Tutti li vogliono: la concorrenza tra paesi per accogliere immigrati ad alta qualificazione (e i ritardi dell'Italia) - D. Peirone

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startupNel 2010 il ricercatore Tim Kane della Kauffman Foundation (una delle più importanti fondazioni degli Stati Uniti e principale finanziatrice delle ricerche sul venture capital) pubblicò un rapporto in cui si mostrava, con i dati, che le startup sono le uniche imprese a creare nuovi posti di lavoro netti (ovvero ne creano più di quanti non ne distruggano). Al contrario, per tutte le altre imprese il saldo è negativo (ne distruggono più di quanti ne creino). Inoltre, analizzando gli anni tra il 1977 e il 2005, emergeva che la creazione di posti di lavoro nelle startup rimane stabile anche nelle fasi di recessione, mentre le perdite nette di posti di lavoro nelle imprese già esistenti sono altamente sensibili al ciclo economico.

Da questo rapporto (disponibile a questo link: http://www.kauffman.org/what-we-do/research/firm-formation-and-growth-series/the-importance-of-startups-in-job-creation-and-job-destruction), prende il via un dibattito che sfocerà nello Startup Act, un “libro bianco” che il presidente Obama utilizzerà come base per il JOBS Act (Jump Our Business Startups) del 2012. Uno dei provvedimenti suggeriti (accanto a quelli di natura fiscale e di regolamentazione finanziaria) riguardava la politica verso l’immigrazione. Questa doveva essere orientata agli immigrati che fossero in grado di costituire startup innovative negli Stati Uniti, fornendo loro degli speciali visti d’ingresso "Startup Visa e, nel caso di persone particolarmente qualificate nei campi STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) addirittura la “green card”. Numerosi rapporti e ricerche sottolineano infatti che gran parte degli studenti che si laurea in scienze, tecnologie, ingegneria e matematica ("STEM") presso le università statunitensi sono cittadini stranieri e che i laureati dei programmi STEM creano nuove imprese a tassi più alti di tutti gli altri laureati (http://www.nber.org/papers/w19377).

Secondo la Kauffman Foundation, rendendo disponibili 75.000 startup visa per immigrati qualificati che lanciano imprese innovative si potrebbero creare fino a 1,6 milioni di posti di lavoro degli Stati Uniti nei prossimi 10 anni. Il JOBS act di Obama non ha implementato tutti i suggerimenti dello Startup Act, ma quello sull’immigrazione sì. Lo stesso presidente Trump ha dichiarato che appoggia in pieno lo Startup Visa, e che non ha nessuna intenzione di modificarlo o indebolirlo (http://www.economist.com/Trumptranscript).

Dopo un decennio di debole crescita economica, i paesi sviluppati hanno cominciato a costruire diversi programmi di visti per quegli immigrati che sono potenzialmente in grado di creare nuovi posti di lavoro, ovvero i nuovi imprenditori. Cile, Danimarca, Spagna, Finlandia, Svezia, Canada, Australia, Francia e altri paesi hanno introdotto nuove categorie di visti per i non cittadini che, possedendo particolari qualità, dimostrano di creare o si impegnano ad avviare nuove imprese (una bella infografica sui programmi a livello globale è disponibile qui: https://visual.ly/community/infographic/business/foreign-entrepreneurs-visa-worldwide-compared).

Probabilmente, il programma di startup visa più riuscito è Start-Up Cile, che ha rilasciato inizialmente visti temporanei per imprenditori stranieri associati a più di 1.000 aziende. Il programma concede fino a 40.000 dollari ai destinatari a condizione che rimangano a Santiago, la capitale, per almeno sei mesi (http://www.startupchile.org/scale/).

I programmi startup visa sono notevolmente diversi dai altri visti esistenti per gli immigrati (come quelli basati su problematiche umanitarie o familiari), non solo dal punto di vista politico, ma soprattutto per i requisiti necessari ai richiedenti e per gli impegni di accompagnamento da parte delle agenzie nazionali di immigrazione. La maggior parte dei programmi prevede procedure di applicazione "velocizzate" o in qualche modo semplificate (ad esempio in Spagna, dove questo programma è partito alla fine del 2013, gli imprenditori sono in genere in grado di ottenere visti in due settimane).

Singapore, Irlanda, Canada e Francia hanno introdotto programmi di “startup visa”, rispettivamente nel 2004, nel 2012, nel 2013 e nel 2015. Tutti questi programmi sono collegati all’importanza cruciale che la conoscenza e il capitale umano qualificato hanno assunto nell'attuale economia globale. Canada, Australia e Regno Unito da qualche anno stanno cercando di attrarre lavoratori ad alto tasso di conoscenza, mentre in passato si concentravano su lavoratori a bassa qualificazione. Nel Regno Unito, partendo dalla constatazione che molte startup innovative nascono da ricerche svolte durante il percorso di studi universitari, gli studenti possono prolungare il loro visto “convertendolo” in uno startup visa (https://www.gov.uk/tier-1-entrepreneur/overview).

Dal 2014 il governo canadese ha cambiato la politica sull’immigrazione, per dare priorità agli immigrati che possono rapidamente integrarsi nel mercato del lavoro, con il programma Express Entry, inteso ad accogliere un pool di candidati di alta qualità classificati per la loro idoneità per il mercato del lavoro canadese. Il programma Startup Visa, lanciato in Canada nell'aprile 2013, consente a cittadini stranieri di perseguire un'idea di business ma, per farlo, i candidati devono rivolgersi a organizzazioni canadesi designate per questo supporto, devono essere ammessi in un incubatore di imprese, devono assicurarsi almeno 75.000 dollari in investimenti da un gruppo di investitori angel o almeno 200.000 dollari se si tratta di un fondo di venture capital. Questo programma è chiaramente destinato ad imprenditori immigrati altamente qualificati, che promettono di creare nuovi posti di lavoro e di contribuire alla crescita economica, in netto contrasto con il tradizionale ingresso degli immigrati non qualificati nel mercato del lavoro del paese ospitante, che spesso avviene attraverso l’apertura di esercizi commerciali come ristoranti, negozi ecc. (https://techcrunch.com/2017/04/20/canada-is-north-americas-up-and-coming-startup-center/).

Negli Stati Uniti il percorso degli Startup Visa rimane comunque difficile, poiché a livello politico il dibattito si è bloccato sulla questione dei milioni di immigrati non qualificati che entrano illegalmente nel paese, di fatto incidendo anche sulla razionalizzazione del percorso di immigrazione per imprenditori, investitori e altri lavoratori altamente qualificati. I critici sostengono che un gran numero di imprenditori potenziali sono frustrati dai ritardi e dalla complessità dei processi di visto e di immigrazione degli Stati Uniti. Accademici e imprenditori statunitensi affermano che la complessità dei programmi startup visa (che pure dovrebbero essere più veloci) sta allontanando immigrati di talento che avrebbero creato nuove attività negli Stati Uniti, mentre date queste difficoltà preferiscono andare altrove.

Oggi, infatti, non c’è che l’imbarazzo della scelta: mentre la Commissione Europea è bloccata sulla questione del ricollocamento degli immigrati che sbarcano dall’Africa sulle coste italiane, vi è ormai una vera e propria competizione tra i paesi europei nel creare programmi che attirino immigrati ad alta qualificazione. La concorrenza ormai non si basa più solo sui tempi di ottenimento del visto e sulla velocità delle procedure, ma soprattutto sulla convergenza tra l’economia del paese ospitante e le competenze dell’immigrato ricercatore o imprenditore, nonché nella fornitura di servizi aggiuntivi che inseriscano appieno nell’ecosistema di innovazione del paese ospitante.

Non a caso, tra i migliori programmi di questo tipo spiccano quelli scandinavi. In Finlandia, uno dei paesi europei “culla” delle startup innovative, quello che era iniziato come centro di servizi di consulenza per imprenditori finlandesi a Helsinki, si è evoluto in un centro fondamentale per gli imprenditori immigrati: EnterpriseHelsinki ha aperto nel 1993 e oggi il 35% della propria clientela è costituito da immigrati. Questa percentuale è il triplo della percentuale di popolazione immigrata a Helsinki, che è circa l'8%, mostrando quanto gli immigrati qualificati siano più propensi all’attività imprenditoriale rispetto ai “nativi” finlandesi. EnterpriseHelsinki è un servizio gratuito di consulenza aziendale che offre consultazioni personali e strumenti di supporto online. Si propone di essere uno sportello unico per tutto ciò che un nuovo imprenditore ha bisogno di sapere per avviare un'impresa in Finlandia attraverso un servizio multilingue. Gli imprenditori possono frequentare corsi personali offerti in finlandese, inglese e russo. Possono essere collegati a esperti che danno gratuitamente consulenze in svedese, inglese, russo, estone, tedesco e arabo (una chiara indicazione sulle principali provenienze degli imprenditori immigrati). Di tutte le imprese create tramite EnterpriseHelsinki, il 90% è ancora operativo dopo due anni e l'80% dopo cinque anni. Modelli simili con uno sportello unico per gli imprenditori sono stati sviluppati col progetto Mingo a Vienna e con Barcellona Activa.

La Svezia offre uno startup visa a richiedenti che presentino un buon business plan, che dimostrino la conoscenza del settore in cui vogliono costituire l’impresa, la conoscenza della lingua svedese o almeno dell’inglese, la proprietà di metà dell'impresa (se si sta spostando un'attività in Svezia) e che dispongano di fondi sufficienti a sostenere sé stessi e la famiglia per due anni. Dopo questo periodo di prova di due anni, l'azienda deve essere in grado di mantenere l'immigrato e la famiglia.

Programmi simili sono stati creati sia in Germania che, dal 2014, in Italia. In Germania, se un candidato è valutato come altamente qualificato sulla base della posizione di lavoro e dell’esperienza, può addirittura ricevere un permesso di soggiorno permanente.

In Italia, il programma “Italia Startup Visa” è sostanzialmente una rivisitazione dell’iter per la concessione dei visti in ingresso per lavoratori autonomi, semplificando gli adempimenti burocratici a carico dei cittadini extra UE che vogliono fare impresa in Italia. Sulla scia di questo programma è nato anche “Italia Startup Hub, che permette di applicare le semplificazioni introdotte dal programma Startup Visa anche ai cittadini extracomunitari che già si trovano in Italia e che intendono rimanere per avviare una startup innovativa. Il programma Italia Startup Hub dà la possibilità di convertire il permesso di soggiorno in scadenza di un cittadino non UE al momento in Italia in un permesso per lavoro autonomo di startup evitando l’uscita e il rientro del soggetto in Italia, come previsto dalla legge. Fino ad ora, secondo il rapporto quadrimestrale sui programmi Italia Startup Visa e Italia Startup Hub, sono state avanzate 100 candidature per il primo programma da parte di cittadini di tutti i continenti, tra i vari paesi spiccano Russia con 24 candidature, Stati Uniti con 12 e Ucraina con 10 candidature. Di queste, 62 hanno avuto esito positivo, mentre 22 sono state rifiutate per la debolezza dell’idea di business o per la mancanza di innovatività, 16 invece sono in fase di valutazione (Ministero dello Sviluppo Economico, 2016). Per quanto riguarda il secondo programma, attualmente in corso, sono state avanzate cinque candidature, due da parte di due ragazzi della Corea del Sud che intendono avviare una startup innovativa di tech-fashion, due dall’Iran per due progetti distinti di trasformazione di rifiuti in materiali chimici riutilizzabili nei processi produttivi, una per un progetto di monitoraggio delle reti energetiche sotterranee e una dagli Stati Uniti per un progetto ancora in fase di definizione. Tutte e cinque hanno avuto esito positivo e hanno portato alla conversione dei permessi di soggiorno in permessi per lavoro autonomo (Ministero dello Sviluppo Economico, 2016).

Da questa descrizione appare un programma promettente, ma decisamente “sottotono” rispetto alla competizione europea, con meno enfasi sull’alta qualificazione e sulla sostenibilità dell’impresa nel tempo. Dopo il lancio iniziale, la spinta trainante pare essersi allentata di molto, come si vede dall’esiguo numero di candidature del secondo bando. Appare inoltre limitata l’attrattività del nostro ecosistema che, come detto precedentemente, risulta uno dei fattori centrali nella concorrenza tra questi tipi di programmi. Praticamente tutte le candidature di questo secondo bando sono arrivate da incubatori e acceleratori, non direttamente dagli immigrati. Ciò indicherebbe chiaramente una possibile direzione di potenziamento di questo programma.

I confronti con la vicina Francia sono pesanti: il programma francese, partito un anno dopo, al primo bando ha avuto 1372 richieste. Mentre l’ecosistema italiano dell’innovazione cerca di sopravvivere in autonomia, in Francia il supporto di tutto il settore pubblico ha funzionato da catalizzatore, rendendo quello francese l’ecosistema startup più importante in Europa (1500 nuove startup innovative create ogni anno http://www.lafrenchtech.com/).

L’Italia appare ancora orientata all’apertura di centri di formazione da parte di grandi multinazionali (come la Apple) e all’immigrazione a bassa qualificazione. La prima però non fornisce alcuna garanzia di occupazione: come ha sottolineato il ricercatore della Kauffman Foundation nel rapporto menzionato all’inizio di questo articolo, poiché le startup che si sviluppano in modo organico sono ormai gli unici soggetti che consentono una crescita dei posti di lavoro, le politiche che per creare occupazione mirano ad attirare le aziende più grandi e consolidate, andranno nel tempo inevitabilmente fallite, perché sono basate su modelli irrealistici di crescita del mercato del lavoro.

Inoltre, anche l’immigrazione di massa di soggetti a bassa qualificazione risulta problematica da un punto di vista economico. Come sottolineano diverse ricerche (Güven Sak, Timur Kaymaz, Omar Kadkoy, Murat Kenanoğlu (2017) “Forced Migrants: Labour Market Integration and Entrepreneurship”, G20 Insights, http://www.tepav.org.tr), l'improvvisa entrata di una popolazione straniera considerevole mette sotto pressione tutte le forniture di servizi statali e sociali (sanità, l'istruzione, la sicurezza e i servizi sociali), aggravando eventuali carenze strutturali già esistenti. In paesi o regioni a basso reddito, analisi economiche stimano una perdita di opportunità di lavoro per i locali in occupazioni poco qualificate e un deterioramento generale delle condizioni di lavoro a causa della crescente informalizzazione delle relazioni lavorative e di possibili minacce di spiazzamento (Dustmann, C., Frattini, T., Preston, I. (2013) ‘The effect of immigration along the distribution of Wages’, Review of Economic Studies, 80: 145-173; Del Carpio, X., Wagner, M. (2015) ‘The Impact of Syrian Refugees on the Turkish Labor Market’, World Bank Policy Research Working Paper (7402)).

Conseguenze quindi alquanto diverse da quelle di un’immigrazione ad alta qualificazione e orientata alla creazione di imprese ben inserite nel tessuto produttivo. Come si è visto, la concorrenza su questo tema è sempre più forte, soprattutto in Europa. Il costo economico di un ritardo italiano su questi temi non può essere sottovalutato.


peironeDario Peirone

ricercatore di economia e gestione delle imprese

idoneo seconda fascia

Università degli Studi di Torino