Il progetto europeo di Helmut Kohl - M. Krienke

  • PDF

kohlE’ stata l’ultima volontà di Helmut Kohl (3 aprile 1930 – 16 giugno 2017): che la cerimonia ufficiale per il suo funerale il 1° luglio non avvenisse nel contesto nazionale tedesco, ma divenisse un’affermazione per l’Europa, confermando con la sua morte ciò che è stata la missione della sua vita politica, ossia rendere l’Europa un progetto irreversibile. Kohl stesso non ha mai permesso alcun dubbio sull’importanza di questo progetto per tutti gli uomini e le donne in Europa – e così quel cancelliere che in Germania era quasi sempre esposto a critiche, ingiurie e ostilità, non ha mai diminuito il suo impegno nei confronti di esso, diventando «l’unico tedesco della sua generazione a scrivere una storia mondiale» (Rheinische Post).

Da ricordare, proprio in prospettiva italiana, che è stato Kohl – non l’allora cancelliere Helmut Schmidt – a dare al piano Genscher-Colombo del 1981 – che sfociò nell’Atto unico europeo (1986) – quell’importanza storica che poi avrebbe avuto, ossia di essere uno dei passi preparatori per il trattato di Maastricht. Per aver favorito direttamente o indirettamente tendenze che possono rimettere in discussione il "suo" modello di Europa, Kohl non ha mai risparmiato critiche alla sua “creatura” politica, Angela Merkel. Kohl contrastava tutte le tendenze verso un’«Europa tedesca» e voleva al contrario costruire una «Germania europea», in modo che l’unità tedesca non apparisse come il risorgere di un pericolo per gli altri stati, ma al contrario un motore per l’unificazione europea.

Per questo, il cancelliere che ha governato più a lungo la Germania (1982-1998) ha osservato con grande preoccupazione gli sviluppi degli ultimi anni. In ciò, egli è il vero erede di Konrad Adenauer, che dopo la seconda guerra mondiale ha messo con decisione l’integrazione europea (occidentale), tramite l’alleanza con la Francia, davanti alle tendenze di riaffermazione nazionale della Germania. Pertanto, ciò che per Adenauer era – accanto all’amicizia con De Gasperi – quella con Robert Schuman (e poi con Charles de Gaulle), nel caso di Kohl era il rapporto stretto con François Mitterand (e successivamente con Jacques Chirac). E per Kohl non era un problema accettare la moneta unica come “prezzo” tedesco per l’unificazione, reclamata tanto dai francesi per sconfiggere la predominanza della Deutsche Mark in Europa e per mitigare, attraverso un’integrazione più solida della Germania in Europa, le paure di Parigi e Londra nei confronti di una Germania rinforzata di territorio e di popolazione. Certamente, l’introduzione dell’Euro non poteva avvenire senza che Kohl fosse riuscito a placare la posizione avversa della Bundesbank. L’unificazione tedesca e quella europea, infatti, per Kohl – riprendendo parole di Adenauer – erano sempre «due facce della stessa medaglia» (ciò è diventato il punto n° 7 dei famosi “dieci punti” che Kohl presentò come piano per la riunificazione tedesca). Che la Germania potesse ritrovare la piena unione in un tempo record, e contrariamente non solo alle idee sia di Thatcher che di Mitterand ma anche del Centrosinistra tedesco, fu il merito di Kohl e della sua visione europeista sans phraseIl giornale Le Monde definì giustamente la politica internazionale di Kohl, specie con l’Unione Sovietica in persona di Gorbaciov, «un trionfo dell’audacia».

Infine, la sua decisione di ricandidarsi per le elezioni del 1998, che in partenza era senza prospettive di poterle vincere, è stata dovuta quasi unicamente alla sua preoccupazione di concludere, dopo l’unificazione economica, anche quella politica dell’Europa. Questi meriti sono stati riconosciuti in veste ufficiale dalla Risoluzione del Consiglio europei di Vienna dell’11 dicembre 1998: «L’unità tedesca e il consolidamento dell’unificazione europea che culmina nell’unione economica e monetaria sono l’opera della vita di Helmut Kohl».

Questa prospettiva di Kohl fu ribaltata quando con Angela Merkel una politica più basata sul calcolo economico nazionale, meno incentrata sull’orizzonte europeo, sostituì il paradigma di Adenauer e Kohl. Anche per indubbi demeriti di Kohl nella costruzione economica dell’Unione, la successiva fase dell’allargamento dell’UE non è stata più accompagnata da un ulteriore approfondimento, e la crisi economica e finanziaria dopo il 2008 ha fatto venire a galla qualche leggerezza che ci si era permessi nella fase della costruzione: così aumentò la critica a Kohl che egli avrebbe dato più importanza alla velocità dell’integrazione monetaria che non alla sostenibilità economica e finanziaria di questo progetto.

Inoltre, Merkel sposò l’opinione di tanti esperti tedeschi che specialmente sotto Kohl la Germania sarebbe diventata in modo esagerato lo Zahlmeister (“quello che paga di più”) d’Europa – e difatti, alla sua personalità convincente e ai rapporti di amicizia con i leader degli altri paesi, egli doveva aggiungere sempre un assegno abbastanza generoso. Di conseguenza, proprio la proposta della Francia, insieme all’Italia, di creare un fondo anti-crisi dopo il 2008, fu respinta nella maniera più categorica dalla Cancelliera Angela Merkel. Così le responsabilità furono in questo modo ri-nazionalizzate, invece di portare il progetto dell’economia sociale di mercato – che nella sua impostazione teoretica è senz’altro orientata allo stato nazionale – a un livello europeo. D’altronde, Kohl non ha mai negato che specialmente a livello tecnico economico-finanziario sarebbero stati fatti degli errori, però mai avrebbe permesso di mettere in dubbio l’importanza politica di questo progetto. Ma anche lui ha dovuto subire la lezione che tutto ha il suo prezzo, non a livello europeo bensì a quello nazionale, quando la popolazione tedesca, specialmente quella orientale, lo ha contestato già dopo poche settimane e mesi, nel momento in cui la sua promessa di far risorgere «paesaggi fiorenti» non si stava avverando. Ampie chiusure delle industrie della Germania orientale e privatizzazioni hanno fatto aumentare la disoccupazione nella ormai ex DDR al 20%. Fino ad oggi le condizioni socio-economiche non si sono adeguate a quelle delle zone ovest della Germania. La prima elezione della Germania riunificata del 2 dicembre 1990 portò alla CDU con 43,8% un risultato inferiore persino al 1987, e nel 1991, specialmente ad Halle, Kohl fu accolto con pomodori e lanci di uova in occasione della visita alle persone e città dell’est, anche per convincerle a non emigrare dalla loro patria per collaborare alla ricostruzione.

Le politiche di Kohl non posero rimedio a questi problemi nazionali, continuando però a riscuotere successo a livello europeo: così l’estensione dell’orizzonte europeo all’est era per Kohl una riconferma, non una relativizzazione di quei valori cristiano-liberali della persona umana che hanno sempre costituito la vera base della sua politica europea. «Possiamo risolvere i gravi problemi materiali che abbiamo di fronte […] solo se accogliamo le sfide spirituali e morali del nostro tempo. Siamo in una crisi non solo economica. Esiste anche una profonda insicurezza, fatta da paura e assenza di consiglio – la paura della decrescita economica, la preoccupazione per il posto di lavoro, la paura per la devastazione dell’ambiente […], la paura di tanti giovani per il loro futuro». Il pensare all’Europa a partire dalla persona umana e dalle preoccupazioni di ogni singolo cittadino, costituisce la vera differenza rispetto a uno stile politico di Angela Merkel per cui la politica si concepisce tendenzialmente più dall’alto verso il basso.

Questa prospettiva rafforza senz’altro la politica nazionale, che di conseguenza risulta molto più propensa a strumentalizzare quella internazionale ai propri fini. Di una tale politica stile Merkel, che “educa” dall’alto, si lascerebbero annoverare vari esempi, dalla riforma del sistema militare all’abbandono dell’energia nucleare fino alla politica dell’immigrazione. Proprio in quest’ultima occasione ella ha agito senz’altro con coraggio e con le migliori intenzioni, ma senza coinvolgere i partner europei sin dall’inizio. Kohl, che invece pensava dal basso verso l’alto, ha espresso serie preoccupazioni per la questione immigrazione, in particolare paventando l'arrivo di un numero eccessivo di persone. Kohl ebbe a dichiarare, anche recentemente, che sarebbe impossibile per l’Europa poter accogliere tutti. Il timore dell'ex Cancelliere era che gli immigrati porterebbero con sé un orizzonte di valori diversi dalla visione cristiana della persona. Per questi motivi, l’emergenza dell’immigrazione andrebbe risolta soprattutto intervenendo nelle regioni di provenienza.

Invece di ragionare “dall’alto”, Kohl ascoltava sempre anche gli Stati più piccoli dell’Europa, prendendoli sul serio, proprio come faceva con quelli “grandi”. Questa conciliazione mirava senz’altro, come era nell’idea di Konrad Adenauer, ad una federazione europea. Così non è un caso se Kohl già il 13 febbraio 1985 riprese letteralmente da Konrad Adenauer un appello che oggi non ha perso nulla della sua attualità, urgenza e veemenza: «L’Europa unita era un sogno di pochi. Divenne una speranza di molti. Oggi è una necessità per noi tutti. Essa è necessaria per la nostra sicurezza, per la nostra libertà, per la nostra esistenza in quanto nazione e in quanto comunità di popoli spirituale e creativa». Certamente sono parole che vanno oltre la mera gestione dell’emergenza o di sfide momentanee, ma aprono prospettive in modo creativo, che possono fiorire soltanto in un ambiente di fiducia e affidabilità tra i vari Paesi. Solo pochi personaggi, quelli che incarnano questi valori, possono davvero permettersi di esprimerle. Uno di questi fu indubbiamente Helmut Kohl.

 

krienkeMarkus Krienke

professore ordinario di Filosofia Teoretica - Università di Lugano

membro Comitato Scientifico Fondazione Konrad Adenauer