Europa tra rilancio e disgregazione: analisi ed impatti di scenario - G. Pinosa

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commissioneeuropeaIl 25 marzo 2017, a Roma, sono stati celebrati i sessant’anni della firma del Trattato Istitutivo della Comunità Economica Europea (CEE) che, unitamente all’accordo sulla Comunità Europea dell’Energia Atomica, rappresenta il punto costitutivo dell’Unione Europea. E’ stato quindi un momento storico di massimo rilievo che però si manifesta mentre la stessa Europa sta vivendo il momento più difficile dalla sua fondazione; la crisi economica e finanziaria ha fatto emergere le criticità di un’architettura di governance desueta e sempre più incapace di rispondere alle sfide poste al Vecchio Continente dal resto del Mondo. E’ infatti emblematico che, solo pochi giorni dopo la celebrazione di tale anniversario il Regno Unito abbia notificato a Bruxelles la formale richiesta di attivazione della Brexit, cioè l’uscita di Londra dall’Unione Europea. Il processo di Brexit si preannuncia lungo e complesso ma rappresenta un momento di discontinuità rispetto ai sessant’anni precedenti: se fino a questo momento l’Europa ha rappresentato un ideale da seguire ed un polo aggregante per numerosi Paesi, la decisione assunta dai cittadini britannici nel 2016 ha invece reso consapevoli gli europei non solo del fatto che l’Unione Europea non è più un treno senza fermate, bensì che da esso si possa scendere qualora il viaggio intrapreso non interessi più. La vicenda greca e la sua gestione insipiente rappresentano un altro punto di rilevante criticità, in grado di minare le basi del sistema monetario europeo, ponendo le basi per l’abbandono di Atene dalla moneta unica, decretandone il sostanziale fallimento. A fronte di tali accadimenti e rischi, il leader del più importante Paese europeo, Angela Merkel, il 3 febbraio scorso ha affermato – per la prima volta- che nei prossimi dieci anni l’Europa dovrà accettare un’integrazione a più gradi di velocità, sdoganando di fatto il concetto di “doppia velocità”, cioè di un progetto in cui vi saranno delle Nazioni di “serie A” e delle altre di “serie B”. Il consueto approccio pragmatico della Cancelliera tedesca palesa la presa d’atto dell’impossibilità di creare gli Stati Uniti d’Europa, facendo venire meno il sogno che ha accompagnato i cittadini del Vecchio Continente dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale. Si tratta di un giro di boa destinato a lasciare il segno nella storia, con ripercussioni che non tarderanno a farsi sentire in tutti gli ambiti del vivere quotidiano: viaggi, opportunità di lavoro e di studio, scambi commerciali, costo della vita e sicurezza. E’ quindi opportuno, oltre che doveroso, interrogarsi su quali potranno essere gli impatti economici e finanziari di tale discontinuità. E’ questo l’obbiettivo di tale analisi, per la quale si procederà attraverso i seguenti punti:

  1. 1.I Trattati di Roma: storia ed evoluzione dell’Unione Europea
  2. 2.Hard Brexit: rischi di un negoziato senza vinti né vincitori
  3. 3.Il dramma greco ed il punto di non ritorno
  4. 4.L’Italia ed i richiami diseguali di Bruxelles
  5. 5.La Dichiarazione di Roma ed il Libro Bianco di Junker
  6. 6.Quali sviluppi attendersi? L’impossibile immobilismo
  7. 1.Si narra che quando il 25 marzo 1957 i sei Paesi fondatori (Belgio, Francia, Germania Ovest, Lussemburgo, Paesi Bassi ed Italia) firmarono a Roma l’atto di nascita dell’Unione Europea, solo la prima pagina del documento risultava scritta; le altre erano bianche: le modifiche al testo dell’ultimo minuto non avevano infatti consentito di effettuare le relative traduzioni. Sessant’anni dopo, il 25 marzo 2017, con un numero di Paesi ben superiore (ventisette), il copione si è quasi ripetuto con due Nazioni recalcitranti alla firma, che hanno chiesto modifiche fino all’ultimo: Grecia e Polonia. Atene, immersa in un negoziato senza fine con i Partners europei, suoi creditori, ha chiesto che il ruolo dello stato sociale nell’Unione venisse maggiormente sottolineato nella dichiarazione; Varsavia ha osteggiato qualsiasi riferimento ad un’Europa a due velocità, nel timore di essere spedita nel gruppo di serie B. La storia dell’Unione Europea presenta, fin dai suoi albori, un binomio contrastante tra le spinte nazionaliste di potere e l’afflato di creare un soggetto nuovo, diverso dai Paesi che la costituiscono. Si tratta di un lungo cammino, descritto nell’immagine sottostante, che vede i suoi albori subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1949, quando le Nazioni Occidentali crearono il Consiglio d’Europa. Ad esso segue, nel 1951, il Trattato di Parigi, costituente della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA).

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E’ però nel 1957 che, a Roma, avviene la fondazione dell’attuale Unione Europea, con la firma dei Trattati costitutivi della Comunità Europea dell’Energia Atomica (Euratom) e della Comunità Economica Europea (CEE). I successivi accadimenti, di rilevanza strategica per l’Unione Europea sono qui di seguito elencati, in sequenza cronologica:

  • 1962: viene introdotta la Politica Agricola Comune (PAC), che consente agli Stati aderenti il controllo comune dalla produzione alimentare;
  • 1968: i Paesi fondatori aboliscono i dazi doganali negli scambi di merci: è la nascita del più grande raggruppamento commerciale globale;
  • 1973: Danimarca, Irlanda e Regno Unito aderiscono all’Unione Europea (che sale a 9 Paesi aderenti);
  • 1975: i leader dell’Unione Europea creano il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), avente per obbiettivo il trasferimento di fondi dalle regioni ricche a quelle povere;
  • 1979: viene eletto, per la prima volta, il Parlamento Europeo, con suffragio universale;
  • 1981-1986: altre tre Nazioni entrano a fare parte dell’Unione: Grecia (1981), Spagna e Portogallo (1986);
  • 1989: il crollo del muro di Berlino pone le basi per la riunificazione delle due Germanie, a valle del quale la ex-Germania Est entra nell’Unione Europea (nel 1990);
  • 1990: viene firmato il Trattato di Schengen che completa il mercato unico, in virtù delle quattro libertà di circolazione: beni, servizi, persone e capitali;
  • 1992: viene firmato il Trattato di Maastricht, che fissa le regole politiche ed i parametri economici e sociali per l’ingresso nell’Unione;
  • 1995: aderiscono altri tre Stati (Svezia, Austria e Finlandia);
  • 1997: viene firmato il Trattato di Amsterdam, che è il primo tentativo di riformare le Istituzioni Europee, in vista di un ulteriore allargamento;
  • 1999: entra in vigore nei mercati finanziari la moneta unica, che diventerà valuta ufficiale in dodici Paesi dell’Unione Europea del 2002;
  • 2001: viene firmata la Carta di Nizza (entrata in vigore nel 2003) che apporta delle modifiche al Trattato di Roma e al Trattato di Maastricht;
  • 2004: dieci Paesi dell’Europa Centro-Orientale (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Repubblica Slovacca, Slovenia, Malta e Cipro) entrano a fare parte dell’Unione Europea;
  • 2007: Romania e Bulgaria entrano nell’Unione Europea. Viene inoltre firmato il Trattato di Lisbona (entrato in vigore nel 2009), redatto per sostituire la Costituzione Europea bocciata con referendum da Francia ed Olanda nel 2005, che apporta ampi modifiche ai Trattati dell’Unione Europea;
  • 2013: la Croazia entra a fare parte dell’Unione Europea, divenendo il ventottesimo Paese aderente
  • 2016: il Regno Unito vota, con referendum, per l’uscita dell’Unione Europea, la cosiddetta Brexit viene attivata il 29 marzo 2017

L’Unione Europea è quindi un soggetto politico a carattere sovranazionale ed intergovernativo che riunisce ventisette Paesi membri indipendenti e democratici, la cui istituzione con l’attuale nome risale al 1992 (Trattato di Maastricht). Nell’immagine sottostante si trova un riepilogo delle principali Istituzioni Europee, in termini di ruoli e responsabilità.

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Esse sono cinque e precisamente:

  • Parlamento europeo (popolarmente conosciuto anche come Europarlamento): è l'unica istituzione dell'Unione europea ad essere eletta direttamente dai suoi cittadini. Insieme al Consiglio Europeo, costituisce una delle due Camere che esercitano il potere legislativo nell'Unione. L’Europarlamento svolge anche una funzione di controllo sull'operato della Commissione Europea, ne elegge il Presidente su proposta del Consiglio Europeo e approva in blocco la Commissione. L’attuale Presidente del Parlamento Europeo è l’italiano Antonio Tajani;
  • Consiglio dell'Unione Europea (denominato in questo modo dal trattato di Lisbona del 2007), noto anche come Consiglio dei Ministri europei: detiene - insieme col Parlamento europeo - il potere legislativo nell'ambito dell'Unione europea. Esso è composto da un membro di ciascuno Stato scelto a livello Ministeriale;
  • Consiglio Europeo: è un organo che si riunisce periodicamente per definire i diritti umani e civili e le libertà fondamentali, ed esaminare i principali problemi del processo di integrazione. E’ composto dai Capi di Stato o di Governo dei Paesi aderenti a cui si aggiunge un Presidente, ruolo che è attualmente rivestito dal polacco Donald Tusk;
  • Commissione Europea: rappresenta e tutela gli interessi dell'Unione europea nella sua interezza; avendo il monopolio del potere di iniziativa legislativa, propone l'adozione degli atti normativi dell'UE, la cui approvazione ultima spetta al Parlamento europeo e al Consiglio dell'Unione europea; è responsabile inoltre dell'attuazione delle decisioni politiche da parte degli organi legislativi, gestisce i programmi UE e la spesa dei suoi fondi. È composta da un delegato per ogni stato membro (detto Commissario): a ciascun delegato è però richiesta la massima indipendenza dal governo nazionale che lo ha indicato. L’attuale Presidente è il lussemburghese Jean-Claude Junker;
  • Corte di Giustizia Europea: ha il compito di garantire l'osservanza del diritto nell'interpretazione e nell'applicazione dei trattati fondativi dell'Unione europea La tutela giurisdizionale dell'Unione europea è affidata alla Corte, organo unitario, suddiviso in una pluralità di formazioni: la Corte di Giustizia, il Tribunale ed il Tribunale della funzione pubblica.
  1. 2.Lo scorso 29 marzo Tim Barrow, l’ambasciatore britannico presso l’Unione Europea ha ufficialmente depositato la lettera di richiesta, da parte del Regno Unito, di attivare l’art. 50 del Trattato di Lisbona che consente l’uscita di un Paese dall’Unione stessa. Ciò è avvenuto a seguito del voto, espresso a maggioranza dai cittadini del Regno Unito nel referendum tenutosi il 23 giugno 2016, il cui esito è noto sotto il nome di Brexit. E’ una prima nella storia dell’Unione Europea che, come descritto nel punto precedente della trattazione, ha finora vissuto esclusivamente di progressivi e continui periodi espansivi. L’attenzione di tutti è più che giustificata, in quanto la domanda legittima è se si tratta di un evento isolato oppure dell’inizio della disgregazione dell’Unione. Ai fini della comprensione di quanto accaduto e dei prossimi step è utile prendere a riferimento il testo normativo (Trattato di Lisbona, art. 50) che, al primo paragrafo afferma: “Ogni Stato membro può decidere, in modo conforme alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione”; questo è ciò che ha fatto il Regno Unito. Il secondo paragrafo dell’art. 50 indica quali vie il procedimento di recesso deve seguire: lo Stato recedente notifica tale intenzione al Consiglio Europeo; alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio Europeo, l’Unione negozia – evidentemente tramite un accordo bilaterale – e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità di recesso. Tale accordo è ratificato dal Consiglio Europeo con il voto a maggioranza qualificata dei Paesi membri, a nome dell’Unione. Il terzo paragrafo dell’art. 50 prevede che i Trattati cessino di essere applicabili alla Nazione recedente alla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso e, comunque, entro due anni dall’avvenuta notifica. Il 29 marzo 2017 è quindi scattato un conto alla rovescia, della durata di due anni, che il Regno Unito ed il Consiglio Europeo hanno a disposizione per definire un accordo bilaterale che disciplini l’uscita di Londra dall’Unione Europea e le loro relazioni future. Nonostante le due controparti si siano dette pronte alle trattative, la partita si preannuncia tutt’altro che semplice: infatti non solo sarà complicato preservare l’unità dei ventisette Paesi membri nel corso del negoziato ma, secondo l’espressione di un diplomatico, Brexit rischia di creare una colossale incertezza legale. I Paesi aderenti all’Unione hanno più volte spiegato di voler affrontare il negoziato in due tempi: in primo luogo è necessario definire un’intesa sul divorzio; solo a valle si aprirà la trattativa sul futuro rapporto tra Regno Unito ed Unione Europea. Tale prospettiva non piace affatto a Londra che vorrebbe negoziare congiuntamente su entrambi i fronti. In linea con l’iter procedurale, il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha presentato una bozza delle linee guida delle trattative, che dovranno essere negoziate a livello diplomatico in vista dell’approvazione da parte del Consiglio Europeo, auspicabilmente ad inizio maggio. Una volta approvate le linee guida, la Commissione Europea invierà immediatamente le proprie raccomandazioni ai Paesi membri: si tratterà di dettagliate indicazioni che andranno approvate, a livello Ministeriale, possibilmente nel corso del mese di giugno. Solo in quel momento potrà iniziare il negoziato con il Regno Unito attraverso l’assegnazione di un mandato negoziale a Michel Barnier, l’ex commissario francese, che se la dovrà vedere con David Davis, il Ministro per la Brexit del governo di Theresa May.“Idealmente – spiega un esponente europeo – dovremmo puntare ad avere tre testi: un primo Trattato per il divorzio, una successiva intesa da applicare per la fase transitoria ed un Accordo che regoli i rapporti tra Londra e Bruxelles a che dovrebbe avere le sembianze di un’intesa di libero scambio”. La negoziazione parte chiaramente in salita con prese di posizioni forti da entrambe le parti. Se infatti la premier britannica ha fatto già notare che “Brexit means Brexit”, precisando che esiste solo l’hard Brexit, con l’abbandono del mercato unico dei beni e servizi per assicurare al Regno Unito il controllo su immigrazione, leggi e budget, d’altro canto il negoziatore designato Barnier ha già chiarito che non esiste un menu a la carte per l’Unione Europea e che i britannici dovranno onorare tutti gli impegni finora assunti nel bilancio comunitario. Ciò include le pensioni dei funzionari UE britannici, i costi dei progetti infrastrutturali in sospeso e delle garanzie sui prestiti come il bail-out concesso all’Irlanda per una somma complessiva che si dovrebbe aggirare nell’intorno dei 60 miliardi euro. Nonostante Barnier abbia precisato che finché tale somma non verrà regolata non si inizierà neppure a discutere di accordi commerciali, Londra continua a sostenere che non esiste alcun impegno a suo carico nel regolare quella somma. Insomma, l’ampio calendario negoziale previsto (due anni), stante le procedure da seguire ed i numerosi e litigiosi interlocutori, pare essere perfino avaro di tempo se si considera che Davis e Barnier rischiano di sedersi al tavolo solo dopo la fine dell’estate, cioè non prima dell’esito delle elezioni tedesche. Dovrebbero finire entro il 29 marzo 2019 ma sarà necessario chiudere almeno sei mesi prima, al fine di consentire agli Stati membri di ratificare l’intesa. Vista in questi termini, la finestra temporale a disposizione rischia di essere inferiore ad un anno, periodo decisamente breve se si considera la vastità dei temi di trattazione. L’unico precedente disponibile non è di buon auspicio; la Groenlandia impiegò infatti circa tre anni per l’uscita dall’Unione Europea negoziando di fatto un solo tema: le quote di pesce.
  2. 3.In Grecia si combatte da sette anni una guerra per procura”. Tale definizione di proxy war e di Angel Ubide, economista del Peterson Institue of Washington. Ubide ha fatto notare che sulla minuscola Grecia, che conta undici milioni di abitanti e vale il 3% del Prodotto Interno Lordo europeo si gioca la partita della frattura dell’euro che metterebbe fine al principio della sua irreversibilità. Atene è cioè diventata un simbolo ed un monito per altri Paesi di Eurolandia con i conti in disordine. Come scrisse la banca d’affari JP Morgan, in un report del 2015, mettere sotto pressione la Grecia, i suoi governi ed i cittadini serve come monito ad altre Nazioni europee poco diligenti, secondo i parametri cari a Bruxelles ed a Berlino. In realtà, la situazione greca palesa, ammessone il bisogno, che rimandare i problemi non significa affatto risolverli. Nonostante Atene abbia già subito tre piano di salvataggio (per un controvalore complessivo di circa 330 miliardi euro), seguendo più o meno pedissequamente le indicazioni imposte dai creditori (Unione Europea e FMI), non solo tarda ad arrivare ogni segnale di recupero economico, ma le previsioni delle Istituzioni mondiali vengono sistematicamente smentite da dati peggiori delle attese. Nel quarto trimestre 2016 il PIL è infatti sceso dell’1.2% rispetto al trimestre precedente e dell’1.1% su base annua. Come si può facilmente desumere dalla figura sottostante, tale dato rappresenta un segnale indiscutibile che i tre salvataggi (bailout) non hanno prodotto alcun beneficio alla crisi strutturale di Atene, le cui condizioni economiche non hanno mai offerto un segnale duraturo di ripresa nel corso dell’ultimo decennio.

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La situazione, tra le autorità greche e le istituzioni europee, si è recentemente fatta incandescente in vista della valutazione, da parte dell’Eurogruppo, del via libera alla seconda parte del programma di aiuti da 86 miliardi euro, che fanno parte del terzo bailout. In realtà tale erogazione è necessaria per consentire ad Atene di rimborsare un debito di 7.2 miliardi euro, evitando il default. L’obbiettivo dei creditori europei è però quello di assicurare un avanzo primario del 3.5% sul PIL in modo da favorire il ritorno del Fondo Monetario Internazionale nel programma di aiuti. L’Istituzione di Washington lo aveva infatti abbandonato nell’agosto del 2015, convinta che il trend del debito pubblico di Atene (oltre il 170% del PIL) fosse troppo elevato (vedi figura sottostante), condizionando una sua partecipazione ad una ristrutturazione del debito o ad un aumento delle misure anti-deficit.

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In realtà è chiaro a tutti che la Grecia non sarà mai in grado di ripagare il suo debito pubblico, a maggiore ragione in un trend economico in deterioramento; il problema è di natura politica. Dato che la maggioranza del suo debito è detenuta dai Paesi dell’Unione Europea, come facilmente osservabile nell’immagine sottostante, non è intenzione né della Francia, né della Germania, affrontare tale spinoso tema in un anno di delicate scadenze elettorali interne com’è il 2017.

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In effetti Atene ha già dimostrato di avere raggiunto dei risultati straordinari, raggiungendo un pareggio nelle partite correnti con l’estero ed un avanzo fiscale primario dell’1% sul PIL. Si tratta di dati che dimostrano che la Grecia è ora in condizioni di equilibrio finanziario, tolto il servizio del debito. L’idea di imporre ad Atene un avanzo fiscale primario del 3.5% non è solo irrealizzabile, a detta del Fondo Monetario Internazionale, ma non può che passare attraverso una tornata di nuova austerity. Sarebbe infatti necessaria una manovra di oltre 3.6 miliardi euro, ottenibile solo attraverso una riduzione della spesa pubblica ed un aumento dell’entrate fiscali. Ogni ulteriore taglio alla spesa è però praticamente inattuabile, in particolare per le pensioni che sono già passate attraverso undici decurtazioni dal 2010, con il cinquanta per cento della popolazione che vive di rendite previdenziali. Ora il 15% circa della popolazione greca (1.6 milioni di persone) è al di sotto della soglia di povertà, con un reddito inferiore ai 180 euro al mese (6 euro al giorno); la ricchezza pro capite negli ultimi cinque anni è crollata del 16% ed il tasso di disoccupazione è al 25%, il livello più alto di tutta Europa. Si tratta di cifre da Terzo Mondo che non lasciano spazio a dubbi: Atene non sarà in grado di assorbire alcuna ulteriore dose di austerità, pena non solo l’affermazione di forze politiche eversive nei confronti dell’Unione Europea ma anche di un rischio sociale altissimo. Il Premier Tsipras, da una posizione politica sempre più instabile, ha avvertito gli alleati con un monito che pare sempre più realistico: “Il 2017 non è un anno difficile, è l’anno in cui l’Europa potrebbe disintegrarsi”.

  1. 4.Il 22 febbraio scorso la Commissione Europea ha pubblicato una relazione-Paese, sull’Italia, illustrativa dell’atteso rapporto sul debito pubblico, chiedendo al Governo Gentiloni di approvare entro il mese di aprile le misure per ridurre il deficit strutturale, al fine di evitare una procedura sanzionatoria per debito eccessivo. Il rapporto indica che “se ulteriori misure del valore di almeno lo 0.2% del PIL (circa 3.4 miliardi euro), le quali il Governo italiano si è impegnato ad adottare entro aprile 2017, non fossero entro quella scadenza credibilmente adottate, il criterio del debito verrebbe considerato non rispettato”. Le regole comunitarie prevedono che un Paese ad alto debito debba ridurre l’indebitamento di un ventesimo all’anno, salvo la presenza di fattori eccezionali che in questa circostanza sono stati premianti. L’Italia – il cui debito pubblico sul PIL è del 132.6% non rispetta – né lo ha mai fatto – il tetto del 60% del debito/PIL indicato dal fiscal compact, quindi secondo le regole dovrebbe procedere con una sua riduzione del 5% all’anno per venti anni. Nel caso di mancato rispetto di tali condizioni, aggiunge la nota della Commissione Europea, l’eventuale apertura di una procedura per debito eccessivo verrebbe valutata nel mese di maggio, in occasione delle prossime previsioni economiche di primavera. Il Commissario agli Affari Monetari Pierre Moscovici ha affermato: “Spero e credo seriamente che le misure richieste verranno adottate dall’Italia a scadenza”. L’eventuale procedura sanzionatoria seguirebbe il seguente iter:
    1. a)Quando un Paese non rispetta i requisiti previsti sul deficit e/o sul debito la Commissione UE prepara una relazione e trasmette un parere allo Stato e al Consiglio Europeo;
    2. b)Il Consiglio Europeo, su proposta della Commissione UE e sentito lo Stato stesso, e dopo aver appurato che il requisito non è rispettato, invia le raccomandazioni al Paese violatore al fine di un rientro nei parametri stabiliti. Qualora lo Stato dovesse disattendere tali raccomandazioni, il Consiglio Europeo può intimare al Paese di prendere misure adeguate entro un determinato periodo;
    3. c)Se lo Stato continua a non ottemperare la richiesta, il Consiglio può irrogare le sanzioni economiche (fino allo 0.2% del PIL in caso di disavanzo eccessivo)

In realtà, l’Italia non è l’unico Paese che si trova nelle condizioni di poter subire una procedura sanzionatoria da parte dell’Unione Europea. In un rapporto sulle politiche fiscali nell'area euro pubblicato il 30 gennaio 2017, il Fondo Monetario Internazionale ha scritto che nell’Unione Europea, dal 2002 al 2015 due Stati membri su tre hanno violato gli obiettivi di medio termine stabiliti da Bruxelles: si tratta di trasgressioni che hanno spesso natura sistematica.” Il rispetto delle regole - osserva l’Istituto di Washington - è peggiorato in maniera particolare durante la crisi: nel 2009 gli obiettivi di medio termine sono stati violati dal 90% dei Paesi, il tetto di debito dal 50%, il limite del deficit dall'85% e le richieste di aggiustamento fiscale dal 75%". In parallelo, la quota di Paesi con un debito superiore al 60% del PIL è salita dal 35% nel 1999 al 75% nel 2015. Il Fondo ritiene che per assicurare il rispetto delle regole è opportuno "rendere le sanzioni più accettabili politicamente", anche perché le sanzioni economiche non fanno che "esacerbare le difficoltà finanziarie di governi già sotto stress”. Bisognerebbe invece, sempre secondo il rapporto del FMI, “incentivare con dei benefici tangibili chi rispetta le regole grazie, ad esempio, all’attribuzione loro di una maggiore quota di fondi strutturali". Uno dei trasgressori più recidivi è proprio la Francia, che dal 2008 al 2015 (come si vede nella figura sottostante) non ha mai rispettato il tetto del deficit del 3%, a volte sforandolo in maniera clamorosa, e senza mai pagarne le conseguenze.

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Nello stesso periodo l’Italia ha invece mancato il target solo nei tre anni dal 2008 al 2010 (immagine sottostante), i più duri della crisi finanziaria.

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Nonostante un rapporto migliore a quello italiano, il debito pubblico di Parigi è vicino al 100% del PIL, quindi anch’esso assolutamente al di fuori dei parametri europei stabiliti. Secondo il rapporto del FMI, i parametri del fiscal compact vengono rispettati in maniera diseguale perché i Paesi più grandi riescono a ottenere un trattamento preferenziale in virtù del loro peso. "Le peculiari procedure di coordinamento e sorveglianza, hanno reso problematica l'applicazione del Patto", si legge nel documento, che identifica un punto debole nella doppia responsabilità di Commissione Europea ed Ecofin nel garantire che i trasgressori vengano sanzionati. "Di conseguenza, alcuni hanno sostenuto che l'applicazione del Patto di Stabilità non sia stata equa, con un trattamento preferenziale per i Paesi più grandi che hanno maggiori diritti di voto", sottolinea l'istituto di Washington, "in secondo luogo, i membri dell'Ecofin potrebbero essere incentivati a lasciar correre ed evitare azioni che possano essere politicamente costose per gli altri membri, in quanto potrebbero trovarsi loro stessi in una fase di sofferenza fiscale in futuro". Una collusione implicita, ben descritta da Ottmar Issing, ex capo economista della BCE, secondo il quale “è una "situazione nella quale i potenziali peccatori giudicano i peccatori effettivi". Tutto ciò premesso, stante la stringente richiesta di Bruxelles, il Ministro dell’Economia Padoan ha recentemente dichiarato: “l’Italia metterà mano all’aggiustamento da 3.4 miliardi euro perché è indispensabile per evitare una procedura d’infrazione che sarebbe estremamente allarmante”. Si tratta di una considerazione che giunge a valle della recente bocciatura – da parte dell’agenzia di rating canadese DBRS – dell’Italia. Tale declassamento da A Low a BBB High, intervenuto nel mese di gennaio scorso, pone il Bel Paese in una condizione di maggiore debolezza, in quanto DBRS era l’ultima, tra le quattro agenzia di rating sistemiche, che riconosceva ancora un rating a Roma nel intervallo della lettera A.

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Come si può facilmente osservare nella figura soprastante, infatti, le altre tre big (S&P, Moody’s e FitchRatings) avevano già da tempo declassato il voto italiano nella lettera B. Le motivazioni principali del declassamento, addotte da DBRS, sono state: la fragile crescita economica e la debole crescita potenziale; la scarsa competitività e la bassa produttività di lavoro e capitale. Il più rilevante impatto di tale declassamento è di natura indiretta, in quanto peggiorando il valore del credito, su di esso verrà applicato un margine superiore di garanzia in caso di utilizzo dei titoli di stato italiani come collaterale di operazioni di finanziamento. Le banche italiane utilizzano i titoli del debito pubblico di Roma, come collaterale di garanzia, nelle operazioni di rifinanziamento dell’Eurosistema, cioè presso la Banca Centrale Europea. Tale operazione risulta ora risulta più costosa di prima: a titolo di esempio, a valle del declassamento, lo scarto applicato su un titolo di stato italiano con scadenza residua all’anno è del 6% (anziché dello 0.5%, com’era in precedenza) e del 13% su un titolo con durata residua maggiore di dieci anni (invece del 5%, com’era prima). Tale aggravio, in termini di minore liquidità ottenuta (inversamente proporzionale alla trattenuta applicata), è un conto che peserà quindi sul sistema bancario italiano, che risulta il più esposto nella detenzione di titoli governativi di Roma. In realtà, il peggioramento del rating potrebbe avere un ulteriore impatto, decisamente più rilevante, in termini di maggiore premio al rischio chiesto dal mercato finanziario per la sottoscrizione dei titoli del debito pubblico; tale conseguenza è però – al momento – sterilizzata dall’intervento di quantitative easing operato dalla Banca Centrale Europea.

  1. 5.Il 25 marzo 2017, a Roma, i leader dei ventisette Paesi Europei hanno sottoscritto una Dichiarazione in occasione del sessantesimo anniversario della costituzione dell’Unione Europea. Tale Dichiarazione è di natura programmatica e si propone di avere un orizzonte temporale decennale, presentando quattro priorità: economia, sicurezza, diritti sociali e difesa. I diplomatici che vi hanno lavorato hanno ammesso che il testo è il risultato di un lungo negoziato e riflette un compromesso tra sensibilità e desiderata molto distanti tra i vari Paesi. Di conseguenza, numerosi temi sono stati annacquati per mettere tutti d’accordo, con il rischio però di risultare, alla fine, del tutto inconsistenti. Si parla del completamento dell’Unione Monetaria, senza citare il tema sensibile dell’Unione Bancaria. Si indica l’Unione come una cooperazione rafforzata, escludendo però dal testo il concetto di doppia velocità, mettendo l’accento sugli eventuali differenti ritmi (“Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi, se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati”). Ci si impegna per la sicurezza (“un’Unione in cui tutti i cittadini si sentano sicuri di spostarsi liberamente, in cui le frontiere esterne siano protette, con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile”) ma non si fa cenno ad alcuna indicazione operativa a riguardo. Si tracciano le linee guida sociali, del lavoro e della crescita (“Un’Unione che generi crescita e occupazione [..] che favorisca il progresso economico e sociale”) ma senza in alcun modo indicare alcuna soluzione per l’acuirsi delle divergenze finanziarie, economiche e sociali tra i vari Paesi (ad es. tra la Germania – sempre più forte – e la Grecia – sempre più debole). Per giungere alle dichiarazioni di maggiore peso, che mettono in evidenza il valore dell’unità (“l’Unione è indivisa ed indivisibile”) ed il mercato e la moneta unica (“l’Unione in cui un mercato unico forte, connesso ed in espansione, ed una moneta unica stabile e più forte creino opportunità di crescita, coesione, competitività, innovazione e scambio”). Pare in effetti un mondo ideale, quasi un paradiso, la cui descrizione – pur fatta di desiderata – è in realtà molto lontana dagli accadimenti reali, in cui l’indivisibilità dell’Unione è di fatto già stata violata dalla richiesta del Regno Unito e la moneta unica è un principio condiviso solo da alcuni Paesi della stessa Unione Europea. Il rischio che si tratti quindi esclusivamente di indicazioni programmatiche che non troveranno mai un’applicazione pratica risulta tutt’altro che remoto. Proprio per evitare ciò, il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker, il 1 marzo 2017 ha presentato a Bruxelles il “Libro Bianco” sul futuro della costruzione comunitaria. “Abbiamo bisogno di un dibattito onesto sull’Europa e su quanto i cittadini si aspettano da essa – ha affermato Junker, chiosando – saremo giudicati non da quanto abbiamo ereditato ma da quanto lasceremo ai posteri”. Il documento illustra cinque scenari prospettici sull’Unione Europea nei prossimi otto anni (da qui al 2025):
    1. Avanti così: si limitano gli eventuali i progressi ad un ambito marginale della costruzione europea;
    2. Solo il mercato unico: si identifica il mercato unico come obbiettivo principale dell’Europa;
    3. Chi vuole di più fa di più: è Europa delle cooperazioni rafforzate e dei cerchi concentrici; si tratta dell’idea delle differenti velocità e dei diversi gradi di integrazione;
    4. Fare meno in modo più efficiente: l’Unione si concentra solamente su alcuni ambiti;
    5. Fare molto di più insieme: è l’integrazione politica vera e propria tra i Paesi membri.

Il Presidente Junker non ha espresso preferenze tra le opzioni, pur facendo capire di apprezzare l’ipotesi di un’Europa a cerchi concentrici, mentre si è detto assolutamente contrario all’idea di ridurre l’Unione al solo mercato unico. Il Libro Bianco non intende essere né prescrittivo, né operativo; traccia invece possibili percorsi che saranno oggetto di un dibattito fino a dicembre quando il Consiglio Europeo dovrebbe scegliere quale seguire. Nessuno dei cinque scenari richiede un’immediata riforma dei Trattati; tutti riguardano l’Unione Europea e non solo i Paesi aderenti all’euro. I cinque scenari possono anche risultare parzialmente integrabili. A ben guardare, però escludendo, per motivi diversi, lo scenario i. (inutile), lo scenario ii. (poco efficiente) e lo scenario v. (irrealizzabile), la logica porta a ridurre la scelta tra lo scenario iii. e il iv, entrambi ambiziosi ma realizzabili. Lo stesso Junker ha dichiarato pubblicamente che il suo obbiettivo – presentando tali scenari alternativi – è di indurre i governi ad assumersi le proprie responsabilità. Anche in questo caso però; come per la Dichiarazione di Roma, non vengono toccati gli argomenti che stanno maggiormente a cuore ai Paesi dell’Unione Monetaria: la mutualizzazione dei debiti pubblici, l’Unione Bancaria o la definizione di un bilancio comune per Eurolandia.

  1. 6.A fronte di quanto descritto nei punti precedenti, è lecito interrogarsi sul futuro dell’Europa, senza alcuna pregiudiziale, cioè in maniera oggettiva, scevra da falsi sentimentalismi ma invece analizzando le proposte concrete di rilancio del progetto dell’Unione, la loro fattibilità al fine di comprendere come tali elementi possano incidere anche sulle scelte finanziarie. A tale fine, è utile riepilogare sinteticamente le proposte ed i rischi più significativi, oggetto di analisi negli ultimi mesi e precisamente:
    1. a)Il contratto tra Italia ed Europa;
    2. b)Gli EuroSintBond;
    3. c)Il rischio di commissariamento dell’Italia;
    4. d)L’insostenibile status quo e le sue eventuali conseguenze
    5. a)Carlo Bastasin e Gianni Toniolo, in un articolo pubblicato da il Sole 24 ore il 29 marzo 2017, hanno presentato una proposta conseguente a due studi pubblicati dalla School of European Political Economy (SEP – Luiss) che si basa su un vero e proprio contratto tra l’Europa e l’Italia. Gli autori, pur non escludendo critiche all’Europa per gli errori strategici effettuati nella gestione delle crisi greca, pongono una domanda rilevante: non sarà proprio l’Italia, con rischi che ne fanno una Grecia elevata al cubo, a frenare l’Europa lungo il percorso di responsabilità politica da noi stessi invocata? Per superare l’incertezza ed il sospetto tra l’Italia e gli altri Paesi, gli studi propongono un accordo contrattuale italo-europeo. Si tratterebbe non di un accordo punitivo, bensì di sostegno attraverso il quale l’Italia potrebbe recuperare – attraverso fondi europei già in larga parte disponibili – il livello di investimento privato perduto negli ultimi anni. Ciò potrebbe favorire un quadro di maggiore certezza per gli investitori privati a patto di consentire alle Istituzioni Europee il rigoroso controllo su come gli investimenti verrebbero eseguiti e sulla realizzazione concreta delle riforme necessarie al Paese, sulla cui scelta Parlamento e Governo italiano manterrebbero però la piena autonomia nel rispetto delle regole comuni;
    6. b)Alberto Quardio Curzio e Attilio Bertini, in una lunga disamina riportata da Il sole 24ore del 30 e 31 marzo 2017, hanno proposto la costituzione di Euro Bond Sintetici (EuroSintBond), sulla scorta dei titoli già in portafoglio alla Banca Centrale Europea (Euro Bond Compositi), conseguenti all’intervento di acquisto di titoli di stato dei Paesi di Eurolandia messo in atto da Francoforte attraverso il quantitative easing. Il passaggio dagli Euro Bond Compositi agli EuroSintBond non sarebbe un’opzione monetaria ulteriore bensì un potenziamento degli strumenti di politica economica dell’Europa. Meglio se a tale fine si utilizzasse l’European Stability Mechanism (ESM), il fondo salva-Stati, per il quale servirebbe una modifica delle finalità statutarie: da meccanismo risolutore delle crisi dei Paesi UEM a veicolo che emette debito europeo ai fini di stabilità dei mercati e di spinta alla crescita. I tecnicismi descritti nella proposta porterebbero – secondo gli autori – a due benefici indiscutibili: un rafforzamento della fiducia e del contrasto alla speculazione intra-euro ed una facilitazione al rispetto degli impegni nazionali di deficit e debito, grazie all’imposizione di limiti insuperabili, ma realistici e ragionevoli;
    7. c)Alessandro Graziani, in un articolo de Il Sole 24 ore del 9 marzo 2017, ha messo in luce i rischi, già noti nel processo di crisi, di contagio tra le criticità del sistema bancario italiano e la sostenibilità del debito pubblico. Graziani afferma come tra molti banchieri italiani si stia diffondendo la sensazione che, almeno ai livelli tecnici della UE, si stia creando una spinta che partendo dal caso delle banche italiani in condizioni di estrema difficoltà (MPS, Veneto Banca e Popolare di Vicenza) arriva alla manovra correttiva e all’impostazione dei prossimi DEF e legge di stabilità, al fine di spingere il sistema Italia a chiede l’aiuto del fondo Salva-Stati ESM per ricapitalizzare le banche, assoggettando però congiuntamente il Paese alle condizionalità richieste dall’UE e dal FMI, come accaduto alla Grecia;
    8. d)Michael Spence, Luigi Zingales, Wolfgang Munchau e Mervyn King pur con modalità diverse hanno recentemente messo l’accento sull’insostenibile situazione in essere in Europa, cioè dell’assoluta necessità di porre in atto una forte accelerazione nel cambiamento. Il premio Nobel per l’economia 2001 sottolinea che l’eccesso di debito limita l’utilizzo di forti misure fiscali, necessarie per ripristinare una crescita vigorosa. Sempre secondo Spence vi sono stati tre importanti cambiamenti nell’economia globale, intervenuti a partire dall’anno 2000, che hanno avuto un forte impatto sull’Europa: l’euro è stato introdotto senza una complementare unificazione fiscale e normativa, la Cina è divenuta membro della World Trade Organization (WTO) e le tecnologie hanno iniziato ad avere un ruolo crescente sulla struttura microeconomica. Zingales è sulla stessa linea, indicando che non vi sono buoni e cattivi, bensì istituzioni ben fatte e altre no: “L’euro è stato creato senza le necessarie Istituzioni di supporto. Non lo dico solo io, lo ammette anche Romano Prodi, uno dei padri fondatori. In particolare creare una moneta unica senza un’autorità fiscale comune ha di fatto trasformato la BCE in un’autorità fiscale non eletta, ruolo che i banchieri centrali non sono in grado né desiderano assolvere”. Per Munchau l’ossessione sui punti decimali di sforamento del deficit è come “l’attenzione ad allineare correttamente le sdraio sul ponte del Titanic”; l’editorialista del Financial Times afferma senza mezzi termini che il fiscal compact andrebbe abrogato in quanto impone un consolidamento dei conti pubblici eccessivo, precisando che l’uscita dalla moneta unica causerebbe danni catastrofici agli asset dei Paesi più forti, a cominciare dalla Germania. King osserva che le tensioni, in Eurolandia, si sono spostate dalla periferia al centro, non avendo dubbi sul fatto che l’Eurozona precipiterà di nuovo nella crisi senza un dibattito genuino ed un reale cambiamento. L’ex governatore della Bank of England vede un’alta probabilità di break-up dell’euro che sarà molto caotica nel breve periodo, precisando: “la disoccupazione, in particolare modo quella giovanile, è così elevata che non sorprende vedere l’ascesa di nuovi partiti politici che incolpano l’Unione Monetaria. Vengono liquidati come populisti ma le loro critiche sono basate su fatti economici, che le élite non capiscono”. La ricetta di King è che si faccia l’Unione Fiscale, che costerebbe alla Germania il 5% del PIL indefinitamente, conto decisamente salato ma – a suo avviso – unica via in grado di consentire ai Paesi del Sud Europa di conservare la piena occupazione. King rispetto a tale ipotesi è purtroppo pessimista, e le sue considerazioni finali sono tanto secche, quanto scioccanti: “Stiamo andando verso il disastro”.

La costruzione della casa comune Europea, disegnata dai Padri Fondatori sessant’anni fa, non è mai stata in pericolo come oggi. Le tensioni globali, la crisi economica, la gestione dei flussi migratori, le nuove sfide lanciate dalla Russia di Putin e dall’America di Trump necessitano di una risposta coesa, forte, univoca. Mai come oggi, invece, le Istituzioni Comunitarie paiono fragili, divise ed incerte. Il tempo dell’attesa dei prossimi esiti elettorali nei Paesi di maggiore rilievo, quali Francia e Germania, non pare compatibile con la necessità di procedere senza esitazione all’implementazione delle necessarie riforme, anche radicali, che potrebbero essere in grado di salvare l’Unione Europea, non comportandone solo la mera sopravvivenza bensì un reale rafforzamento. L’Italia e le scelte istituzionali, politiche ed economiche di Bruxelles sono in grado di lasciare il segno sul futuro dell’Unione e sulla sopravvivenza della moneta unica. Gli investitori farebbero bene a non sottovalutare il caso di disgregazione; come afferma laconicamente Wolfgang Munchau: “So benissimo che l’argomento dell’uscita dall’euro non è gradito nella buona società italiana ma, volendo travisare le parole di Sherlock Holmes, se si eliminano tutte le alternative, questo è ciò che resta”.

pinosaGabriele Pinosa

economista

consulente aziendale e finanziario