Il significato dei referendum di Lombardia e Veneto per la maggiore autonomia - L. Antonini

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referendumautonomiaHannah Arendt, in un breve manoscritto contenente gli appunti per una lezione tenuta nella primavera del 1955 all’Università della California, scriveva: “Il deserto avanza, e il deserto è il mondo nella cui congiuntura ci muoviamo (…). Il rischio è che diventiamo veri abitatori del deserto, e che lì ci sentiamo a casa. L’altro grande rischio è dovuto alla possibilità delle tempeste di sabbia”. Il deserto avanza” era la celebre espressione con cui Nietzsche, nello Zarathustra, dopo aver rivelato la morte di Dio, accusava l’avanzata del nichilismo in un mondo che aveva smarrito il significato. Hannah Arendt, riprendendone l’espressione, imputa così al filosofo che per primo aveva colto il crescere del deserto, di avere commesso l’errore decisivo di “dichiararsene abitante consapevole senza cercare l’uscita, restando così vittima della sua intuizione più terribile[1].

E’ una metafora che rimane significativa ancora oggi: nel deserto che sembra spesso caratterizzare gran parte della progettualità politica italiana, i due referendum per la maggiore autonomia regionale che si svolgeranno in Veneto e in Lombardia il 22 ottobre 2017 potrebbero gettare un pesante sasso nello stagno del dibattito e avere la forza di segnare una via di uscita dalla situazione di stallo in cui versa, ormai da troppo tempo, l’assetto istituzionale italiano.

Si tratta di referendum che, grazie alla legittimazione fornita dalla innovativa sentenza n. 118 del 2015 della Corte costituzionale, vengono svolti per la prima volta nella storia della Repubblica italiana e che, ponendo una questione istituzionale di fondamentale rilievo, possono assumere echi, nonostante le profonde differenze, non dissimili da altri referendum regionali che hanno guadagnato l’attenzione internazionale, quali quelli relativi alla questione scozzese e catalana.

In altre parole i due referendum, se fortemente partecipati e vinti, sono destinati a riaprire un dibattito che raramente è stato calibrato sui reali problemi che impediscono lo sviluppo del Paese e che spesso si è dimostrato sciatto, retorico e inconcludente: basti pensare alla recente, fallita, proposta di riforma costituzionale che da un lato centralizzava indistintamente le competenze delle regioni ordinarie e dall’altro blindava, in modo altrettanto generico, le autonomie speciali.

Il cuore del problema, invece, è che oggi in Italia abbiamo uno Stato invasivo al Nord e assente al Sud[2]: è proprio sull’impegno per rovesciare questo paradosso che si potrebbe realizzare una convergenza politica ampia, in vista di riforme attuabili, in gran parte, senza necessità di ipotizzare nuovamente processi di revisione costituzionale. Se così avvenisse, dopo i due referendum non si aprirebbe quindi solo una mobilitazione di Governo e Parlamento per dare attuazione all’art. 116, III comma, della Costituzione e concedere la maggiore autonomia a due regioni virtuose, ma un più ampio movimento legislativo diretto anche a recuperare, attraverso la previsione di un massiccio intervento statale, il declino di quelle inefficienti. In questo modo si potrebbe rispondere, assieme, sia alla questione settentrionale che a quella meridionale, a beneficio di tutto il Paese.

Il problema delle realtà efficienti, infatti, è oggi quello di un pervasivo centralismo che ne blocca le potenzialità di sviluppo. Quello delle realtà inefficienti, invece, non è tanto quello derivante dal progressivo disimpegno nella assegnazione di risorse, quanto piuttosto quello determinato da un metodo fallimentare nelle modalità di erogazione delle stesse, spesso finite solo ad alimentare rendite parassitarie e improduttive o addirittura i circuiti della illegalità. Diverse regioni meridionali versano oggi in un situazione di drammatico abbandono, al punto da rischiare irreversibili processi di spopolamento.

Mentre le regioni efficienti devono essere liberate da un invasivo e ingiustificato centralismo statale, per quelle inefficienti è all’opposto necessario, data la situazione in cui versano, un potente rafforzamento della presenza statale, che potrebbe in qualche modo ispirarsi alle soluzioni adottate in Germania ai tempi della riunificazione, caratterizzate non solo dall’assegnazione massiccia di risorse ma anche da altrettanto massici processi di commissariamento statale, fino all’utilizzo della formula delle agenzie governative, come la Treuhandanstalt.

Si dovrebbe pertanto puntare, come è stato suggerito, su agenzie governative indipendenti, slegate dai condizionamenti della politica, come in fondo era la Cassa del Mezzogiorno prima della istituzione delle regioni: è impressionante dover constatare che fra il 1952 e il 1973, la produttività del lavoro crebbe nel Mezzogiorno in media del 5,2% all’anno, quindi ben più del Centro Nord, dove invece si era fermata dal 4,5%[3].

La maggior parte della popolazione meridionale acclamerebbe una soluzione di questo tipo: se fosse ipotizzabile in determinate regioni meridionali un referendum per la minore autonomia (a vantaggio di una maggiore presenza statale), questo otterrebbe probabilmente gli stessi risultati di quello veneto o lombardo per la maggiore autonomia.

 

antoniniLuca Antonini

professore ordinario di diritto costituzionale

Università di Padova



[1] SCHEPIS, Tra il deserto e le oasi. Il luogo della cittadinanza attiva in Hannah Arendt, in Heliopolis 2012, 1, 101 ss.

[2] MANGIAMELI S., La nuova parabola del regionalismo italiano: tra crisi istituzionale e necessità di riforme, in www.issirfa.cnr.it.

[3] LA SPINA, La politica per il Mezzogiorno, Bologna, Bologna 2003, passim.