novecento, fu la rivista su cui nel 1911 Edmund Husserl, il fondatore della fenomenologia, pubblicò il celebre saggio Filosofia come scienza rigorosa, il cui cardine è: «andare alle cose stesse». Ed è al criterio principale del metodo fenomenologico che si ispirano le seguenti riflessioni, rivolte alla condizione dell’Europa odierna e centrate sullo scenario italiano.

Come andare dunque alle cose stesse, oggi, nella nostra realtà storica, culturale e sociale? C’è solo un modo: guardare direttamente, senza filtri, e cogliere ciò che si è visto senza preconcetti ideologici, per comprendere così l’essenza degli eventi senza arrestarsi alla loro superficie. Anzitutto guardare, dunque. E cosa si vede oggi, in Italia, in Europa? Ai miei occhi la situazione appare come una nebulosa in cui molti partecipano alla vita pubblica e sociale, ma nessuno governa nel senso virtuoso di questo termine. L’Italia (e pure l’Europa) è priva di guida (sempre nel medesimo senso «virtuoso», che proviene da Platone) e di orientamento storico, programmata da burocrati e da demografi, interpretata da statistici anziché da statisti. Alla deriva.

Il ritratto dell’Italia d’oggi è simbolicamente contenuto in un fotogramma. Reggio Emilia, 21 maggio 2017. La città del tricolore ospita una delegazione del Parlamento polacco in occasione del 220° anniversario dell’inno nazionale polacco, composto a Reggio nel 1797. La banda dell’esercito di Varsavia sfila in piazza Martiri del 7 luglio, al cui centro, stravaccato sulle panchine di pietra, c’è un immigrato, presumibilmente africano, che sembra dormire. Nessuno era intervenuto preventivamente, nessuno poi lo fa sloggiare, e tutto l’evento si svolge con questa presenza, fra il grottesco e l’osceno. Più gravi del fatto in sé sono però le implicazioni che se ne possono trarre. La lieve indecenza che in genere una persona buttata scompostamente su una panchina costituisce, si amplifica qui fino a diventare insulto, non solo nei confronti delle autorità polacche presenti, ma anche verso quelle italiane che le stanno ospitando e, quindi, verso l’Italia nel suo insieme. Ma non è l’immigrato a essere insultante, bensì coloro che permettono che ciò accada, gli attuali governanti, i media custodi del politicamente corretto anziché della verità, gli intellettuali che si autoincensano nell’elogio dell’altro e che condannano a morte l’identità (nazionale ed europea), tutte le organizzazioni che gestiscono l’afflusso sempre più massiccio di immigrati, le quali si occupano di fornire ad essi informazioni e nozioni conformi al politicamente corretto e, quindi, sostanzialmente contrarie ai principi fondamentali e originari della nostra civiltà e della nostra cultura civica. Sono questi attori, insieme ad altri minori, a generare, subendolo più che controllandolo, il caos in cui oggi si trova il nostro paese, il nostro continente.

In questa confusione generalizzata, arriva come una granata su un deposito di munizioni il disegno di legge sullo ius soli, estraneo alla tradizione italiana non per caso ma per necessità storica, tutt’ora valida. Il paese è allo sbando, privo di punti di riferimento che non siano quelli, reclamizzati fino allo sfinimento, del buonismo e del conformismo. Il paese è altresì in ebollizione, il popolo italiano è impoverito, sfibrato, impaurito, disorientato e irritato. E in questa situazione, che un osservatore esterno potrebbe ben definire esplosiva, che cosa fa l’attuale governo? Porta in approvazione una legge che introduce il diritto di cittadinanza a chiunque, a prescindere dalla nazionalità dei genitori, nasca sul suolo italiano. Studiosi autorevoli, e mi limito a ricordare Giovanni Sartori, hanno mostrato l’estraneità di questa prospettiva all’identità storico-culturale italiana. Ebbene, nonostante questa estraneità sia accertata, il governo di sinistra-centro, spalleggiato da forze non irrilevanti come per esempio la conferenza episcopale, decide di immettere questo elemento estraneo nel già affaticato e dolorante corpo del paese, non curandosi delle conseguenze o, peggio ancora, calcolandole e giocando su di esse per scopi a lungo o lunghissimo termine che non possono essere definiti altrimenti che come obiettivi di sostituzione del popolo italiano. Questa proposta di legge divide gli italiani? Non importa, anzi, questa frattura viene occultata, negata, con tutti gli strumenti di persuasione di cui gli attuali padroni della situazione dispongono. E allora, nei discorsi dei politici e nelle rappresentazioni dei media finisce che a dividere sono piuttosto coloro che, in difesa dell’identità italiana, osteggiano questa ineffabile legge. Divisivo: con questa parola i saccenti intellettuali e i furbastri politici della sinistra nel suo insieme stigmatizzano, almeno da vent’anni, quasi tutti i progetti, legislativi o anche solo culturali, che il centrodestra ha via via proposto o realizzato nel corso dei suoi governi.

Ma la legge sullo ius soli è forse il progetto più divisivo che si sia registrato in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale, un progetto che sta dividendo gli italiani come mai nessuno aveva fatto dopo la sconfitta del fascismo, che lascerà ferite profonde nella coscienza nazionale e che, invece, i suoi promotori (laici ed ecclesiastici) considerano come una priorità nazionale, una prova di civiltà che solo ignoranti e razzisti potrebbero respingere. Per i guardiani del politicamente corretto infatti, divisivo è ciò che viene dal centrodestra, anche se invece spesso è unificante; amalgamante è tutto ciò che viene dal centrosinistra, anche se è lacerante, come questa legge insensata, immigrazionistica e sostitutivistica. Ma in realtà a dividere non sono Salvini o Meloni, Toti o Zaia, bensì i sostenitori di questa legge e di tutto il calderone ideologico da cui è sorta, coloro che incentivano l’immigrazione, ne accompagnano la collocazione sul territorio italiano e impongono la teoria che la ispira. Si tratterebbe pertanto di affermare la verità, ma anche un atto semplice come questo diventa arduo, spesso impossibile, a causa soprattutto di quel processo di omologazione mentale che rappresenta un nuovo volto del totalitarismo, un volto meno truce, adattato al ventunesimo secolo e truccato da buonismo, insomma quello che Richard Millet chiama «il totalitarismo angelico». Difficile affermare la verità e ancor più difficile riuscire a scorgerla, anche a causa di quella deculturazione progressiva (e progressista) che ha espropriato la scuola e l’università, livellando verso il basso l’insegnamento e l’apprendimento, formando generazioni di potenziali analfabeti secondari (per citare Enzensberger). 

Siamo precipitati nell’epoca della post-verità, la quale non consiste solo in quella asserita versione dei fatti che viene diffusa dai post incollati sui vari social networks, ma è, ben più tragicamente, la pseudoverità che viene dopo la scomparsa della verità in quanto tale. Si osservi l’analogia, non solo linguistica ma anche concettuale, fra questa nozione apparentemente neutra e le teorie del post-modernismo, della decostruzione e dell’irrisione di qualsiasi tentativo di pensare la verità, perché connessa con il bersaglio grosso che il movimento teorico sessantottino e le sue filiazioni fino a oggi hanno cercato di colpire e abbattere: l’identità come espressione di un io, di un soggetto. Poiché quel soggetto era (e, per fortuna, ancora è) l’uomo europeo nella sua forma classica e borghese, nella sua tradizione spirituale e religiosa, la sua esistenza rappresentava il principale ostacolo all’affermazione della fine della verità e, più in generale, della fine dell’identità europea. La postverità è la verità postuma, cioè morta, che accompagna la fine dell’io vagheggiata dal postmodernismo. In quanto negazione della verità, essa è la cancellazione dell’identità: è il nucleo teorico su cui si fonda la legge sullo ius soli.

Se il primo principio del metodo fenomenologico è quello di guardare con i propri occhi nel segno della ragione, la conseguenza non potrà essere altro che agire in base a questa esperienza, sulla base della conoscenza acquisita e della consapevolezza che ci siamo formati. Che fare dunque? A questo dilemma non possiamo, credo, rispondere né con la faciloneria di chi agisce comunque, a prescindere da riflessioni accurate, né con la rinuncia o il ripiegamento su di sé che potrebbe derivare da una valutazione radicalmente pessimistica della realtà. I primi sono più o meno consapevolmente spalleggiatori e riproduttori del caos, i secondi le vittime definitive. Invece, dinanzi al caos si tratta anzitutto di pensare e di agire dopo aver pensato.

Utilizzando fino in fondo l’esperienza storica degli ultimi decenni, in cui si è consolidato in Europa il nesso fra liberalismo e conservatorismo, sarebbe opportuno rigenerare il paradigma che ne è scaturito, per reagire, in modo appropriato alle emergenze attuali e consono ai principi del liberalconservatorismo. Per reagire al caos, occorre oggi una «filosofia della reazione» (secondo l’espressione di Armando Plebe) che indichi la via per ritornare alla nostra identità. Qualche sprovveduto potrebbe pensare che questo ritorno all’origine sia una sorta di nostalgia per il passato, non comprendendo che non è un ritorno indietro nel tempo, ma a uno spazio, a un luogo, a una forma del pensiero e dello spirito. Non è un movimento cronologico, ma topologico: il ritorno al proprio e del proprio. Il recupero di ciò che è stato dimenticato e smarrito: una ripresa.

Di ciò si fa carico chi vuole reagire al caos. Precisato pure che non si tratta di un recupero, che sarebbe anch’esso nostalgico, di posizioni politiche come il fascismo o il reazionarismo ottocentesco, sostengo che, «in un modo inedito, per la prima volta cioè in un modo che sia al tempo stesso antitotalitario e democratico, liberale e conservatore, liberista ma antiglobalista, antinazista e anticomunista, filoisraeliano e filostatunitense, alternativo al terzomondismo e all’islamismo, e con un’apertura alla collaborazione con la nuova Russia – oggi bisogna dirsi reazionari». Gli euroidentitari o neo-reazionari nel senso qui indicato si assumono dunque la responsabilità, filosofica e politica, di affrontare l’impresa, via via sempre più titanica, di trasformare il caos in ordine. Un ordine che significa rispetto degli ordinamenti spirituali prima ancora che istituzionali, senso dell’identità e della proporzione, custodia delle radici sulle quali edificare il futuro, recupero e rinvigorimento delle energie originarie della nostra tradizione.

cristinRenato Cristin

professore di ermeneutica filosofica

Università di Trieste