Identità e forme della politica - M. Rosboch

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partecipazionedemocraziaSi discute molto nei dibattiti politici e culturali sul valore dell’identità (o delle identità) così come del loro influsso sull’agire politico e sulle stesse “forme” della politica. Di seguito alcune riflessioni a proposito dell’importanza dei valori e delle identità al fine di fondare una civiltà politica degna di questo nome.

La prima questione da affrontare riguarda i meccanismi di legittimazione delle autorità politiche nelle democrazie contemporaneela tradizionale impostazione “proceduralista” e strumentale - povera di richiami e riferimenti alle “identità” culturali, religiose, nazionali, etc. - e volta a cercare la forza della democrazia nella presenza di regole di funzionamento, con l’esclusione di ogni riferimento ad ideali e valori nella definizione delle regole di legittimazione democratica, mostra oggi numerose falle. Si può partire in proposito dall’osservazione di fondo di Ernst-Wolfgang Böckenförde secondo cui: “Lo Stato liberale, secolarizzato, vive di presupposti che esso di per sé  non può garantire … D’altra parte, esso non può cercare di garantire queste forze regolatrici  interne da solo, ossia con i mezzi della costrizione giuridica e del comando autoritario, senza per ciò rinunciare alla sua natura liberale e - sul piano secolarizzato – ricadere in quella pretesa di totalità dalla quale è uscito nelle guerre di religione”.

In effetti, oggi proprio la “questione religiosa” (e poi quella della debordante spinta delle nuove tecnologie verso i cosiddetti “nuovi diritti”) spinge ad un ripensamento dei paradigmi ‘proceduralisti’ al fine di assicurare – al contempo – libertà e sicurezza e ritrovare un possibile equilibrio fra diritti e doveri e fra libertà e responsabilità.

A questo punto si può cogliere un altro nodo dell’odierna questione delle identità e del fondamento del vivere associato: quello della tensione fra la società e lo Stato. Si tratta di riflettere soprattutto - in merito alle difficoltà degli odierni sistemi di rappresentanza - inclusi i meccanismi elettorali - di assicurare adeguata voce nell’agone democratico ad una società in cambiamento, sempre più frastagliata ed atomizzata (anche per il massiccio utilizzo della rete e di nuovi strumenti di comunicazione di massa).

Alla tradizionale alternativa fra le scelte “popolari” e la necessaria articolazione “elitaria” del governo della politica si pone oggi l’urgenza di sviluppare nuove forme di partecipazione e di rappresentanza, anche al di là delle forme dei partiti politici, che pure mantengono la loro importanza e centralità. La questione è di grande complessità, ma comunque la si voglia affrontare pare necessaria una convergenza fra scelte e tecniche e fra idealità (identitarie) e regole: si rischia – altrimenti – la disaffezione alla politica (con la prevalenza di forze “antipolitiche”) o pericolose cessioni di sovranità da parte dei soggetti rappresentativi a beneficio di attori non politici e senza una precisa legittimazione politica e democratica.

Nella stessa direzione si può cogliere pure la crescente dialettica fra tecniche e valori, che interessa le questioni oggi più sensibili e delicate dell’ordinamento giuridico e delle sue ricadute etiche: dall’assetto della famiglia, alle valutazioni del valore della vita (dal suo inizio alla sua fine), la disponibilità (o meno) della corporeità, fino all’identità sessuale ed alle tecniche biologiche applicate alla riproduzione umana. Anche qui si può ben comprendere che occorre riconquistare un equilibrio fra le ragioni della politica (con i suoi valori, i suoi richiami identitari e valoriali) mettendo al centro il senso della persona umana rispetto alle   scelte del diritto, sempre più sottratte – in questi campi - ai legislatori e affidate piuttosto alle decisioni giurisdizionali (a diversi livelli nazionali e sovranazionali).

Senza andare oltre (a causa della complessità ed articolazione dei temi implicati) mi limito a richiamare l’esigenza di una chiara assunzione di responsabilità, sia da parte dei giuristi, sia da parte dei decisori politici, al fine di non demandare alla mera tecnicità o a scelte irriflesse e staccate dalla sovranità popolare  decisioni fondamentali per il presente ed il futuro. Molto giustamente Nicola Matteucci metteva in guardia sul fatto che: “La realtà contemporanea resta difficile da decifrare: di fatto c’è l’eclissi dello Stato, come luogo della sintesi politica, e il tutto è occupato dalle amministrazioni. Declinano le ‘istituzioni’ e si rafforzano le ‘organizzazioni’, mentre ci investe la rivoluzione tecno-tronica, che con la sua apparente neutralità, regolerà sempre più i rapporti fra gli uomini, con i suoi linguaggi specialistici, ‘barbari’, perché incomprensibili, ma in realtà senza alcuna profondità semantica, perché lontani dalla vita vissuta. Così è scomparsa dall’attenzione la res publica e le sue forme, come il vero centro della politica, e la mente è sviata dalle organizzazioni e dalla tecnica, che sono realtà – in sé – non politiche”

Un altro ambito di necessaria riflessione è quello del contributo offerto dai cosiddetti “corpi intermedi” e sulla loro importanza nel custodire e far crescere le identità genuine, rispettando così la ricchezza delle tradizioni. Com’è noto, infatti, la civiltà europea non ha mai potuto fare a meno – nella sua lunga storia – dell’apporto dei corpi intermedi nelle loro diverse articolazioni. Anzi, la loro priorità nei confronti del potere pubblico e politico (prima e durante l’avvento dello Stato moderno) ha delineato il volto dell’ordinamento giuridico europeo: un ordinamento composito e plurale, in cui la voce della società si esprimeva attraverso le diverse manifestazioni del diritto provenienti dalle differenti realtà associate: città, ceti, corporazioni, chiese, università, movimenti religiosi, enti morali, etc.. Le stesse vicende dello sviluppo degli Stati moderni (secondo le diverse declinazioni nazionali e territoriali che assumono in Europa) possono essere lette anche nel confronto accesso e spesso conflittuale fra la volontà livellatrice ed accentratrice dei sovrani e le resistenze dei corpi intermedi e delle loro appartenenze. Evidentemente si fronteggiano nel corso dell’epoca moderna diverse concezioni non solo della politica e del diritto, ma anche della stessa antropologia del potere.

Il passaggio rivoluzionario dall’Antico regime al secolo XIX segna il trionfo dello Stato di diritto, l’abolizione delle “appartenenze” e la costruzione di un nuovo soggetto giuridico individuale: il cittadino, inteso come “nudo” interlocutore dell’unico soggetto giuridicamente legittimo e rilevante, lo Stato.

Pur con sfumature ed eccezioni il secolo XIX registra l’affermazione dello Stato liberale ed una generale svalutazione giuridica dei fenomeni associativi, che pure (pressoché in tutta Europa) registrano nel corso del tempo una nuova vitalità, con la nascita di nuove ed imponenti realtà associate come i sindacati, i partiti e le libere associazioni di vario orientamento culturale o religioso.

Scriveva Robert Nisbet: “Quali sono, nel mondo contemporaneo, i criteri, in base ai quali si possono distinguere le società libere da quelle non libere? Anche soltanto con il porre la domanda si rivela la povertà dell’attuale vocabolario politico in proposito. Adoperiamo ancora i vocaboli e la fraseologia del tempo in cui il lessico della libertà aveva un rapporto significativo con l’ascesa del popolo nella politica e con l’emancipazione degli individui dalle vecchie strutture sociali. Il fatto è che oggi non abbiamo alcun insieme di termini evocativi che corrisponda alle nostre realtà nella stessa misura in cui le parole popoloindividuo e cambiamento corrispondevano alle realtà e alle aspirazioni del Sette e dell’Ottocento.

Nella situazione di oggi si ripropone, nella società globalizzata e nel contesto degli attuali conflitti internazionali e non solo, la questione del ruolo e del valore delle comunità intermedie, quale ambito ineludibile per lo sviluppo armonico della libertà, come coltura delle virtù, delle identità e delle tradizioni e come antidoto allo strapotere degli apparati e delle tecnologie invasive.

Certamente il contesto attuale interroga profondamente anche le stesse “comunità” (al di là delle ormai superate contrapposizioni fra individualismo e comunitarismo) in ordine al proprio ruolo ed all’urgenza di non rappresentare chiusure di orizzonti, ma ambiti efficaci di libertà. Recuperare nella sua portata giuridica e politica il ruolo delle società intermedie e del principio di sussidiarietà appare oggi operazione feconda e necessaria per uno sviluppo di una società libera, in funzione di una educazione del senso della socialità e della responsabilità verso il bene comune.

L’accenno al tema del bene comune è assai importante e non può prescindere dalla semplice osservazione che operare per il bene comune significa “mettere in comune il bene”: esso non può prescindere dal lascito della tradizione e dai valori radicati e identitari. Nell’attuale momento di crisi dei tradizionali concetti (e conseguenti confini) fra pubblico e privato sembra difficile trascendere nella costruzione politica i meri interessi individuali (o corporativi) ed alimentare il pubblico interesse senza spinte ideali e forti appartenenze: per un’argomentazione accettabile del bene comune: regole e valori debbono, pertanto necessariamente concorrere.

Oggi come ieri pare necessario insistere in modo il più possibile concorde su valori fondanti, a cui appoggiare pure ambiti del diritto, a loro volta in grado di presidiarne i confini e l’integrità. Tutto ciò presuppone, evidentemente, un ordine giuridico e politico realmente pluralistico – “sussidiario” - secondo vari piani, concordemente convergenti, ma anche relativamente indipendenti, onde garantirne il pieno svolgimento e, così, una effettiva unitarietà.

A tutto ciò non si può rinunciare, anche per formare una rinnovata coscienza pubblica responsabile, capace di protagonismo sociale, di effettiva capacità critica e di “rivalutazione” della stessa politica attraverso i diversi strumenti della partecipazione e della promozione delle idee, delle identità e delle genuine tradizioni.

 

rosbochMichele Rosboch

professore associato di storia del diritto italiano

Università di Torino