La Lombardia, terra all'avanguardia, ha necessità di uno statuto speciale - G. Valditara

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referendumlombardiaLa Lombardia è da sempre una terra all'avanguardia. Scrive Carlo Cattaneo che al suo tempo — era il 1844 — si contavano nella terra lombarda ben 72 ospedali e «in un triennio s’aggiunsero altri 6; altri 7 si stanno edificando». E questi ospedali erano aperti a tutti,  era la gratuità della sanità e dell’assistenza già 170 anni fa.

Il solo ospedale di Milano, nota ancora il Cattaneo, riusciva a prendersi cura in un anno di ben 24.000 infermi, tanti quanti si riuscivano a curare a Londra e tuttavia, in proporzione agli abitanti, a Londra si soccorreva un infermo dove a Milano se ne soccorrevano dieci. Il numero dei medici in Lombardia era di uno ogni 13 chilometri quadri, in Belgio, nazione fra le più avanzate a quel tempo, si aveva un medico ogni 26 chilometri quadrati. Il popolo lombardo «per effetto di principii amministrativi al tutto suoi» era riuscito a tal punto a “fecondare” la propria terra che sullo spazio dove in Francia si riesce a nutrire una sola famiglia, in Lombardia se ne nutrono due.

Ancora una volta era dunque l’autonomia a favorire la crescita. Sempre il Cattaneo ricordava come le «nostre communi rurali hanno maggior numero di scuole» rispetto ad ogni altra realtà. Scuole che il governo austriaco, come era del resto sempre successo nella storia di Milano, lasciava gestire in piena autonomia alle comunità locali. Come ricorda D’Amico, l’istruzione nella Milano preunitaria era «un esempio per tutta la penisola e per gran parte dell’Europa». La statalizzazione dell’istruzione elementare, avvenuta nel 1911, fu “un trauma” per quello che era un ammirato e illuminato esempio di efficienza.

«Alla vigilia della seconda guerra d’indipendenza, 70 bambini su 100 assolvevano a Milano l’obbligo scolastico nelle scuole elementari». Esattamente il contrario di quanto avveniva altrove: il 74% della popolazione italiana era invece analfabeta, nell’Italia meridionale la percentuale arrivava al 90%.

E veniamo all’oggi. Un operaio comasco, un insegnante di Varese, un impiegato di Lecco vivono a pochi chilometri da un operaio di Mendrisio, da un insegnante di Bellinzona, da un impiegato di Lugano. Eppure lo stipendio medio di un operaio comasco è di 1.330 euro al mese, quello di un insegnante di scuola media di Varese è di 1.400 euro, l’impiegato di Lecco guadagna 1.600 euro. In Canton Ticino il salario minimo è di 3.000 euro al mese, come stabilito il 14 giugno 2015 da un referendum popolare. Certo, il costo della vita in Svizzera è più alto, e i ticinesi devono pagarsi l'assicurazione sanitaria, ma i beni ad alto consumo costano mediamente solo il 30% in più che in Lombardia, un appartamento a Lugano si affitta alla stessa cifra che a Milano.

Eppure fino a 50 anni fa il Canton Ticino era la "provincia povera" rispetto alla ricca Milano e un secolo fa gli immigrati a Milano erano in buona parte svizzeri: venivano in cerca di fortuna.

Cosa è successo in tutto questo tempo? L’Italia da quasi 30 anni è in crisi permanente, ha un PIL che cresce meno di quello degli altri principali Paesi europei, una spesa pubblica sempre più elevata, una imposizione fiscale oppressiva, una disoccupazione costantemente a due cifre, una pubblica amministrazione inefficiente, una giustizia civile lenta.

E qui veniamo al salario dell’operaio, dell’insegnante, dell’impiegato lombardo. La situazione di crisi costante dell’Italia e dunque di bassa crescita ha portato a far sì che gli stipendi dei lavoratori italiani siano, per potere d’acquisto, i più bassi d’Europa.

Se si considera poi lo stipendio del lavoratore tedesco o scandinavo, il paragone proprio non regge: in Germania lo stipendio medio è di 2.580 euro al mese, con un costo della vita di 37.2 euro al giorno, in Svezia di 1.930 euro mensili con un costo della vita di 42 euro giornalieri. In Italia lo stipendio medio mensile è di 1.410 euro, con un costo della vita di 39.4 euro giornalieri.

Il punto è che in Italia la contrattazione è essenzialmente a livello nazionale, ed è la contrattazione nazionale a fissare minimi salariali eguali per tutti. Morale: un lavoratore lombardo ha all’incirca lo stesso stipendio di chi lavora, per esempio, in Calabria o in Sicilia, con un costo della vita completamente diverso: Milano è più costosa di Amsterdam, e di Berlino, Bergamo è più cara di Lione.

Secondo una ricerca della Fondazione Rodolfo Debenedetti, svolta dagli economisti Tito Boeri, Andrea Ichino ed Enrico Moretti, «per gli italiani che hanno un lavoro vivere e lavorare nel Sud è meglio che vivere e lavorare nel Nord». Gli autori fanno esempi concreti: un cassiere di banca di Milano con cinque anni di anzianità ha uno stipendio nominale superiore a quello di Ragusa del 7,5%. Considerata la differenza del costo della vita lo stipendio reale del bancario milanese è però inferiore del 27,3% rispetto a quello del suo collega siciliano. Per avere uno stipendio con eguale potere di acquisto il bancario milanese dovrebbe guadagnare il 37% in più. Nel settore pubblico le differenze a favore dei dipendenti meridionali sono ancora più evidenti. Il salario nominale di un insegnante di scuola elementare, sempre con cinque anni di anzianità, è infatti uguale in tutte le regioni italiane: 1.305 euro al mese. Una retribuzione che però in base al diverso indice dei prezzi al consumo nelle due città equivale a 1.051 euro reali a Milano e 1.549 a Ragusa. Lo stipendio dell’insegnante milanese è in realtà più basso del 32% rispetto al suo collega di Ragusa. Per avere lo stesso potere d’acquisto lo stipendio dell’insegnante milanese dovrebbe essere del 48% più alto di quello dell’insegnante che vive a Ragusa, oggi è invece identico.

Non è un caso quindi se, stando al rapporto Istat 2015 su La povertà in Italia, «per un adulto (di 18–59 anni) che vive solo, la soglia di povertà assoluta è pari a 819,13 euro mensili se risiede in un’area metropolitana del Nord, a 734,74 euro se vive in un piccolo comune settentrionale, a 552,39 euro se risiede in un piccolo comune del Mezzogiorno». In Lombardia la soglia di povertà è ancora più alta.

L’appiattimento retributivo fra lavoratore lombardo e lavoratore di altre regioni italiane appare senz’altro irragionevole anche in considerazione della diversa produttività. Stando a fonti Istat, un lavoratore in Lombardia «produce 60,8 mila euro di valore aggiunto», produttività che scende a 42,2 mila euro in Calabria, vale a dire un divario di produttività del 30%, che è a sua volta conseguenza di fattori ambientali penalizzanti, quali illegalità e criminalità diffuse, pubblica amministrazione inefficiente, infrastrutture inadeguate o mancanti, maggior tasso di assenteismo ecc.

Le modeste differenze retributive nel privato e l’eguale trattamento salariale nel pubblico fra regioni con costo della vita e tasso di produttività molto differenti sono un unicum europeo. Come scrive Roberto Cicciomessere: «Negli altri paesi le differenze salariali fra regioni più e meno sviluppate sono molto più elevate: nel Land dell’ex DDR di Mecklenburg–Vorpommern il costo del lavoro (36,9 mila euro) è pari solo al 62,1% di quello dell’Hessen (59,4 mila euro), il costo del lavoro nel Galles (39,9 mila euro) è pari solo al 63% di quello di Londra (63,3 mila euro)».

Boeri, Ichino e Moretti evidenziano una relazione molto interessante fra questi dati: stipendi nominali uguali al Sud rispetto al Nord, differente produttività fra Sud e Nord, elevata disoccupazione nel Mezzogiorno. I tre autori ricordano a questo proposito l’esempio contrario di San Francisco, dove la produttività del lavoro è superiore rispetto a Dallas, i salari sono quindi più alti del 50%, ma il tasso di disoccupazione è simile. I tre autori concludono che coloro che hanno un lavoro al Sud “guadagnano molto” rispetto a coloro che hanno un lavoro al Nord; coloro che al Sud non hanno un lavoro “perdono molto”.

Un modello esemplare di come la territorializzazione della contrattazione, unita ad una maggiore compartecipazione al gettito erariale, possa dare risultati molto positivi per i lavoratori lombardi è il caso altoatesino per quanto riguarda la retribuzione del personale medico: la retribuzione media dei medici ospedalieri altoatesini è di 110.491 euro a fronte di una retribuzione media di appena 76.518 euro per i medici lombardi. Peccato che a pagare, ancorché in piccola parte, i medici altoatesini, in virtù del differenziale di residuo fiscale, siano, come si vedrà fra breve, anche i cittadini lombardi. E sempre grazie ad un contratto integrativo provinciale un maestro elementare altoatesino con 25 anni di anzianità guadagnava nel 2009 2.400 euro al mese lorde contro uno stipendio di un maestro elementare lombardo, di eguale anzianità, di appena 1.600 euro lorde, ben 800 euro al mese di differenza. La forbice si è nel frattempo ulteriormente allargata calcolando l’aumento dell’1.35% del 2012 con efficacia retroattiva al 2010 e l’aumento medio di ben 1800/2100 euro annui concesso dalle province autonome nel 2016.

Diventa decisivo permettere alla Lombardia di trattenere una parte dell’enorme residuo fiscale che viene versato per mantenere mezza Italia, consentendo così interventi strategici in infrastrutture da parte delle amministrazioni locali e dell’amministrazione regionale e abbattendo la pressione fiscale.

Vi è poi più in generale un problema di competitività della Lombardia con le altre regioni europee.

L’attuale saldo di dare e avere della Lombardia con lo Stato centrale è a giudizio unanime il più elevato fra tutti i Paesi che attuano politiche solidaristiche di redistribuzione regionale.

E qui viene in gioco il residuo fiscale cioè la differenza tra le entrate complessive regionalizzate (fiscali e contributive), ovvero quanto versano fiscalmente i lombardi e le spese complessive regionalizzate (al netto di quelle per interessi sul debito) delle Amministrazioni pubbliche, ovvero la spesa pubblica complessiva fatta in e per la Lombardia.

Secondo una indagine realizzata dalla CGIA di Mestre nel 2015, le Regioni a statuto ordinario del Nord trasferiscono oltre 100 miliardi di euro all’anno al resto del Paese. 

La Lombardia ha registrato nel 2012 un residuo fiscale annuo a suo svantaggio pari a 53,9 miliardi di euro, che in valore procapite è di 5.511 euro. Questo vuol dire che ogni cittadino lombardo (neonati e ultracentenari compresi) dà in solidarietà al resto del Paese oltre 5.500 euro all’anno.

Per le regioni meridionali la situazione si capovolge. Tutte evidenziano un residuo fiscale favorevole, vale a dire ricevono più di quanto versano. La Sicilia, ad esempio, ha il peggior saldo tra tutte le 20 Regioni d’Italia: in termini assoluti è pari a –8,9 miliardi di euro, che si traduce in un dato pro capite pari a 1.782 euro di maggiori trasferimenti ricevuti rispetto a quanto versato. In Calabria, invece, il residuo è pari a –4,7 miliardi di euro (2.408 euro di maggiori trasferimenti pro capite), in Sardegna a –4,2 miliardi (2.566 euro per ogni residente), in Campania a –4,1 miliardi (714 euro per ciascun abitante) e in Puglia a –3,4 miliardi di euro (861 euro di maggiori trasferimenti pro capite).

Va subito osservato peraltro che si tratta di un fenomeno di redistribuzione di ricchezza che è del tutto anomalo rispetto a qualsiasi altra realtà europea. La ricostruzione tedesca all’indomani della riunificazione ha avuto obiettivi certi, limitati nel tempo, e ha dato risultati concreti. Basti raffrontare invece lo scandalo della Cassa per il Mezzogiorno che fra 1951 e 1993 ha elargito alle regioni meridionali un totale di 279.763 miliardi di lire, pari a circa 140 miliardi di euro, alimentando clientele e corruttela, senza dare alle regioni del Sud uno sviluppo effettivo, capace di reggersi sulle proprie gambe. Come osservava Francesco Bruno su “Il Sole 24 ore” del 3 maggio 2016, mentre nel 1991 il Mezzogiorno italiano si trovava in una situazione migliore rispetto alla Germania Orientale che era uscita distrutta dai disastri del comunismo, sin dal 1993 si verificò un sorpasso dei Länder orientali sia in termini di PIL pro–capite, sia di occupazione. Nel 1991 il PIL pro–capite della Germania dell’Est era di poco superiore al 30% rispetto a quello dell’Ovest, due anni dopo superava il 60%, fino ad avvicinarsi al 70% negli ultimi anni. Nel frattempo lo stesso parametro del Meridione italiano è rimasto sostanzialmente stabile, di poco superiore al 50% rispetto al dato del Nord–Italia”.

L’assistenzialismo, che ancora oggi persiste imperterrito, ha rovinato il Mezzogiorno prima ancora che il Nord del Paese.

Alla luce di tutto questo sembra paradossale rilevare come i trasferimenti alla regione Lombardia siano stati tagliati nell’ultimo anno, dallo Stato centrale, di ben 3 miliardi di euro, passando da 24 a 21 miliardi. Questi tagli lineari, a cui è corrisposto per contro un aumento significativo della spesa statale di circa 100 miliardi nell’ultimo biennio, riducono la qualità dei servizi offerti ai cittadini lombardi.

 Ha destato molto clamore un documento di Confcommercio del marzo 2014. È una analisi puntuale sui costi della spesa pubblica regionalizzata.

Quali sono i dati più significativi di questo studio? La spesa pubblica per consumi finali, al netto di ordine pubblico e sicurezza, è pari a 3.900 euro per ogni cittadino in Lombardia a fronte di una media nazionale di ben 4.500 euro. Se dunque la spesa media italiana fosse pari a quella lombarda si risparmierebbero circa 82 miliardi di euro. Una cifra astratta e difficilmente raggiungibile nella sua interezza, ma certamente un risultato piuttosto clamoroso. Un’altra considerazione: il rapporto tra livelli di servizi in Lombardia e Calabria è di quasi 3 a 1 (cioè 1 contro 0,356). A fronte di questo differenziale di qualità così significativo vi è però una spesa pro capite in Calabria di 5.500 euro, molto superiore dunque ai 3.900 euro di quella lombarda. Il 43,3% delle inefficienze di spesa è attribuibile a Sicilia, Campania e Lazio. 

Per fare qualche esempio: il gettito Irpef italiano è pari a 170 miliardi circa, il gettito Irap nazionale è di poco superiore ai 30 miliardi, l’imposizione complessiva sulla casa si aggira sui 50 miliardi di euro.

Se la spesa pubblica italiana fosse mediamente equivalente a quella lombarda si avrebbero risorse sufficienti per abbattere di quasi la metà l’Irpef su tutti i cittadini italiani, ovvero per eliminare l’Irap, ovvero ancora per eliminare tutta la imposizione sulla casa;

Nonostante la spesa pubblica sia in Lombardia la più bassa pro capite, la qualità dei servizi pubblici rimane superiore alla media nazionale.

Alla luce degli indicatori utilizzati, la Lombardia ha ottenuto un punteggio pari a 1, il punteggio più alto, al secondo posto il Friuli con 0,92, al terzo il Trentino Alto Adige con 0,89, al quarto l’Emilia Romagna con 0,84. Il Lazio è quint’ultimo con 0,53, la Sicilia ultima con 0,30.

Sebbene la Lombardia abbia un livello di spesa pubblica inferiore alla media nazionale, le basi imponibili dei tributi erariali delle regioni del Nord e della Lombardia in particolare, non solo sono più ampie, ma «scontano una minor diffusione di fenomeni di elusione ed evasione», che sono invece diffusi nel Mezzogiorno.

Secondo uno studio della CGIA di Mestre, pubblicato su “Il Giornale” del 2 aprile 2016, il grado di fedeltà fiscale sarebbe infatti in Lombardia pari a 121,5, scenderebbe nel Lazio a 92.1, crollando poi in Campania a 79,7, e in Sicilia a 78. La Calabria sarebbe all’ultimo posto con appena 73,8.

Dunque in Lombardia ad una minore evasione fiscale rispetto a molte altre regioni italiane corrisponde una minore spesa pubblica.

Se guardiamo poi la spesa che lo Stato effettua in ogni regione e la rapportiamo al numero degli abitanti, i dati forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato sono impressionanti: la spesa statale in Lombardia per abitante, al netto degli interessi sul debito pubblico, è pari a 2.556 euro, in Veneto a 2.990 euro, in provincia di Bolzano si arriva ad un picco di 8.463 euro, nel Lazio a 5.369 euro, in Calabria a 4.176 euro. È di tutta evidenza la sproporzione. La Lombardia è la regione dove la spesa statale è più efficiente in assoluto, ovvero dove la spesa statale è minore in assoluto.

Da uno studio di Scenari economici risulta poi che la Lombardia ha 44.3 dipendenti pubblici ogni 1.000 abitanti, contro una media italiana di 57.7, ben il 23% in meno. Se in tutte le regioni ci fosse la stessa media si potrebbero avere 700/750.000 dipendenti pubblici in meno, una cifra enorme. Non solo: la Lombardia paga il personale della PA il 6% in meno della media italiana pur avendo il costo della vita più alto. A fronte di tutto questo, la PA eroga in Lombardia, in ogni settore, servizi qualitativamente superiori alla media nazionale, come si evince da qualsiasi indicatore di qualità dei servizi. Scenari economici così conclude: «se il personale della PA fosse in numero e qualifica comparabile a quello della Lombardia, lo Stato italiano risparmierebbe 50 miliardi di Euro all’anno e complessivamente erogherebbe servizi di migliore qualità». Infine, stando ad una relazione della Corte dei Conti di maggio 2015, il personale regionale è, in Lombardia, il meno numeroso fra tutte le regioni italiane con appena 3.146 dipendenti a fronte dei 6199 della Campania e con una percentuale rispetto alla popolazione lavorativa di 0,48 unità ogni 1000 lavoratori contro il 3,59 del Molise o il 2,92 della Basilicata.

Un capitolo a parte, ma che incide sul bilancio dello Stato in modo non irrilevante, è quello delle pensioni di invalidità. Secondo un recente rapporto Istat, commentato da “Il Sole 24 ore” del 15 dicembre 2016, l’incidenza delle pensioni di invalidità è al Sud doppia rispetto al Nord: le pensioni di invalidità ordinaria sono l’8,3% al Sud contro il 3,8% al Nord, le pensioni di invalidità civile rappresentano il 20,3% al Sud contro il 10,7% al Nord. Questa anomala proporzione incide significativamente sul bilancio dello Stato.

Un’altra fonte di spreco è costituita dalle amministrazioni centrali dello Stato. Paradossalmente, se a livello comunale e regionale si registra negli ultimi anni una riduzione complessiva del debito, continua invece a crescere il debito pubblico statale. È di tutta evidenza come un’amministrazione centralizzata finisca con il penalizzare doppiamente una regione virtuosa come la Lombardia che opera invece in condizioni di pareggio di bilancio.

Nell’interesse dei lombardi e dell’Italia intera, è ora di voltare pagina.

A differenza che in passato dove prioritarie erano le esigenze di tutela delle identità etniche o linguistiche, oggi l’autonomia va collegata innanzitutto alla particolarità del contesto socio–economico.

Di certo ci vuole più autonomia per quelle regioni che siano in pareggio di bilancio, come la Lombardia, e che hanno storicamente dimostrato di saper crescere gestendosi autonomamente.

Alla luce di quanto si è osservato ci vuole:

a) l’attuazione dell’art. 116 comma 3 della Costituzione con la devoluzione alla Lombardia di competenze in materia di istruzione, tutela della salute, giustizia di pace, governo del territorio, tutela dell’ambiente e dei beni culturali, ricerca scientifica e tecnologica, e sostegno all’innovazione, aereoporti civili, grandi reti di trasporto. Si tratta di materie fondamentali per lo sviluppo del territorio e che per buona parte degli esempi la Lombardia ha in passato gestito in proprio con grande avvedutezza, efficienza e oculatezza;

b) l’attuazione di un vero federalismo fiscale che garantisca, come avviene per le Regioni a Statuto speciale, e come è stato fatto per esempio in Spagna per la Catalogna, un diverso regime di compartecipazione ai tributi erariali, consentendo di trattenere sul territorio regionale una parte più consistente del gettito raccolto ovvero la regionalizzazione di alcuni tributi o quote di tributi, come avviene in Svizzera, così da poter diminuire la pressione fiscale su imprese e cittadini e avere più risorse per infrastrutture, ricerca, istruzione, sanità, servizi al cittadino;

c) un diverso sistema di allocazione dei contributi di solidarietà alle regioni svantaggiate che porti ad un decisivo coinvolgimento della Conferenza Stato Regioni in modo che le regioni che versano, come la Lombardia, possano controllare come vengono impiegate le risorse da parte delle regioni che ricevono i trasferimenti solidaristici.

d) la territorializzazione della contrattazione per parametrare la crescita dei salari al costo della vita e alla produttività del lavoro.

È ora di premiare le regioni che meritano e di responsabilizzare quelle che gestiscono male il denaro pubblico. Nel campo universitario la penalizzazione delle università poco virtuose le ha costrette a rimettersi in gioco e ha così portato ad un notevole incremento della loro produttività scientifica e degli indicatori di efficienza. Anche nella sanità il meccanismo del commissariamento per quelle regioni che non rispettino gli equilibri economici legati comunque alla erogazione dei livelli essenziali di assistenza ha portato le regioni meno efficienti a raggiungere la sufficienza nella erogazione dei livelli di assistenza e nell’equilibrio finanziario.

L’Andalusia era fino agli anni ’90 del secolo scorso una delle regioni più povere d’Europa. Aveva autonomia di spesa, ma non di entrata. Si reggeva infatti in larga misura sui trasferimenti statali. Vi era dunque poca “responsabilità”. Dopo le riforme del 1995 e del 2001 lo Stato centrale ha ceduto una parte importante dei suoi poteri impositivi. Ora l’Andalusia ha un PIL pro capite superiore a quello dell’Umbria, un PIL che è l’82% del PIL pro capite medio europeo. Per fare un raffronto con la realtà italiana, la Campania ha un PIL pari al 65% della media europea.

Occorre in definitiva un nuovo patto fra italiani, un nuovo patto fra Nord e Sud, una nuova unità nella diversità. L’Italia non è la Danimarca, eguale da Odense a Copenhagen. La nostra identità si caratterizza per le straordinarie differenze nel contesto di alcuni valori comuni. Lo slogan unificante sia: “A ciascuno secondo le sue necessità”, più o meno autonomia a secondo del bisogno e delle condizioni dei diversi territori, rifiutando in ogni caso l’egualitarismo e il centralismo di matrice giacobina e consentendo a qualunque regione di scegliere come governare il proprio destino.

Questa è la vera priorità per la Lombardia e in definitiva per la crescita e il futuro dell’Italia intera.

 

valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma