Che cos'è il "sovranismo"? - P. Becchi

  • PDF

sovranismomondoIl "ritorno" degli Stati nazionali


Si dice che dopo Donald Trump il mondo sia destinato a cambiare. Ma il mondo, in realtà, è già cambiato. Se lui, infatti, è lì, non è certo per puro caso. E anche se in parte pare oggi  tradire il mandato elettorale  che ha ricevuto, il dato di fatto è che il popolo americano lo aveva votato per bloccare il processo della globalizzazione che sembrava storicamente irreversibile. Non solo non c’è nessuna fine della storia, nel senso di Fukujama, ma neppure c’è un fine nella storia.  Per capire ciò che è avvenuto, per capire anche Trump, bisognerebbe piuttosto ricordarsi che la storia non segue affatto un progresso lineare, un processo di «magnifiche sorti e progressive», un percorso con uno scopo prestabilito.

La storia procede piuttosto, come aveva genialmente intuito il nostro filosofo Giambattista Vico, per corsi e ricorsi, e dunque conosce interruzioni, inversioni, ripetizioni, sembra talvolta «sviare» da quella che pensavamo fosse la sua destinazione. Per quanto possiamo proiettare sulla storia le nostre illusioni e speranze (che, dopotutto, la storia come la vita abbia uno scopo, che si vada, in fondo, sempre da qualche parte), la storia finirà, presto o tardi, con lo smentirci. Ed ecco allora Trump, quando la globalizzazione sembrava essere proprio la fine della storia.

Vico, come è noto, aveva distinto tre epoche, tre età dell’umanità stessa, comprendendo, anche se sotto nomi ormai troppo diversi da quelli che oggi daremmo noi, il suo tempo ed il nostro. Seguendolo liberamente, la prima età che dovremo distinguere è l’età del senso: per Vico l’età del sacro, del mito, in cui tutto è spiegato attraverso il riferimento alle divinità, all’«antropomorfismo» degli dei; per noi, direi, l’epoca delle guerre di religione del XVI secolo, del sangue, della barbarie, della violenza, delle lotte in nome di un Dio che sta al posto dell’uomo, anche se non è che una proiezione dell’uomo stesso. Ad essa segue l’età della fantasia: per Vico l’età degli eroi, delle loro imprese, dove si fondano e costruiscono città; per noi l’età degli Stati nazione, l’epoca della grande impresa di costruzione degli Stati moderni. Infine, l’età della ragione, l’epoca degli uomini, per Vico, delle libere repubbliche, del dialogo; per noi l’epoca “cosmopolitica” della globalizzazione, dell’”unità del mondo”, in senso schmittiano.

Senso, fantasia, ragione – da qui possiamo ripartire. E ripartire dall’idea di Vico: la storia segue un corso, le età si succedono l’una all’altra, ma a tale successione segue un ricorso, un ritornare – ovviamente nuovo, sotto nuove forme, è un “risorgere” – di quel corso stesso, secondo un movimento ciclico. Non dunque eterno ritorno dell’uguale, dello stesso (come se si ripetessero gli stessi eventi), del già visto, ma è quel corso che proprio perché ritorna non è più semplicemente lo stesso, ma è un altro, se pure segue la medesima struttura.

La lezione di Vico ci serve ancora oggi. Abbiamo vissuto, dal 1945, in un’epoca della ragione, dell’affermarsi delle democrazie, di un ideale cosmopolitico livellatore delle differenze nazionali, che si è, progressivamente, realizzato in quella che è stata chiamata globalizzazione: fine degli Stati nazionali, dei confini, libera circolazione delle persone, dei capitali, delle merci, il mondo come un unico spazio aperto e l’individuo astratto, sradicato, universalistico, come cittadino del mondo. Ora abbiamo però scoperto che quest’epoca, nel suo stesso realizzarsi e compiersi, è giunta alla fine, è tramontata.

Al corso segue, però, il ricorso: ciò che è cominciato, cioè, è il ritorno del passato, ma ora sotto forma di futuro, di ciò che sta avvenendo. La ragione – con le sue illusioni, i suoi ideali, ma anche le sue debolezze, la sua corruzione, la sua ipocrisia – ha perso, è passata, ha fatto il suo tempo. Questo è un fatto. Ora il mondo è di nuovo diviso. L’universo politico non può che essere un pluriversum.

In una parte del mondo, in Oriente, stanno provando a ritornare gli dei: si scontrano fondamentalismi religiosi, con una lunga scia di sangue che ormai giunge sino a noi. In Occidente, ritorna, dopo decenni di dominio delle ragione, la fantasia: una nuova stagione di fondazione degli spazi, di divisione di territori. Ora il mondo è di nuovo diviso, e segue corsi diversi. È il tempo del “ritorno” degli Stati nazionali: non della loro semplice ripetizione, s’intende, ma di un loro nuovo inizio. Gli uomini hanno capito che non possono fare a meno  di quel  senso concreto di appartenenza che li lega in una comunità etica, “etica” nel senso della Sittlichkeit hegeliana, fatta di valori condivisi;  gli uomini hanno capito che una cosa è la società degli individui, altra cosa la comunità dei cittadini. Sotto il profilo filosofico una distinzione che Hegel nella sua Filosofia del diritto per primo aveva concettualizzato nella distinzione tra bürgeliche Gesellschaft (società civile o borghese) e Staat (Stato). Insomma,  uno Stato non potrà mai essere ridotto ad una sorta di società per azioni che conferisce diritti a chi offre determinate  prestazioni. E qui Hegel potrebbe essere, contrariamente a quanto si pensa,  in buona  compagnia  con il liberalismo “classico”, la sua critica si rivolge solo contro quello che oggi viene chiamato “neoliberalismo”.  Un punto questo che sarebbe in altra sede da approfondire.

Ma quali sono le ricadute di tutto ciò sulla  politica?  Il confronto politico futuro non sarà più tra destra e sinistra, ma tra coloro che accettano la globalizzazione e coloro che invece intendono contestarla. Globalisti contro sovranisti, sì perché essere contrari alla globalizzazione significa, oggi, recuperare l’idea di nazione, attribuendo però a questo concetto un nuovo significato. Una nuova idea di nazione, direi, e una nuova idea di Stato nazionale. De-mondializzare significa ri-nazionalizzare.

Il compito per i “sovranisti” è quello di recuperare margini di sovranità, di recuperarli in favore dei popoli. Porre al centro l’interesse nazionale in Europa, esattamente come sta cercando di fare, pur tra mille difficoltà, Trump negli Stati Uniti.  Per noi il primo punto riguarda il recupero della sovranità monetaria. L’euro è il classico esempio di mondializzazione (sia pure riferito ad una particolare area geografica) e il risultato lo abbiamo sotto gli occhi. Povertà e miseria dilagante per intere popolazioni. La stessa cosa si può dire per l’Unione Europea: beninteso, non si tratta di essere contro l’Europa, ma contro questa costruzione europea: pensare di «riformarla dall’interno» sarebbe stato come pensare di riformare dall’interno l’Unione sovietica. No, bisogna farla crollare per poter poi, eventualmente, iniziare un nuovo cammino. Questo è un punto importante, che non deve essere frainteso. Chi è contro questa Unione non è affatto “antieuropeista”. Al contrario, è uno che ritiene che proprio questa costruzione stia disintegrando gli Stati nazionali europei e finirà per disintegrare anche i valori su cui l’Europa stessa si fonda. Una Ue senza confini, senza cittadini, non ha più niente di specificamente europeo. Se vogliamo ripensare l’idea di Europa, dobbiamo ripartire dalle nazioni che la compongono. Ecco perché oltre al recupero della sovranità monetaria è necessario recuperare quella nazionale.

Recuperare tutto questo passa attraverso un recupero dell’idea di nazione. L’errore però da evitare – e che fino ad oggi non è stato evitato – è quello di confondere questa idea con quella del vecchio Stato nazione. Appartenenza nazionale non significa oggi, necessariamente, Stato centralistico, e può coesistere con un riconoscimento molto ampio delle autonomie locali. È il globalismo, e non il “nazionalismo”, che è contrario al localismo.

Contro lo strapotere delle oligarchie di Bruxelles cosa resta se non quel residuo di democrazia che troviamo ancora all’interno degli Stati nazionali? Allo Stato unico globale possiamo solo replicare con uno Stato nazionale federale che riconosca le autonomie locali sulla base del principio “stare con chi ci vuole e stare con chi si vuole”. Questo, in fondo,  è Gianfranco Miglio, attualizzato nel nostro tempo. Insomma, uno Stato nazionale può esistere anche se al suo interno sono presenti popoli diversi, ma sempre a patto che questi vogliano stare insieme. Catalani, baschi, altoatesini: l’autonomia dovrebbe essere concessa a chiunque lo voglia. È questo il principio di una sovranità «debole», non leviatanica. E solo essa potrà conciliare ciò che sino ad oggi appariva difficilmente conciliabile: sovranità nazionale e federalismo.


L'Italia e l'idea di nazione 


Non capiremo nulla dell’idea di “nazione” nel nostro Paese – dell’importanza che questa idea può avere di nuovo oggi – se non sapremo capirne, anzitutto, i suoi corsi e ricorsi. L’idea di nazione, oggi, non è la stessa di ieri anche per noi.  Il richiamo alla nazione, all’identità nazionale, è stato, infatti, nel corso del XIX secolo, uno dei motivi ideologici fondamentali che hanno accompagnato il processo risorgimentale dell’unificazione e, successivamente a esso, i tentativi di legittimazione del regime statutario. Fatta l’Italia, il “mito” della nazione servì a fare gli italiani. Ma sono state molteplici e differenti le tradizioni che l’idea di nazione si è trovata, di volta in volta, a servire, dal Risorgimento all’avvento del fascismo.

Già durante il Risorgimento si scontravano la concezione liberale e pragmatica di Cavour e quella ideale e utopica di Mazzini e Garibaldi. A unità raggiunta e almeno da Crispi in avanti, la “nazione” indica le mire espansionistiche dello Stato, le sue politiche di potenza. Allo scoppio della Prima guerra mondiale il richiamo all’unità nazionale è la parola d’ordine del nazionalismo interventista di Corradini, mentre l’interventismo democratico di Salvemini si riallaccia all’idea di nazione come autodeterminazione dei popoli. Dopo Versailles il riferimento  alla nazione diventa uno dei temi centrali dell’irredentismo dannunziano con la sua retorica della «vittoria mutilata». Ed è in questo humus che si vengono a formare le basi ideologiche del fascismo. Già da tali esempi risulta chiaro che il nazionalismo è soltanto una variante, una versione tra le altre, del mito della nazione.

Con il collasso dello Stato liberale e l’avvento del fascismo diventa centrale il mito nazionale. Un mito, diremmo, che ha tuttavia determinato la crisi del concetto di nazione del nostro Paese, facendo di esso un termine che – con il crollo del Regime – non sembrò più passibile di utilizzazione per la nuova Repubblica dei partiti del cosiddetto «arco costituzionale». Puzzava troppo di fascismo, era stato troppo compromesso con la retorica mussoliniana del richiamo a Roma, dell’Impero, se non addirittura della “razza” italiana. Era, insomma, divenuto inservibile.

Così la parola ha conosciuto un lungo corso di oblio: meglio dimenticarla, meglio che gli italiani trovassero la loro identità in altre idee, come quella dell’anti-fascismo, posta alla base della nostra retorica costituzionale, o della democrazia nata dalla Resistenza. Così il mito della nazione fu sostituito da quello della Resistenza.

Questo periodo è durato a lungo, almeno tanto quanto ha tenuto nel nostro Paese quel sistema dei partiti sorto nel primo dopoguerra. Ma a ben vedere anche oltre. Tutti ricordano come, fino a pochi anni fa, chi parlava di nazione fosse, di fatto, tacciato più o meno apertamente di fare discorsi fascisti o quantomeno reazionari, e comunque a parlarne erano gruppi politici di destra che nascevano da quel contesto. Ma qualcosa, negli ultimi anni, è cambiato: al corso è succeduto il ricorso, un nuovo inizio dell’idea nazionale. È in corrispondenza con la crisi sistemica della Ue che si è risvegliata l’idea di nazione. Gli Stati sono tornati a rivendicare sovranità e i popoli a sentirsi nazioni. È fallito il tentativo di integrare l’Europa disintegrando le identità nazionali. Un fallimento epocale per certi versi simile a quello dell’Urss.

Oggi nazione significa recupero della sovranità perduta, recupero di ciò che è stato impropriamente ceduto all’Ue, in cambio di continue sofferenze. Non significa centralismo, quello fa male tanto al Nord quanto al Sud, ma aprire alla possibilità di conciliare le istanze proprie del federalismo con l’idea di una forza politica radicata non più soltanto in alcune Regioni del Nord ma su tutto il territorio italiano. Da questo punto di vista oggi forse non abbiamo bisogno di più Regioni a statuto speciale, ma di una vera riforma in senso federale dello Stato. Questa Europa ha fallito quando ha preteso di cancellare le singole identità nazionali, sostituendole con un mostro transnazionale opprimente e oggi nel nostro Paese solo una forza politica che sappia dare voce all’interesse nazionale da Nord a Sud ha la possibilità di crescere e svilupparsi, in un quadro politico peraltro nuovamente in totale disgregazione.

Decisiva non è più la questione settentrionale, e neppure quella meridionale, ma la questione nazionale, perché l’Unione europea e la sua moneta, da Trieste  a Palermo, ci sta distruggendo tutti. O ci salviamo insieme o diventeremo, come la Grecia, una colonia del IV Reich. Per questo, se vogliamo tornare grandi dobbiamo anzitutto recuperare il senso della nostra appartenenza comunitaria. Ma anche questo da solo non basta. C’è bisogno, in vista delle prossime elezioni, di un programma politico articolato, capace di aggregare anche forze diverse, che abbia come obbiettivo la ricostruzione di un Paese ridotto in macerie, e c’è il tempo per prepararlo. Per tornare grandi dobbiamo ritornare a pensare (politicamente) in grande.

L'Europa


In Europa, i cosiddetti “partiti identitari” si trovano solo in apparenza a confrontarsi oggi con i partiti che sono i loro diretti avversari, avendo in realtà di fronte un “sistema” economico globale, centrato sul primato della speculazione finanziaria, che nell’ultimo decennio si è progressivamente consolidato nei meccanismi della società, grazie al controllo totale delle vie che presiedono alla formazione dell’opinione pubblica dei cittadini ridotti a sudditi: il sistema educativo, gli organi di stampa, i media audiovisivi, la cultura, i sindacati, ecc.

Il “sistema” su cui si fonda l’ establishment mondialista dispone inoltre di tutti i mezzi possibili per immunizzarsi da eventuali attacchi provenienti dall’ esterno: il monopolio della legge, l’amministrazione della forza pubblica, il controllo diretto o indiretto sui media, la giustizia e l’ orientamento politico della giurisdizione, il fisco. Questo “sistema” in Europa si basa su quattro menzogne che qui di seguito cerco sinteticamente di smontare.

Prima menzogna: la democrazia. L’Unione Europea non è una democrazia, ma una plutocrazia, un regime cioè in cui la ricchezza finanziaria funge da principio di legittimità, e in ciò stesso si auto-dissolve. La seconda menzogna riguarda la presunta autonomia dell’UE nello scacchiere internazionale: l’Unione Europea non costituisce una realtà autonoma, ma al momento è ancora  una semplice entità tecnocratica infeudata al sistema di dominio politico-ideologico degli Stati Uniti. Terzo punto, l’ideologia dominante in Europa che si autodefinisce “liberale” è un falso: essa non trova alcun fondamento nel pensiero liberale classico, riferendosi piuttosto sul piano ideologico al radicalismo liberal americano o al neoliberalismo, e sul piano economico al primato della speculazione finanziaria sui meccanismi dell’economia reale. Ultima menzogna, quella sull’immigrazione: l’ immigrazione in Europa non costituisce una necessità economica e neppure corrisponde a un obbligo morale di riparazione dal passato coloniale: ha solo il compito di portare a compimento la distruzione delle identità nazionali su cui si è costituita l’ Europa moderna.

È sempre più evidente che l’Unione Europea è completamente funzionale al sistema economico della globalizzazione, anzi è il modo in cui il “sistema” opera in Europa, soffocando i popoli che la costituiscono o persino cercando di sostituirsi ad essi, come sta già accadendo in Grecia, dove i greci vengono rimpiazzati dai immigrati che scappano dalle guerre alimentate dagli Stati Uniti in Medio Oriente. Ecco, il progetto della UE della finanza globale: la sostituzione dei popoli che storicamente hanno formato l’Europa in modo che il “sistema” possa eliminare il vero nemico: gli Stati nazionali che ancora oppongono resistenza, che cercano di frenare il processo della globalizzazione. Ma è altrettanto vero che il “sistema” presenta delle linee di possibile incrinatura (ben visibili già a partire dal fatto che, ogni volta ad esempio che il progetto di costituzione europea sia stato sottoposto a referendum, esso è risultato respinto dalle relative popolazioni). Eccone alcune.

 Il “sistema” si ritiene infallibile, e per questo risulta incapace di trarre una lezione dai propri errori di percorso, con la conseguenza di trovarsi imprigionato in una continua fuga in avanti, fatta di continue forzature. L’esempio eclatante è stato l’ introduzione dell’ euro, un fallimento di cui ci si ostina a non voler prendere atto; il “sistema” presuppone il sovradimensionamento della dimensione finanziaria e speculativa dell’ economia (capitalismo fittizio), priva di un substrato nei processi reali di formazione della ricchezza (capitalismo reale), il che lo espone a continui rischi di collasso interno o alla crisi permanente; mancando di argomenti pubblicamente spendibili, il “sistema” non può che rinunciare (e in parte ha già rinunciato) a muoversi sul terreno della razionalità, per focalizzare l’esercizio del proprio dominio di massa su leve emotive elementari (la paura dei mercati, le minacce di ritorsioni, la strumentalizzazione di vittime innocenti nel caso di attentati terroristici). Ma l’emozione è un’ arma a doppio taglio; sta prendendo piede, su dimensione ormai anch’essa globale, un movimento di forze antisistema, ancora embrionale, che fa proprio il principio di identità nazionale, sulla base dell’idea che non ci possa essere popoli liberi in una nazioni asservite.

Queste tendenze, che qui definiamo, “sovraniste-populiste” sono ancora per la verità troppo legate agli schemi ideologici dei vecchi partiti della destra (e della destra estrema) con il rischio agli occhi dell’opinione pubblica di assimilare quei movimenti identitari che si battono giustamente per la difesa di interessi nazionali al nazionalismo del secolo scorso, con tutti i suoi corollari di razzismo, xenofobia, antisemitismo e via dicendo. È facile allora per il “sistema” bollare di razzismo e xenofobia tutti coloro che in realtà si battono per un mondo non globale, ma multipolare. Un pluriversum al posto dell’ universumPer vincere la battaglia contro il globalismo, i “sovranisti”, come abbiamo già detto, dovranno anzitutto liberarsi del pesante fardello del vecchio nazionalismo e far capire che la voglia di nazioni oggi è anzitutto una voglia di libertà.

 

Il sovranismo, oggi 


L’idea di sovranità è da sempre legata agli Stati: entrando in crisi questi, è stato inevitabile che anche la sovranità entrasse in crisi. Eppure bisognerebbe aggiungere: un certo concetto di sovranità, la sovranità “statale”, come attributo dello Stato è entrato in crisi, non l’idea sovranista in quanto tale. Estremizzando un po’ si potrebbe dire che oggi i nuovi soggetti politici sono i popoli, non più gli Stati: popoli che si battono contro le élites finanziarie globali, popoli che si percepiscono come “comunità di destino” ma anche con bisogni da soddisfare. Il primo punto rinvia al sovranismo identitario, il secondo al sovranismo sociale. Ogni popolo vuole preservare la propria  identità, non si tratta di razzismo,  ma di senso di appartenenza, legato a lingua, costumi e tradizioni. I diritti politici dovrebbero rimanere connessi a questa “comunità di destino”. Ma questo non basta. Il sovranismo identitario  devi unirsi a quello  sociale.

La questione sociale diventa allora centrale per i “sovranisti: giovani alla ricerca di un lavoro, adulti che lo perdono e non lo avranno più, vecchi il cui unico destino che li attende è, come scriveva Attali, il maestro di Macron, un bel programma statale eutanasico. Povertà diffusa e crescente. Disagio sociale. Vita priva di dignità. Morte, sia pure dolce. Il “sovranismo”, insomma, deve trasformarsi, diventare non solo rivendicazione di identità culturale, nazionale, ma anche strumento per la soddisfazione dei bisogni. Il bisogno concreto, al posto del desiderio effimero.

Il sovranismo delle identità, se non unisce al sovranismo dei bisogni, perde. Il conflitto tra globalizzazione e sovranismo può anche essere spiegato filosoficamente come un conflitto tra desidero e bisogno.

La categoria dei globalisti è quella del desiderio: desiderio di ricchezza, di figli in provetta e matrimoni gay. Al centro sempre l’individuo, inteso come una sorta di monade leibniziana, come macchina desiderante e desiderio meccanizzato. In sintesi: desiderio di fottere, desiderio di fotterti.

La categoria dei sovranisti è invece quella del bisogno, così come lo intendeva l’interpretazione marxista del “sistema dei bisogni” hegeliano: bisogno di poter svolgere un lavoro dignitoso e non marcire in un call center, di avere la possibilità di curarsi, di avere una casa, di avere una retribuzione che renda possibile realizzare una vita dignitosa per sé e per la propria famiglia.

Il desiderio è essenzialmente un prodotto della logica del “capitale”, è indotto da essa: è desiderio di desiderare, rinvio infinito e perpetuo di soddisfarsi che si perde, avrebbe detto Hegel, in un «cattivo infinito». Il bisogno, invece, risponde alla logica dell’auto-realizzazione dell’essere umano, nella sua esistenza sociale, nel lavoro mediato attraverso quello degli altri, anziché, come il desiderio, nel continuo consumo. Insomma: il sovranismo delle identità non basta, per vincere deve unirsi a quello dei bisogni.

I bisogni umani per essere soddisfatti necessitano anche di un ambiente compatibile. Ecco perché oltre alla questione sociale si apre anche la questione ecologica: per soddisfare i propri bisogni, per avere una vita decente, occorre anche avere un ambiente decente. Su questo però il “sovranismo” può incidere solo relativamente. Perché la questione ecologica riguarda l’intero pianeta e solo la cooperazione tra i popoli, non certo la finanza globale, può offrire soluzioni adeguate. Un nuovo “sovranismo”, attento al rispetto delle identità e capace di intercettare i bisogni dei popoli, può ancora prendersi la rivincita e costruire una Europa diversa.

 

becchiPaolo Becchi

professore ordinario di filosofia del diritto

Università di Genova