Ius soli. Una riflessione fuori dal coro - P. Becchi

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passaportoiussoli1. La legge arriverà?

La discussione sull’approvazione della legge che mira ad introdurre nel nostro ordinamento lo ius soli, a fianco al tradizionale ius sanguinis, sembra essersi, al momento, “impaludata” nel mezzo dei nuovi e sterili dibattiti di una politica che non riesce che a navigare “a vista”, giorno dopo giorno. Il che non significa che la legge non ci sarà; se mai, che essa verrà, improvvisamente, fatta e approvata in poco tempo, senza alcuna reale discussione pubblica.

E ciò avverrà nel momento più sbagliato, anche ammesso – e non concesso – che sia giusto superare la normativa attuale: la nuova legge sarà infatti destinata ad alimentare i flussi migratori, proprio quando si tratterebbe per quanto possibile di contenerli. Solamente poco tempo fa partiva l’appello accorato delle istituzioni italiane verso Bruxelles: i continui flussi migratori in arrivo verso il Belpaese rischiano di degenerare in una situazione ingestibile e con risvolti piuttosto pericolosi. Se si lancia una richiesta di aiuto simile, il buonsenso vorrebbe di non votare in Parlamento una legge che farà aumentare ancora di più i flussi migratori. Gli ultimi dati a disposizione parlano di un incremento del 47% delle richieste di asilo del 2016 rispetto all’anno precedente. Assegnare automaticamente la cittadinanza a chiunque nasca sul territorio italiano non potrà far altro che aumentare a dismisura i flussi di migranti verso l’Italia.

La proposta di legge, lo si ricorda, prevede che cittadino italiano sarà anche chiunque sia nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri (se almeno uno di essi sia in possesso del permesso di soggiorno per lungo periodo, oppure se il minore sia presente in Italia da prima del compimento dei 12 anni ed abbia frequentato la scuola italiana per almeno 5 anni). Gli altri Paesi europei adottano diversi criteri, spesso temperati e bilanciati tra loro: in Germania, prevale lo ius sanguinis, in Francia vige un sistema piuttosto complicato, in cui viene dato maggior peso allo ius soli. La novità, però, è che l’Italia, ossia il Paese più colpito dall’immigrazione, abbia deciso proprio di questi tempi di introdurre un criterio nuovo, proprio in una situazione di emergenza nazionale.

 

2. W l’invasione!

È una follia: significa di fatto legittimare l’invasione in corso. Ma si risponde: abbiamo bisogno di immigrati, sono una risorsa non un pericolo, pagano le tasse come noi, i loro figli sono nati qui, obbediscono alle leggi del Paese, contribuiscono alla vita del Paese, etc., sto tracciando un quadro idilliaco, ma non importa ai fini di ciò che voglio dire. Perché allora non garantire loro anche il diritto di cittadinanza? Chi non lo vuole è un razzista, e così il discorso è subito chiuso. No, non è affatto chiuso. E ciò nonostante il fatto, inquietante, che per evitare  qualsiasi discussione sul tema dei migranti si cominci persino a paragonare il fenomeno in corso con l’Olocausto, in modo da bollare di fascismo, nazismo,  razzismo chiunque metta in discussione frontiere aperte e ius soli.

Occorre distinguere tra i diritti politici e quelli civili e sociali. Nessuno intende negare questi ultimi a coloro che vengono qui per avere un lavoro, anche se prima dovremmo pensare ai milioni di nostri disoccupati, ai nostri giovani costretti ad emigrare per trovare un lavoro dignitoso e ve lo dice chi ha una figlia che lavora in Germania ed un altri due che hanno già deciso di fare la stessa cosa, tra qualche anno. Ma a parte questo, che non è certo irrilevante, c’è qualcosa di ancora più profondo, e che è sfuggito a molti nelle attuali discussioni.

 

3. La lezione di Hegel

Stiamo parlando della cittadinanza, vale a dire di un diritto politico. Nelle condizioni attuali questo passaggio nel nostro Paese è estremamente pericoloso. Ogni popolo vuole preservare la propria identità, il proprio senso di appartenenza che è legato a lingua, tradizioni, costumi e valori condivisi, che si tramandano di generazione in generazione. Ma siamo ormai entrati nella fase suprema della globalizzazione e ancora non ne abbiamo consapevolezza. La realtà sembra sempre più sconfinata. E  mentre gli Stati nazionali vengono da tempo costretti a cedere sovranità all'Unione Europea - si pensi alla sovranità monetaria - questa invece di affrontare in modo adeguato il problema dell’immigrazione si limita ad imporre agli Stati di accettare i migranti senza neppure poter discutere al riguardo. E così si passa da un problema - quella dell’ euro - ad un altro - quello dei migranti - senza risolvere nulla.

Non si tratta di razzismo, ma di salvaguardare ciò che ci costituisce come Gemeinwesen, come comunità politica. Un conto è la «società degli individui», un altro è la «comunità politica»: lo aveva già lucidamente compreso Hegel, quando nella sua Filosofia del diritto, aveva distinto la «società civile – borghese» dallo Stato politico, sottolineando, contro il cosmopolitismo kantiano, il fatto che gli uomini non possono costituirsi in comunità politica se non sulla base di un senso comune di appartenenza. Ed è su questo che si fonda uno Stato. Oggi in Italia lo abbiamo dimenticato.

 

becchiPaolo Becchi

professore ordinario di filosofia del diritto

Facoltà di Giurisprudenza

Università di Genova