Ius soli: una scelta politica su chi e perché si vuole integrare - C. Sbailò

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bambiniafricaniLa proposta di legge sullo ius soli (A.S. 2092/XVII) muove dalla premessa che la cittadinanza sia un diritto universale. Ma la premessa non viene sviluppata, probabilmente per ragioni di natura politica. Ne viene fuori un disegno incoerente, che denota una preoccupante assenza di chiarezza in merito sia agli obiettivi della riforma sia all’impatto sociale e giuridico di quest’ultima. Per quel che riguarda la cittadinanza “per nascita”, la proposta prevede che essa sia riconosciuta anche ai nati in Italia, da genitori dei quali almeno uno sia stabilmente residente in Italia, con permesso di soggiorno illimitato. In merito, invece, alla ”acquisizione” della cittadinanza, se ne propone l’estensione a chiunque sia nato in Italia o vi abbia fatto ingresso prima del compimento dei 12 anni, a condizione che abbia seguito un regolare corso di studi, conclusosi positivamente. Venendo, infine, alla cittadinanza per “elezione”, essa, secondo la proposta, potrà essere ottenuta dallo straniero che abbia fatto ingresso in Italia prima dei diciotto anni, sia residente da almeno sei e abbia frequentato un ciclo scolastico con esito positivo.

Secondo i proponenti, saremmo di fronte a uno ius soli temperato dallo ius culturae. In realtà, ci troviamo di fronte a uno ius soli piuttosto anomalo. Chi nasce in Italia o vi entra prima dei 12 anni, di fatto, diventa automaticamente cittadino italiano, anche se non subito. Nessuna commissione di esami si sentirebbe di bocciare un alunno esposto al rischio di un diniego della cittadinanza opposto a seguito di un insuccesso scolastico. E se ciò dovesse avvenire, molto probabilmente, la questione finirebbe davanti alla Corte costituzionale, la quale, a mio avviso, non potrebbe che dichiarare illegittima questa parte della norma, rendendo, così, vano il filtro dello ius culturae: la Repubblica, una volta che ha riconosciuto un diritto, non può trattarlo come se fosse una sua creatura e deve, pertanto, disciplinarlo secondo principi di ragionevolezza ed equità. Inoltre, queste disposizioni (come acutamente osservato da Luigi Melica sul Forum di Diritto pubblico comparato ed europeowww.dpce.it, 13 luglio 2017), vanno lette in coordinamento con quanto previsto dal Testo unico sull’immigrazione in materia di rapporti familiari. La mamma del bambino nato in Italia può chiedere la cittadinanza per il figlio. Una volta ottenuta questa, potrà richiedere di convertire il proprio titolo di soggiorno in motivi di famiglia. E questo vale anche per i parenti entro il secondo grado conviventi, in quanto parenti di cittadino italiano.  Tutti costoro non potranno mai, dunque, essere espulsi dal territorio nazionale e diventeranno cittadini nel giro di alcuni anni. Tenendo anche conto dell’esperienza italiana in materia di indotto criminale intorno all’emergenza migratoria, dalla fase di formazione del flusso fino alla gestione dell’accoglienza, si può ben immaginare il business malavitoso che si potrebbe sviluppare intorno all’eventuale ius soli all’italiana.

vulnera della proposta sono moltissimi altri (esempio: si fanno irragionevoli discriminazione tra i «minori» che abbiano o meno 12 anni). Ma quel che abbiamo sopra riferito ci pare sufficiente. L’idea-cardine (che si cerca maldestramente di occultare) è quella che la cittadinanza sia un diritto. Naturalmente si tratta di un presupposto filosofico legittimo. Ma la sua applicazione è interdetta al Legislatore italiano. Il nostro ordinamento risulta costruito con un paradigma statual-nazionale, in base al quale l’accesso alla cittadinanza soggiace alle norme poste a presidio dell’originarietà del potere statale. Quella originarietà (il fatto, cioè, che l’ordinamento statuale non è logicamente “deducibile” da altri) è, nel caso della Repubblica democratica, giuridicamente ricostruita con il principio della sovranità popolare.

Come sappiamo, tale principio, in Italia così come in Germania e in molte altre democrazie costituzionali post-Seconda guerra mondiale, non è assoluto, ma soggiace ad alcuni limiti, posti a salvaguardia dei valori fondamentali del costituzionalismo. Il principio di sovranità popolare, cioè, non può essere né descritto né applicato in un modo tale che si determini: a) una lesione o una compressione dei diritti fondamentali; b) una confutazione dei principi fondamentali dello ius gentium; c) una giustificazione dell’evasione degli obblighi discendenti dall’adesione all’Unione europea. Ora, la cittadinanza relativa a un determinato ordinamento non rientra nei diritti fondamentali. Per questo, la giurisprudenza costituzionale ha costruito un sistema di accesso ai diritti fondamentali – tra i quali, ormai, sono ricompresi i diritti di welfare – indipendente dalla cittadinanza italiana, mentre al cittadino restano, in via esclusiva, i diritti politici e l’accesso alle cariche e agli uffici pubblici. Si ha, infatti, diritto ad avere “una” cittadinanza, ma non ad avere le cittadinanza in un determinato Stato. Questo è il senso delle norme che, in Italia e in altre democrazie, sono poste a tutela degli apolidi o dei trovatelli, ovvero di coloro che sono privi di cittadinanza o la cittadinanza dei cui genitori sono ignote. Quanto allo ius gentium e alla normativa europea, nell’uno e nell’altro caso, la disciplina della cittadinanza è riconosciuta come una prerogativa esclusiva degli Stati.

Il principio della sovranità popolare, dunque, benché non assoluto, risulta decisivo per avviare qualsiasi ragionamento sulla normativa in materia di cittadinanza. Il punto è che i sostenitori dello ius soli giustificano la loro posizione proprio riferendosi al carattere “popolare” della sovranità, facendo leva sul “dato di fatto” dei mutamenti intervenuti nel demos («la società è sempre più multi-etnica», ecc.). Ma si tratta di un’operazione scorretta sotto il profilo logico. Il “popolo” di cui alla suddetta sovranità non ha nulla a che fare con la “popolazione”: il popolo del 2017 non è “altro” rispetto al popolo del 1947. Per questo, la disciplina che ne regolamenta l‘individuazione (si pensi, ad esempio, all’anagrafe elettorale per le elezioni delle Camere) non può soggiacere a considerazioni di natura etnico-demografico-sociologica, ma unicamente a scelte di natura politica, che facciano riferimento a quel popolo e al progetto politico intorno a cui la Repubblica è stata costruita. Ci si potrebbe, allora, chiedere per quale ragione la Costituzione non preveda particolari cautele legislative in materia di cittadinanza (come le prevede, invece, ad esempio, in materia di riforma costituzionale o di leggi elettorali). La risposta è che la questione della cittadinanza è originaria, ovvero precede logicamente la stessa ricostruzione del processo costituente. Se non si individua il «popolo» (e il popolo lo si individua attraverso la disciplina relativa alla cittadinanza), cioè, non si dà Costituzione. Per questo, qualsiasi intervento sul punto dovrebbe corrispondere a un disegno chiaro, in coerenza inequivocabile con la volontà del corpo politico.  

La storia dei Paesi dove vige lo ius soli dimostra con chiarezza come la riforma della cittadinanza sia sempre espressione di un disegno politico. Negli USA, l’acquisizione della cittadinanza iure soli è un diritto riconosciuto solo a partire dalla fine dell’Ottocento, quando si trattava di integrare i neri nel sistema politico ed economico della nazione, dopo una guerra costata  oltre 600mila morti (gli indians, invece, ovvero i “nativi” americani nel senso storico, dovettero aspettare il 1924). Discorso analogo può farsi per le due superpotenze coloniali europee, la Francia e il Regno Unito. Per quel che riguarda la Francia, lo ius soli di oggi è figlio esigenze di razionalizzazione anagrafico-fiscale e di potenziamento della base produttiva sorte nella Francia dell’età industriale, quando il Paese si popolò di lavoratori provenienti dalle colonie, che si sottraevano ai loro obblighi nei confronti della Repubblica (servizio di leva, tasse, perché, appunto, non cittadini). Nel Regno Unito, dopo secoli di politiche imperial-inclusive, con il ridimensionamento dell’Impero e l’aumento dei migranti, sono prevalsi orientamenti sempre più  restrittivi, fino ad arrivare alla riforma del 1984, quando la nascita sul suo britannico ha cessato di essere una condizione sufficiente per il riconoscimento della cittadinanza.

La politicità di una legge sulla cittadinanza consiste essenzialmente nell’individuazione sia della comunità che si intende integrare sia delle condizioni alle quali l’integrazione viene subordinata. È ovvio che una tale chiarificazione non potrebbe che muovere da una considerazione sulla situazione demografica italiana alla luce dello sviluppo dei processi migratori. Secondo calcoli della Fondazione Leone Moressa, se in Italia venisse applicato lo ius soli, avremmo immediatamente oltre 900.000 nuovi cittadini, con un trend annuale di 50-60mila. Bisogna, inoltre, considerare anche gli effetti di ”richiamo” verso l’Italia che l’introduzione della cittadinanza iure soli sulle popolazioni della sponda sud e dell’Africa sub sahariana.

La questione dello ius soli va affrontata, inoltre, in stretta correlazione con la questione islamica. Non solo perché una parte molto consistente della popolazione non-cittadina presente in Italia appartiene all’Islam (secondo dati ISMU, l’Islam, tra le religioni non cristiane, è la prima tra i non italiani residenti in Italia: i musulmani sono circa 1.200.000, di cui ben oltre la metà viene dal Nord Africa), ma anche perché l’Islam non può essere trattato alla stregua di una qualsiasi confessione religiosa, alla quale garantire semplicemente spazi e tempi per la vita spirituale e comunitaria. Trovo poco rispettoso nei confronti dei musulmani – specie di quelli che vengono dall’Islam sunnita mediterraneo – ignorare il fatto che essi appartengono a una comunità che si regge essenzialmente su di un progetto geopolitico, la cui legittima vis espansiva non può essere ridotta alla stregua di mero proselitismo.

La tormentata storia delle Intese con l’Islam ex art. 8 Cost. è la dimostrazione del fatto che con l’Islam si pone un problema generale di compatibilità tra culture (innanzitutto giuridiche), che non si pone con altri gruppi etnico-culturali, pur consistenti, come ad esempio quello dei cristiani ortodossi (e ci pare significativo il fatto che la Corte costituzionale, nella sentenza n. 52 del 2016, abbia sottolineato come non esista un diritto all’Intesa, in quanto quest’ultima è frutto di una decisione politica). I problemi riguardano non solo il diritto di famiglia, ma anche l’organizzazione dello spazio pubblico. Al momento non ci sono neanche i presupposti giuridici per una regolamentazione dei luoghi di culto e dell’attività degli imam. Chi liquida la questione in termini di “tolleranza” e “libertà religiosa” mostra di avere una visione molto superficiale e sostanzialmente eurocentrica del mondo islamico. Nei Paesi dell’Islam mediterraneo, ad esempio, la comunità islamica è rigorosamente sottoposta al controllo dello Stato (il che, peraltro, è spesso all’origine di gravi conflitti) e vige il divieto, spesso di rango costituzionale, di dar vita a partiti che si richiamino alla religione o ai simboli religiosi. Tali limitazioni, nel sistema giuridico italiano, sono impensabili. Ma altrettanto impensabile ci pare la soluzione “comunitaristica” adottata in alcune democrazie liberali, come il Regno Unito, dove ai musulmani è riconosciuta ampia autonomia nell’organizzazione della vita sociale, anche sul piano della giurisdizione.

Ogni iniziativa sulla riforma della cittadinanza dovrebbe, dunque, muovere, dalla risposta alle seguenti domande: chi si intende integrare; perché si intende integrare; a quali condizioni si intende integrare.

  

sbailoCiro Sbailò

professore di diritto comparato - UNINT Roma

direttore SKAI - Studi Kore sul costituzionalismo arabo e islamico - Università di Enna