La sovranità esautorata - R. Cristin

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Oggi il concetto di sovranità è al centro di molte riflessioni e discussioni. Da decenni era stato riposto, perché non più strettamente necessario alla vita politica occidentale e all’elaborazione delle teorie che la riguardavano. Da qualche anno però è riemerso, recuperato da forze politiche collocate a destra (in Italia i partiti del centrodestra, incoraggiati da Lega Nord e Fratelli d’Italia) contrarie alla dissoluzione delle nazioni in un contenitore neutro e alla distruzione dell’identità europea (nelle sue varie declinazioni particolari). Questa ripresa è dovuta non al rinascere di gretti nazionalismi, come affermano gli adepti dello schema ideologico-culturale che definisco l’«europeisticamente corretto», ma alla consapevolezza che le istituzioni europee mirino più a rafforzare i propri bastioni di potere che a difendere l’Europa in quanto tale, i suoi popoli e le sue nazioni. Dalla constatazione che il progressivo accentramento burocratico-ideologico operato da queste istituzioni stia prefigurando quella che nel gergo politico ispanico si chiama dictablanda (dittatura morbida), sorge l’esigenza di reagire in difesa di margini di libertà sempre più erosi e compromessi.

Si ricorre quindi al sovranismo come antidoto all’asfissiante ingerenza che gli organismi centrali europei esercitano sull’autonomia degli Stati, sulla volontà dei popoli e perfino sulla vita quotidiana delle collettività e degli individui. E, in senso lato, ci si può riferire alla sovranità come risposta al non meno asfissiante controllo che il paradigma del politicamente corretto applica, con intimidazione e censura, sulle forme di espressione dell’opinione, insomma: sulla libertà di espressione.

Per brevità esamino due casi esemplari, diversi fra loro ma strettamente interconnessi, di teorizzazione e di esercizio della sovranità, intesa dunque come rivendicazione di autonomia e come attestazione di una visione del mondo. Il primo riguarda la sovranità delle nazioni, il secondo quella dei popoli.

Prima scena

Luglio 2017. Il Parlamento polacco approva una riforma della giustizia che l’opposizione giudica negativamente. Fin qui niente di strano: è normale che l’operato di un governo sia avversato dall’opposizione. Ma quando una legge votata dalla maggioranza parlamentare di uno Stato viene ufficialmente osteggiata dalle istituzioni eurocomunitarie, che spalleggiano l’opposizione manipolando i media e aizzando la popolazione contro il governo, si manifesta un’anomalia che ha cause estrinseche: l’attuale governo polacco ha assunto una posizione molto critica verso l’Unione Europea e altrettanto autonoma rispetto alle direttive della Commissione, disturbando così la rigida pianificazione, delle strutture e delle coscienze, che gli apparati politico-burocratici hanno predisposto per i singoli Stati e per l’Europa nel suo insieme. Quella legge, insieme al rifiuto di accogliere migranti extraeuropei, diventa così un pretesto per altri scopi, intimidatori o sanzionatori, nei confronti della Polonia. Realtà inquietante e addirittura terrorizzante, perché ci svela che ogni occasione è buona per punire una nazione che non si pieghi ai diktat di quella occhiuta burocrazia politica e che rifiuti di farsi colonizzare, sia da quest’ultima in senso politico-legislativo sia dagli immigrati in senso etnico.

Qui è in gioco l’autonomia di una nazione nei confronti di istituzioni esterne che la minacciano brandendo come una clava uno dei concetti più utilizzati nel periodo a ridosso del trattato di Lisbona, quello cioè di «cessione di sovranità». Si trattava di una esigenza pragmatica positiva che in un primo momento era finalizzata alla più armonica collaborazione fra gli Stati, ma che successivamente diventò strumento per il consolidamento di una struttura burocratica che tendeva a svincolarsi dal controllo dei singoli Stati per trasformarsi in forma impositiva superiore, non solo extra-nazionale ma pure sovra-nazionale.

Ma cedere pezzi della sovranità nazionale in favore di una struttura federale europea in cui gli Stati concorrano alla coesione dell’insieme conservando però la sovranità sulle - non molte ma assolutamente decisive - questioni vitali per il destino del proprio popolo è cosa assai diversa da quanto oggi le istituzioni europee esigono, con blandizie e ricatti. Il progressivo abuso del potere centralistico-funzionalista ha condotto infatti dalla relativa cessione di sovranità, atto volontario dei singoli Stati che era giustificabile all’interno di un quadro federal-cooperativo, all’estorsione di sovranità, atto che oggi gli Stati subiscono ad opera di un insieme strutturale che predica il pluralismo e invece pratica il dispotismo. In questa situazione, un sovranismo accuratamente elaborato (e non frettolosamente declamato) può contribuire a preservare l’Europa e perfino a salvare, rinnovandola e migliorandola, l’Unione Europea stessa.

Seconda scena

In questi ultimi mesi, molte amministrazioni locali italiane tentano di respingere, con immensa fatica e spesso scarsi risultati, la dissennata politica di «collocazione» delle masse sempre più ingenti di immigrati irregolari che sono state riversate nel nostro paese e che, nonostante la propaganda di un governo che ha fiutato l’umore dell’elettorato e tenta di raggirarlo con mosse fumogene, continuano a incombere sulle nostre coste. I sindaci si oppongono agli apparati statali, in una lotta impari che si fonda sul secondo aspetto della sovranità: quello del popolo. Ora, è ovvio che nelle repubbliche parlamentari il popolo esprime la propria volontà con il voto e quindi i rappresentanti da esso eletti decidono a nome suo, tuttavia oggi assistiamo a un sequestro di questa volontà, perché dalle ultime elezioni politiche (anno 2013, dal quale l’immigrazione ha assunto le forme di un’invasione deliberatamente accettata dalle istituzioni) la quantità di immigrati è esplosa a numeri inediti e colossali, cambiando radicalmente sia il quadro rispetto a quattro anni fa sia l’opinione degli italiani su di esso. Riguardo a questo problema, il cui epicentro è oggi in Italia ma che investe l’intera Europa, si può dunque parlare di esautorazione temporanea della sovranità del popolo, la cui maggioranza non elettoralmente contata ma vitalmente sentita esige una politica diametralmente opposta a quella attuale, legittima formalmente ma illegittima dal punto di vista delle esigenze concrete dei cittadini, che confliggono con quelle di organismi (ramificazioni dell’ONU o associazioni private, gruppi politici o settori ecclesiastici) che favoriscono un’immigrazione non programmata, incontrollata e invasiva.

Come sulle questioni nevralgiche che riguardano la vita delle nazioni, anche su quelle che investono la vita dei popoli bisognerebbe invocare il principio di sovranità, inteso come principio di vita e di pace, e calibrato sulla difesa dell’identità, della proporzione e dell’ordine. Spingendo il problema ad una provocatoria iperbole, la domanda è: salvare i migranti o soffocare i popoli europei? Sforzandoci di lavorare sulle molte opzioni intermedie, è però su questo genere di dilemmi che andrebbe lasciata la parola al popolo, nelle forme previste dalla Costituzione.

 

cristinRenato Cristin

professore di ermeneutica filosofica

Università di Trieste