Che fare? - A. Rustichini

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puzzleimmigrazioneLa confusione sotto il cielo d’Europa, e più ancora sotto il cielo d’Italia, è grande. Gli attacchi terroristici, o gli infiniti sbarchi, sono solo sintomi: gravi, ma non dicono tutta la gravità del problema. Vediamo in corso una trasformazione che non abbiamo votato, che la maggioranza di noi non vuole. Intorno, voci che si dichiarano autorevoli ci incitano ad accettare il progresso, perché è inevitabile. Quelli a cui questo progresso non piace non hanno voce per esprimere dubbi, perché l’anatema “razzista” è sempre pronto. Io qui darò la mia risposta alla domanda posta nel titolo. Una saggia massima ci servirà da guida: “Evitare i mali prevenibili.” Capire e riconoscere il male prevenibile è difficile, per la ostinata tendenza della natura umana di lasciare i problemi seri per il futuro, quando saranno divenuti irrisolvibili, e saranno allora dichiarati “il migliore dei mondi possibili”. In questo articolo parlerò della questione generale; in futuro parleremo di questioni specifiche (vogliamo per esempio davvero una popolazioni di 60 milioni o più?) e proposte concrete.

Cominciamo dai fatti. Se si classificano i problemi a seconda di quanto sarà duraturo il loro impatto futuro, in Italia ci sono problemi transitori e problemi secolari. Il debito pubblico è un problema enorme, ma è un problema transitorio. In un qualche modo lo si risolverà: fra cento anni ce ne sarà memoria nei libri di storia economica, ma la sua importanza pratica in quei giorni lontani sarà minima. I problemi secolari sono invece quelli che fra cento e mille anni avranno reso l’Italia un paese del tutto diverso, e in maniera a quel punto irreversibile. Irreversibile in senso stretto: le leggi sono reversibili, la costituzione è reversibile, una crisi economica è reversibile, la composizione demografica no.

Il primo di questi problemi è stato definito da un demografo di Oxford, David Coleman, la terza transizione; nelle sue parole, “un rapido cambiamento della composizione della popolazione secondo origine etnica o nazionale”. Che questo cambiamento stia avvenendo in Europa nessuno lo mette in dubbio; guardando al futuro, in un periodo breve su scala storica esso porterà, se il processo continua immutato, a mettere la popolazione originaria in posizione di minoranza. Vediamo prima le ragioni, e poi le conseguenze di questa trasformazione.

Il tasso di fecondità totale misura il numero di bambini che nascono da una donna “media” oggi in un paese, assumendo che questa donna abbia nella sua vita un numero di bambini ad ogni età uguale a quello che hano le donne di quella età in quel paese in quel momento. Più semplicemente ma meno precisamente, è il numero dei bambini nato da una donna tipo oggi in un paese.

In Italia al momento il numero per le italiane (non straniere) è di 1.27 (dati ISTAT); un valore ancor più preoccupante se si considera che continua a scendere dal 2010, dopo una momentanea ripresa.  Se fosse 2.1, la popolazione rimarrebbe ferma allo stesso valore totale, perché 2 sono necessari per sostituire i due genitori, e il 0.1 per le morti prima delle età riproduttiva e altre frizioni. Al di sotto di 2.1, la popolazione si contrae; per esempio al tasso corrente la popolazione si contrae al tasso di 1.27/2.1, circa 0.6 per una generazione, 0.36 in due. Una popolazione con un tasso di fecondità più alto invece si espande; per esempio le popolazioni di fede musulmana crescono a un tasso del 3.2, quindi si espandono al tasso di 1.52 in una generazione, 2.32 in due. A questi tassi dunque una popolazione di partenza di 100 di un tipo e 10 dell’altro avrebbe dopo due generazioni 36 del primo e 23 dell’altro. Questa naturalmente è una approssimazione; per sapere i valori esatti basta guardare alle proiezioni delle Nazioni Unite o dell’ISTAT, che su questo concordano. Le previsioni fra 50 anni (2065) sono di una popolazione fra 53.7 milioni (scenario mediano) e 47 milioni (scenario più pessimista) contro i 60 attuali.  

Consideriamo allora l’immigrazione, e vediamo la scala del problema in qualche semplice conto. Come ordine di grandezza, in una generazione se vogliamo mantenere la popolazione corrente e se non vogliamo modificare il tasso di fecondità dobbiamo far entrare fra i 10 e i 20 milioni di immigranti. E’ un conto approssimativo, ma il conto preciso potrebbe essere peggiore, perché la popolazione italiana è già anziana (cioè il peso relativo degli anziani è relativamente più alto). Nei conti prudenti di Billari e Dalla Zuanna il numero degli immigrati necessari per anno necessario per mantere la forza lavoro a livelli correnti era di 325mila all’anno, per un orizzonte di venti anni. Un totale di 6.5 milioni. E’ un lasso di tempo breve, all’incirca quello passato dalla introduzione dell’euro. Chi ha figli di venti anni di età o meno sa che questi figli vivranno in questa nuova Italia.

Ma c’è di più. Le proiezioni su questo si fermano a venti anni; non c’è nessuna ragione per pensare che a meno di drastici cambiamenti di politica la situazione dopo venti anni cambi, e i problemi spariscano. Se la fecondità delle donne italiane non cambierà, la componente della popolazione di origine italiana continuerà a contrarsi, quindi la necessità di immigrazione rimarrà, quindi l’ordine di grandezza della immigrazione nei successivi venti anni sarà lo stesso. Se la fecondità delle donne immigrate rimarrà più alta, anche se ridotta rispetto ai quella dei paesi originari, la conseguenza sarà di una riduzione ulteriore della frazione della popolazione di orgine italiana.

Da dove verranno gli immigrati

Quale sarà la composizione della nuova Italia, se nulla cambierà? La risposta è facile se si guarda alle proiezioni sulla popolazione mondiale, per esempio quelle fornite dalle Nazioni Unite. Il punto di partenza anche qui è il tasso di fecondità totale, questa volta delle donne africane, che è oggi 4.72 (è sceso di 2 punti dal 6.72 di cinquanta anni fa). La popolazione in Europa è 740 milioni, in Africa, totale, è 1 miliardo e 200 milioni.

schemapopolazione

Quanto sarà fra 50 anni? Dipende da come evolverà il tasso di fecondità. Prendiamo il caso in cui il declino sia lo stesso che c’è stato negli ultimi 50 anni (che è la variante “media” per le Nazioni Unite). Ci saranno 3.2 miliardi Africani nel 2065, una crescita di due miliardi, contro meno di 700 milioni in Europa. La figura qui sopra illustra la evoluzione nel tempo in diverse ipotesi. Queste sono le più prudenti: ci sono ipotesi sulla evoluzione della popolazione in Africa, per esempio sotto la ipotesi ragionevole che la mortalità negli anni futuri scenda sostanzialmente, in cui la popolazione africana nel 2065 è di 10 fino a 14 miliardi. Se ci sono cinquemila sbarchi al giorno nei momenti critici nella situazione corrente, quanti sbarchi ci saranno nei prossimi anni, quando la situazione sarà molto peggiore? Non siamo oggi alla emergenza, siamo appena all’inizio.

Quanti immigrati e quali immigrati

Abbiamo guardato fin qui solo ai numeri della popolazione e degli immigrati. E’ chiaro però, anche se non si dice spesso, che non importa solo quanti immigrati entrerebbero, ma chi sono e da dove vengono. Porre la domanda come viene fatto spesso, certo in ambienti accademici, se la immigrazione sia benefica o no, senza specificare da dove viene, è infantile.

Affrontiamo il problema, dopo una dovuta premessa, per chiarire cosa motiva e ispira la politica di immigrazione delle classi dirigenti europee (o meglio, per usare il concetto giusto, dovuto a Gaetano Mosca, la classe politica). Di questa politica vengono spesso indicato delle strane contraddizioni, dei paradossi, che tali non sono se si capisce cosa li produce.

Ne citiamo due. Il primo è che solo l’Europa, e in misura minore gli Stati Uniti, vengono chiamate al sacro dovere della ospitalità. Ci sono solo deboli e vaghi inviti alla Cina, o ai paesi arabi, o al Giappone, che pure ne avrebbero i mezzi, a fare la loro parte. Questo è strano: se aiutare i profughi è la vera motivazione, perché non cercare alleati in questa nobile impresa? Invece, è l’ Europa e solo l’Europa che “si fa carico” degli aiuti. Alcuni paesi, come la Svezia, con una popolazione più piccola della Lombardia, pensa di poter aiutare da sola circa tre miliardi di popolazione bisognosa. Questa è versione rivista dello ``white man’s burden’’, il grave compito dell’uomo bianco di aiutare quelle sfortunate popolazioni, e sua esclusiva responsabilità.

Il secondo è l’atteggiamento verso la religione musulmana. La classe politica europea, e gli intellettuali in particolare, sono in genere apertamente, sprezzantemente, orgogliosamente, atei. A casa loro, guardano con profondo disprezzo chi crede ancora che il mondo sia stato creato seimila anni fa. Eppure guardano con benevolenza e riguardo chi mantiene una fede ancor più fanatica. Perché? La contraddizione diviene drammatica quando si guarda alla questione femminile. Ma non si rendono conto le femministe che una componente fondamentale dell’Islam è quella di riservare alle donne una condizione di minorità?

Queste contraddizioni spariscono se si capisce che la classe politica dei paesi europei, e quella dell’Europa in particolare, sta mettendo in opera la continuazione del colonialismo con altri mezzi. Il colonialismo portava la civiltà nelle colonie, il globalismo porta le colonie nella civiltà. Il globalismo però mantiene i due cardini del colonialismo: l’elitismo, cioè il totale e ormai non più celato disprezzo delle proprie popolazioni, e il razzismo, cioè la benevolente  superiorità verso le popolazioni dei paesi da aiutare. Verso entrambe, l’atteggiamento è quello che si ha verso un animale domestico. Lo si porta a spasso, lo si protegge dalle pulci, ma certo non ci salterebbe mai in testa di considerarlo semplicemente diverso da noi, e non semplicemente inferiore. Le proprie popolazioni, usate come truppe nelle avventure coloniali, ora devono essere ammaestrate al nuovo gioco della diversità e del multiculturalismo. Ma le élite sono stanche della popolazione indigena, e stanno pensando di metter su un nuovo fido animale domestico. Episodi divertenti hanno messo a nudo l’elitismo (per esempio, l’irritato disprezzo di Gordon Brown verso la fedele militante laburista Gillian Duffy, “una bigotta”, colpevole di opporsi all’immigrazione. O l’amaro commento dell’allora candidato Obama verso le popolazioni delle piccole città della Pennsylvania o del Midwest, “attaccate alle loro armi e alle loro Bibbie”).  

Contro il razzismo

Stabilito il razzismo delle politiche delle élite, bisogna ora capire come lo si combatte. Il punto è che l’alternativa al razzismo, all’idea che ci sia una razza superiore che si deve fare carico dei problemi delle razze inferiori, non è la beata innocenza. La beata innocenza parte da una una affermazione sacrosanta: “tutti gli uomini hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri”. Essa procede poi con il dimenticarsi della parte dei doveri, trasformando l’affermazione in “tutti gli uomini hanno gli stessi diritti”. E poi procede con la semplificazione “tutti gli uomini sono uguali”, norma perfetta dal punto di vista morale-giuridico, ma che viene impropriamente considerata una affermazione scientifica.  Non lo è; quindi non la useremo qui. Gli immigrati, specialmente quelli da paesi non –europei, hanno culture molto diverse dalle nostre, quindi sono moralmente e giuridicamente uguali a noi, ma sono diversi per civiltà e mentalità.

Coesione sociale

Una conseguenza negativa di una forte immigrazione è la riduzione della coesione sociale. E’ d’uso, quando si parla della coesione sociale, citare un classico saggio di Robert Putnam su come la eterogeneità di una società mini la coesione sociale. Lo facciamo, ricordando che Putnam nel 2002 ha trovato che nelle aree di forte eterogeneità la fiducia fra individui, come misura semplice della coesione sociale, è ridotta rispetto alle aree omogenee. Peggio: la coesione sociale nelle aree eterogenee si riduce anche all’interno dei gruppi dello stesso gruppo. Ma il saggio di Putnam non ci chiarisce il perché di questo fenomeno. In mancanza di questa spiegazione, e’ naturale (e Putnam non fa nulla per smentire questa interpretazione) attribuire l’effetto della eterogeneità etnica sulla fiducia a una oscura, cieca, irrazionale oaura dell’altro. C’è una spiegazione più semplice: queste differenze portano con sé differenze profonde nelle caratteristiche psicologiche dei componenti dei vari gruppi, la loro cultura, la intelligenza, la empatia, le preferenza economiche. Quello che lega gli individui fra loro sono affinità elettive, e queste sono più forti fra persone dello stesso gruppo.

Un piatto di lenticchie

Quanto è permanente questa differenza? Invece di entrare nelle questioni controverse di natura o cultura, citiamo solo una esperienza. Il Belgio è un paese profondamente diviso fra due comunità, quella vallone al sud e quella fiamminga al nord. Dagli anni 60, le divisioni sono divenute più accese, e il Belgio, inesorabilmente, finirà per scindersi in un futuro più o meno lontano. A quando risale questa diversità? E’ iniziata nel quarto-quinto secolo dopo Cristo, quando i Franchi che provenivano dal Nord invadendo il Belgio attuale mantennero in parte (al nord) la lingua originale germanica (che poi diventò l’olandese) e adottarono invece al Sud quelle francese. Che sia dovuta a genetica o cultura, questa divisione risale dunque a 1500 anni fa, e non si è ancora rimarginata.

Perche’ dovremmo sperare che differenze ancora più profonde fra la popolazione attuale dell’Italia e quelle di arrivo si risolverà prima, o che si risolverà mai? Oggi ci viene detto che dobbiamo essere ragionevoli e guardare i fatti, e che degli immigrati c’è tanto bisogno per mettere una toppa nei prossimi dieci anni nel sistema previdenziale. Sono gli stessi che ci dicevano negli anni 80 che c’erano soldi da spendere per le pensioni, ignorando il fatto che questi soldi erano dovuti alla temporanea espansione dovuta al baby boom. Dopo sono arrivati i dolori. Questa volta sarà peggio: la toppa ci costerà una trasformazione permanente della popolazione italiana. Esaù vendette la primogenitura per un piatto di lenticchie: oggi stiamo facendo lo stesso.

Perché c’è chi lo vuole: Una maggioranza permanente

La proposta della sinistra globalista oggi è che questa trasformazione va accettata, perché non ci sono alternative. Non è una sorpresa. Questa nuova sinistra, nel mondo, vede questa trasformazione come la garanzia per una maggioranza permanente, per una presa sul potere che non avrà più interruzioni. Il piano è semplice, e considerato così infallibile che viene anche apertamente dichiarato. Un manuale di istruzioni è il libro di John Judis e Ruy Teixera, politologi amercani, dal titolo “La maggioranza democratica emergente”. La tesi del libro (del 2002) è che le trasformazioni demografiche in corso negli Stati Uniti garantiscono una base popolare al Partito Democratico che porterà stabilmente alla vittoria elettorale. E infatti le minoranze negli Stati Uniti votano in blocco per il partito democratico. Per esempio, nelle elezioni del Novembre 2016, le percentuali dei votanti per la Clinton erano: Neri, 91 per cento; Latinos, 70 per cento; Asiatici, 70 per cento. La vittoria di Trump non deve far pensare che questo disegno sia in crisi. Il coronamento finale della strategia della “maggioranza emergente” sarà il passaggio del Texas nella colonna degli stati che votano, alle presidenziali, partito democratico, insieme a stati blindati come la California e New York. A quel punto le elezioni presidenziali americane diventeranno un vuoto, stanco rituale. L’unica questione aperta sarà quale delle correnti interne al partito democratico avrà la presidenza. 

Questa maggioranza viene a volte descritta come “permanente”: ma perché permamente? Se tutti gli uomini sono uguali, anche i nuovi venuti, una volta capaci di godere delle favorevoli condizioni dei paesi ospiti, non saranno più minoranze in condizioni svantaggiose, e non voteranno più necessariamente per i democratici. Ma chi propone questa strategia non crede alla propria propaganda, e la sa più lunga. 

Conclusione

Una riflessione finale. In molti, a partire dalla mia generazione, abbiamo sentito il fuoco dell’indignazione e l’ansia di giustizia guardando il sacrificio di Ali la Pointe ne La battaglia di Algeri, e abbiamo tremato di emozione alla danza finale che celebra la liberazione. Il messaggio era chiarissimo, inequivocabile: L’Algeria agli Algerini. Crediamo ancora in quel messaggio.

Il messaggio era quello, però. Non era, per esempio, L’Algeria agli Algerini di pura fede Islamica. Eppure, un solo anno dopo quella danza di libertà, l’Algeria ha approvato il Codice di Nazionalità del 1963, che dava la cittadinanza solo ai Musulmani. 140 mila ebrei abbandonarono l’Algeria. Nel 1994 dopo la dichiarazione di guerra del Gruppo Islamico Armato a tutti i non musulmani, gli ultimi ebrei abbandonarono il paese; oggi non ce ne sono più. Una sorte simile è toccata ai Cristiani, quasi scomparsi o nella clandestinita’ dopo il 1996.

Soprattutto, il messaggio non era La Francia agli Algerini. Però la politica di immigrazione dei politici europei sta realizzando proprio questo. Se credete che questa sia una esagerazione, potete fare un viaggio in Francia, passeggiare in una giornata di sole in una delle sue grandi città e vedere i cortili delle scuole, e scoprire che gran parte delle bambine porta il velo. O potete prendere un autobus, invece che un taxi, e vedere quale è la Francia che li usa. O potete andare nei grandi ospedali di Parigi come l’Henri Mondor e vedere chi li affolla.

Oppure potete guardare ad alcuni dati. Per eredità della follia egalitaria della Rivoluzione Francese, e la vergogna per Vichy, in Francia non si possono tenere statistiche che differenziano i cittadini per origine etnica. Però c’è un dato interessante che ci dà una idea del cambiamento che è già avvenuto. Le autorità mediche francesi controllano i neonati per una rara malattia del sangue che ha base genetica, l’anemia falciforme. La malattia è diffusa sostanzialmente solo, per ora, nei Caraibi e in Africa. La condizione è recessiva, quindi il rischio per il bambino è serio solo se entrambi i genitori provengono da queste regioni. La frazione dei bambini su cui questo esame viene fatto è dunque all’incirca uguale alla  frazione dei bambini nati in Francia che hanno entrambi i genitori di provenienza caraibica o africana. Al 2015, questa frazione è per la Francia nel suo insieme, 38.9 per cento. A Parigi, la frazione è 73.4 per cento. Già oggi, dunque, la Francia dei Francesi non esiste più. Abbiamo di fronte il rischio che avvenga lo stesso in Italia nei prossimi venti-trenta anni, dove i nostri figli dovranno vivere.

C’è ancora tempo per impedirlo. Come dicevamo L’Algeria agli Algerini, dunque, diciamo oggi L’Italia agli Italiani


rustichiniAldo Rustichini

professore di economia

Dipartimento di Economia, Università del Minnesota - Twin Cities