Impatto e rischio economico dell’immigrazione in Italia – D. Peirone

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migranteafricanoSe esiste un argomento su cui è fin troppo facile trovare generalizzazioni, slogan o semplificazioni utili a fini di retorica politica, questo argomento è l’immigrazione. La complessità di questo fenomeno, al contrario, renderebbe necessaria l’accuratezza di terminologia e dati, utilizzando categorizzazioni specifiche e basandosi il più possibile su evidenze certe.

La prima distinzione da fare è quella tra immigrazione regolare (legale) da un lato, ed immigrazione irregolare (illegale) dall’altro. Quando si parla di numeri e si fanno indagini demografiche o statistiche, queste si possono fare solo sugli immigrati REGOLARI. L’immigrazione illegale è, di per sé, non quantificabile con esattezza e imprevedibile nelle dinamiche temporali. 

Secondo i dati Istat, gli immigrati regolari in Italia sono 5 milioni, l'8,3 per cento della popolazione.

La Fondazione Leone Moressa è un ente collegato alla CGIA di Mestre e al mondo cattolico, che collabora con istituzioni che hanno molto a cuore il tema immigrazione, come la Open Society Foundation. Date queste premesse, l’orientamento politico è chiaro. Allo stesso tempo, nel Rapporto sul Valore Economico dell’Immigrazione (http://www.fondazioneleonemoressa.org/newsite/wp-content/uploads/2016/10/Atti-convegno_Rapporto-2016.pdf) ci sono diversi dati che, per quanto presentati secondo tale orientamento, risultano comunque significativi. Secondo la Fondazione, gli immigrati regolari hanno un costo per le finanze pubbliche italiane in termini di prestazioni e assistenza che è quasi il 2% della spesa pubblica, ovvero 14,7 miliardi di euro. D’altro canto, gli immigrati regolari che lavorano contribuirebbero al bilancio pubblico italiano versando, sempre secondo la Fondazione, imposte e contributi per un totale incassato dal fisco di circa 14 miliardi di euro. Praticamente, un pareggio.

Questi calcoli sembrano confermare lo studio dell’OCSE (svolto dai ricercatori Thomas Liebig e Jeffrey Mo nel 2013 http://www.globalmigrationgroup.org/system/files/Fiscal_Impact_GMG_May_2015.ppt), secondo il quale gli immigrati regolari non hanno portato né sottratto ricchezza ai paesi in cui risiedono. Lo studio, relativo ai paesi sviluppati, Usa, Canada e Australia compresi, ha mostrato come l’effetto cumulativo delle ondate migratorie che si sono succedute negli ultimi 50 anni ha avuto un effetto fiscale vicino allo zero, oscillando in media (ovviamente i risultati sono poi diversi da paese a paese) tra un -0,5 e un +0,5% del Pil.

Passando a considerare l’immigrazione irregolare, non vi sono cifre ufficiali ma solo stime. In questo caso, l’impatto è comunque stimato negativo su tutti i fronti. Gli irregolari, pur lavorando, sono quasi sempre impiegati in nero e con stipendi bassi, che sfuggono a fisco e previdenza. D’altro canto, è invece quantificata la spesa pubblica che comprende i costi per la cosiddetta “accoglienza, che in Italia è indicata nel Documento di economia e finanza (http://www.mef.gov.it/inevidenza/documenti/DOCUMENTO_PROGRAMMATICO_DI_BILANCIO_2017-IT_-_new.pdf). Questi costi sono stati, al netto dei contributi dell’UE, pari a 3,6 miliardi nel 2016 e sono previsti attorno ai 4,6 miliardi di euro per il 2017 (aggiornati rispetto al Def).  A ciò bisogna aggiungere i costi per l’assistenza sanitaria (stimati in circa 4 miliardi tra assistenza e somministrazione farmaci) nonché 2 miliardi di euro per i costi relativi ai detenuti stranieri (che sono il 35% del totale). Tutte le spese sopra indicate fanno parte della spesa sociale come “assistenza”. Una voce molto consistente del nostro bilancio pubblico, come verrà spiegato anche più avanti. L’impatto degli immigrati su questo capitolo di spesa è confermato a livello OCSE anche dalla ricerca di Liebig e Mo sopra citata.

Inoltre, bisogna considerare che una parte dei guadagni degli immigrati esce dal circolo della ricchezza nazionale e finisce all’estero, attraverso le rimesse (sia legali che illegali). Secondo i dati della Banca d’Italia (http://www.bancaditalia.it/statistiche/tematiche/rapporti-estero/rimesse-immigrati/), si può vedere che gli stranieri presenti in Italia inviano nei loro Paesi d’origine per canali ufficiali una media di rimesse di poco superiore ai 5 miliardi di euro all’anno. Alle rimesse ufficiali vanno aggiunte quelle per canali paralleli, che sono stimate per più di 700 milioni di euro ogni anno (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2016-0332/index.html?com.dotmarketing.htmlpage.language=102).

Un’altra importante distinzione è quella tra immigrati ad alta qualificazione e immigrati non qualificati. Sempre secondo l’Istat, di quei 5 milioni di immigrati regolari in Italia, gli occupati ricoprono prevalentemente posizioni non qualificate e solo la metà possiede un diploma, mentre solo uno su dieci ha un titolo universitario.

Abbiamo affrontato in un precedente articolo (http://www.logos-rivista.it/index.php?option=com_content&;view=article&id=1127:tutti-li-vogliono-la-concorrenza-tra-paesi-per-accogliere-immigrati-ad-alta-qualificazione-e-i-ritardi-dellitalia-d-peirone&catid=56:categoria-slide) i problemi che derivano da una massiccia presenza di immigrazione non qualificata, in particolare in paesi con sistemi economici poco competitivi e con scarsa innovazione. Se poi l’immigrazione non è soltanto a bassa qualificazione, ma anche illegale, l’effetto è un generale abbassamento degli standard lavorativi per tutti, immigrati e non, con un danno per l’intero sistema economico. Gli immigrati ad alta qualificazione, in particolare quelli con formazione avanzata nelle discipline STEM, rappresentano una immigrazione che, come dimostrato da diverse analisi economiche, porta invece al paese ospitante un beneficio superiore al costo. Per quanto riguarda gli startup visa, sono programmi che costituiscono un investimento, quindi sono inizialmente costosi ma, se ben gestiti, nel lungo periodo sono in grado di portare benefici al sistema economico (questa è stata la scommessa di Startup Cile o delle attuali politiche del governo francese). Questi ultimi due casi sono gli unici in cui vi sono diverse e serie analisi economiche (citate nel precedente articolo) che mostrano vantaggi derivanti dall’immigrazione per i sistemi economici dei paesi ospitanti.

In conclusione, chiunque sostenga di poter stimare impatti rilevanti (siano essi positivi o negativi) derivanti dall’immigrazione regolare attualmente presente nel nostro paese, o di essere in grado di prevedere “trend futuribili” di crescita o diminuzione di questa o quella variabile, collegata “all’immigrazione” genericamente indicata, fornisce come minimo una cattiva informazione al pubblico. Tutte le specificazioni sopra menzionate, sul tipo e sulla qualità di immigrazione, sulle rimesse, sui costi per l’assistenza, sono fondamentali per poter svolgere analisi rigorose e produrre politiche efficaci, che vadano nell’interesse del paese nonché degli immigrati stessi. Così come non si informa correttamente tacendo i rischi connessi a flussi migratori non collegati ad esigenze economico-produttive del paese ospitante. Come già detto, l’immigrazione a bassa qualificazione e per di più illegale pesa sulla voce “assistenza”, rappresentando un costo potenzialmente molto pesante per la spesa sociale e per il sistema economico, aggravato dall’imprevedibilità nelle dinamiche dei flussi e delle connesse difficoltà di monitoraggio e controllo.

Ciò è rilevante in modo particolare in un contesto di finanza pubblica problematico come quello italiano. Il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali mostra, nelle conclusioni del suo ultimo Rapporto sul sistema previdenziale italiano, quali negative conseguenze derivino da un qualsiasi aggravio di spesa pubblica nel nostro paese (http://www.itinerariprevidenziali.it/site/home/eventi/2017/quarto-rapporto-sul-bilancio-del-sistema-previdenziale-italiano/atti-del-convegno.html): “La spesa per prestazioni sociali incide per il 54,13% sull’intera spesa pubblica” - viene detto a pag. 2 delle conclusioni - “uno dei livelli più elevati dell’Europa a 27 Paesi”. E ancora: “la spesa sociale cresce molto più rapidamente di quella pubblica totale e del PIL, trascinata soprattutto dalla spesa per assistenza che, a differenza di quella pensionistica, non ha regole precise, un monitoraggio efficace e spesso non ha strumenti di controllo. Si tratta di un onere difficilmente sostenibile negli anni a venire (…) e che comunque già ora limita gli investimenti pubblici in tecnologia, ricerca e sviluppo, unica via per garantire la competitività del Paese e un futuro più favorevole per le giovani generazioni già gravate da un abnorme debito pubblico”.

 

peironeDario Peirone

ricercatore di economia e gestione delle imprese

idoneo seconda fascia

Università degli Studi di Torino