L'università al centro del rilancio dell'Italia – G. Valditara

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laureataA fine 2016 il ministro tedesco Johanna Wanka ha riconosciuto che i forti investimenti in ricerca fatti dalla Germania sono la causa prima del primato tedesco in Europa. La Germania investe in ricerca e sviluppo circa un terzo della spesa totale europea, investe cioè quasi il 3% del pil, la media europea è poco sopra il 2, l'Italia investe in ricerca e sviluppo circa l'1.2%. Mentre l'Italia dal 2007 in poi ha continuato a tagliare su università e ricerca, la Germania ha continuato ad accrescere gli investimenti. Oggi il Fondo di Finanziamento Ordinario delle università italiane è pari a circa 6,9 miliardi, con una diminuzione del 22% rispetto a cinque anni fa.

Le basse valutazioni ottenute dalle università italiane nei ranking internazionali non riguardano la produzione scientifica, che in rapporto al numero dei ricercatori è superiore alla Germania, ma il numero dei ricercatori e dei professori così come una ancora inferiore internazionalizzazione rispetto alla gran parte delle università dei Paesi più avanzati.

Siamo in fondo alla classifica dei Paesi Ocse per numero di professori universitari e ricercatori in rapporto agli studenti. Abbiamo bisogno di accrescere in modo significativo il numero dei ricercatori e dei professori, non solo consentendo che per ogni professore e ricercatore che va in pensione l'università recuperi integralmente ed effettivamente le risorse corrispondenti, ma aumentando di almeno un quarto la dotazione organica complessiva nell'arco di un quinquennio.

Un altro dato che va denunciato: abbiamo l'immigrazione meno istruita d'Europa e nel contempo abbiamo meno professori e ricercatori stranieri rispetto agli altri Paesi più avanzati. Insomma importiamo immigrati che non servono alla crescita del Paese e lasciamo agli altri quelli più bravi.

Oltre ad avere pochi professori in rapporto agli studenti, sono poche le risorse destinate ai progetti di ricerca. I tagli rilevanti hanno fatto sì che in molte università non si acquistino più nemmeno strumentazioni di laboratorio, libri e riviste scientifiche. I finanziamenti ai grandi progetti di ricerca di rilevanza nazionale sono dati inoltre con criteri discutibili, poco trasparenti e dagli esiti incerti. Sono da promuovere misure per valorizzare i risultati sui bandi europei anche per recuperare indirettamente i contributi nazionali precedentemente versati. Ma bisogna anche contare a livello delle decisioni europee di distribuzione dei fondi.

Non vi è una reale valorizzazione economica per chi fa buona ricerca e buona didattica, nonostante gli scatti stipendiali non siano più automatici, ma siano legati ai risultati raggiunti (emendamento Valditara), caso unico nel pubblico impiego. Vanno recuperati gli scatti stipendiali persi: i professori universitari sono l'unica categoria a cui lo stipendio è stato ridotto (e pure sensibilmente) negli ultimi 7 anni.

Dobbiamo porci l'obiettivo di aumentare di oltre un miliardo l'anno il Fondo di Finanziamento Ordinario portandolo a 12 miliardi entro il 2022. Occorre altresì valorizzare la rapida occupazione del laureato con la possibilità di un ritorno finanziario per l'università di appartenenza che abbia promosso il percorso di inserimento nel mondo del lavoro. Da parte dell'ateneo si potrebbe in altre parole stipulare fin da oggi un contratto con lo studente, in cui questi si impegni a versare all'università una cifra concordata all'atto di iscrizione, laddove grazie al job placement universitario, entro un anno dalla laurea, lo studente abbia trovato un impiego lavorativo. Sono in ogni caso convinto che maggiori risorse possano arrivare da contribuzioni differite, sul modello australiano e pure inglese: si potrebbe cioè prevedere per legge che il laureato sia tenuto a versare una contribuzione differita, rateizzata per un certo numero di anni, laddove abbia trovato lavoro in tempi brevi dalla laurea.

Si deve rivedere la figura del ricercatore a contratto che rischia di generare precarietà. A sette anni dalla riforma 240/2010 è ora di fare un tagliando rivedendo quelle parti che hanno generato maggiori problemi. Credo sia giusto prevedere una figura di ricercatore senza limiti di proroghe, soggetto a periodiche valutazioni, con verifica ogni triennio sulla produttività scientifica e didattica ai fini della conferma nel ruolo. Ci vuole parallelamente un vero piano di investimento sul dottorato di ricerca.

L'autonomia deve presupporre che anche sullo stato giuridico e sul reclutamento ci possano essere regole differenti decise dalle singole università, fatti salvi i minimi nazionali di garanzia fissati per legge. Questo è particolarmente urgente per poter fra l'altro reclutare professori e ricercatori stranieri di valore che non vengono in Italia per stipendi e condizioni giuridiche (e logistiche) non concorrenziali. Una vera concorrenza fra università presuppone poi libertà nei modelli organizzativi. Questa libertà venne da me introdotta all'art.2 della legge 240/2010, che potenzialmente può costituire il vero cavallo di Troia per liberalizzare il sistema universitario italiano. Ciò che importa in un sistema liberale non è invero il modello organizzativo, bensì i risultati finali, incoraggiando sempre più le università migliori, contrariamente a quanto fatto dalle ultime riforme dei governi Renzi e Gentiloni, che hanno livellato verso il basso il sistema.

Nonostante la chiarezza della legge 240/2010 in materia di stato giuridico, oggi è in atto un'azione che sta mettendo in difficoltà gli atenei: serve invece salvaguardare l'autonomia universitaria relativamente ai procedimenti autorizzativi di attività di ricerca e formazione. Così come occorre ribadire quanto fu volutamente inserito nella riforma in modo inequivocabile: qualsiasi attività di consulenza, purché avvenga al di fuori dell'impegno orario, è libera e non soggetta ad alcuna limitazione. Si deve poi portare l'università, che rispetti criteri di solidità (bilanci solidi, apertura internazionale, qualità della ricerca), fuori dalla pubblica amministrazione.

Vi è poco trasferimento tecnologico dall'università all'impresa privata. Occorre rendere più semplice e con minori vincoli il rapporto fra ricerca universitaria e impresa privata che potrebbe diventare premiale nella distribuzione di risorse: si potrebbero cioè aumentare le quote premiali in funzione dei brevetti ottenuti e delle nuove imprese create.

Nei cda delle università si deve favorire l'inserimento di finanziatori. Nei cda deve esserci chi fa ricerca e didattica e chi la finanzia.

È inoltre indispensabile sviluppare nella competenza delle regioni una formazione professionale di livello superiore non universitario, ma in forte relazione con il mondo della impresa e del lavoro sul modello delle Hoch Fachschule tedesche che possa perfezionare la formazione degli studenti che provengono dagli istituti professionali.

Infine università e ricerca, sul modello americano e tedesco, devono vedere una sempre maggiore soggettività delle regioni.

Con questi e altri passaggi si può non solo modernizzare l'università italiana, ma creare le premesse perché cambi l'idea stessa di Italia facendola diventare il perno della crescita.


valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma