Le bandiere sporche e stracciate sulle nostre scuole sono l'immagine di un popolo che ha perso la propria identità - S. Sfrecola

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bandieraitaliana1Nell’afa agostana chi percorreva le strade e le piazze delle città, per una volta liberate da gran parte del traffico veicolare, rivedeva i monumenti ed i palazzi del potere e della cultura, quindi anche le scuole che in qualche modo ricordano i nostri studi e quelli dei nostri figli. Terminati gli esami, ad agosto erano chiuse. All’ingresso le bandiere italiana e dell’Unione Europea, il più delle volte sbiadite, sporche, ridotte a brandelli. In particolare spesso la più malconcia è proprio la bandiera nazionale, il “tricolore Italiano”, come si esprime all’art. 12 la Costituzione, che in quelle condizioni diventa il simbolo di un Paese che non crede in se stesso, di un popolo che non riconosce la propria identità. “Né stato né nazione – italiani senza meta” (Laterza, 2010) per dirla con il titolo di un fortunato libro di Emilio Gentile nel quale lo storico invita a riflettere su oltre un secolo di storia nel quale non sono mancate critiche perfino all’ordinamento nazionale, a causa dell’inefficienza burocratica e dello sperpero delle risorse pubbliche.

Bandiere esposte nelle scuole laddove si formano, o, meglio, si dovrebbero formare i futuri cittadini, non solamente quelli che iure sanguinis lo sono dalla nascita, ma anche coloro ai quali la cittadinanza si vorrebbe attribuire in base al cosiddetto ius culturae, se dovesse essere approvato il disegno di legge in discussione al SenatoQuale cultura, quale rispetto per l’Italia possono acquisire giovani provenienti da ogni parte del mondo nel vedere come viene trattata la bandiera nazionale proprio nelle scuole che sono invitati a frequentare per integrarsi e per ottenere la cittadinanza italiana? Senza che si levi una qualche protesta, ma soprattutto senza che le autorità scolastiche richiamino all’ordine presidi e direttori didattici, funzionari dello Stato evidentemente senza la dignità della loro funzione. I quali dimostrano anche di non sapere che quelle bandiere, che vorremmo sventolassero integre nei loro colori, non dovrebbero essere tenute giorno e notte e tanto meno durante l’estate. Infatti la bandiera non deve essere esposta continuativamente sugli edifici pubblici ma, ai sensi dell’art. 2, comma 1, della legge 5 febbraio 1998, n. 22 (“Disposizioni generali sull’uso della bandiera della Repubblica italiana e di quella dell’Unione europea”) solamente “per il tempo in cui questi esercitano le rispettive funzioni e attività”. Il che vuol dire, per le scuole, “nei giorni di lezioni e di esami” (art. 4, comma 3, del Decreto del Presidente della Repubblica 7 aprile 2000, n.121 (“Regolamento recante disciplina dell’uso delle bandiere della Repubblica italiana e dell’Unione europea da parte delle amministrazioni dello Stato e degli enti pubblici”).

Pertanto la bandiera va esposta dall’alba al tramonto, alzata vivacemente ed abbassata con solennità, non deve mai toccare il suolo né l’acqua. Regole antiche che attestano un senso di rispetto che dobbiamo assolutamente ritrovare. Anche a Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei ministri, dove quel regolamento è stato scritto, la bandiera esposta ininterrottamente giorno e notte è fuori delle regole.

La bandiera, ovunque rispettata ed amata, al di là del credo politico del singolo cittadino, perché quei colori sono di tutti, sono o dovrebbero essere il simbolo della Nazione e del suo orgoglio. Basta pensare agli Stati Uniti d’America, spesso impropriamente richiamati quale esempio dell’apertura allo ius soli, che lì c’è, ma che vale esclusivamente per i figli di chi è legittimamente presente sul territorio, cosa sempre trascurata. In quel grande paese le bandiere sventolano immacolate su ogni casa, dove bianchi, neri, gialli si sentono effettivamente americani, come abbiamo imparato dai film che esaltano il soldato USA, spesso di colore in un reparto comandato da un ufficiale di colore. Laddove la Patria è un valore di tutti.

Recentemente il Corriere della Sera ha pubblicato la foto della bandiera, ridotta a brandelli, all’ingresso di una scuola pubblica, qualche mese prima Il Messaggero aveva denunciato il caso di Villa Leopardi, nel romano quartiere Africano, in via Makallè, dove, sui pennoni della biblioteca comunale, il Tricolore era uno straccio con la striscia bianca e quella verde divorate dal tempo.

Immaginai subito che sarebbe andata così, quando fu approvata la legge sull’esposizione della bandiera nazionale. Ero certo che sarebbe stata interpretata “all’italiana” (quanto mi addolora questa espressione!). Che l’alza bandiera sarebbe stato effettuato solamente nelle caserme e che le bandiere esposte giorno e notte, col sole e con la pioggia, sarebbero divenute in pochissimo tempo assolutamente irriconoscibili. Uno spettacolo desolante che la dice lunga sul senso di italianità dei nostri concittadini che, alla visione di quella bandiera vilipesa non insorgono, se non in pochi casi, peraltro inascoltati. Bandiere che non hanno più neanche la forza di sventolare per ricordare a giovani e anziani la nostra storia, chi siamo. Forse perché non lo sappiamo, perché abbiamo avuto cattivi maestri che hanno fatto perdere progressivamente alle giovani generazioni il senso dell’appartenenza, quella che oggi in qualche modo vorremmo che i migranti imparassero a riconoscere frequentando un ciclo scolastico in istituti al cui ingresso la bandiera è nelle condizioni che tutti possiamo constatare. Impareranno che non c’è rispetto per la nostra storia, come per l’autorità dello Stato. In sostanza non sentiamo la nostra identità, le nostre radici. “Se cessiamo di essere una Nazione” (Il Mulino, 1993) è la riflessione amara di Gian Enrico Rusconi il quale denuncia che “quando la politica produce inefficienza e corruzione, si intaccano i vincoli stessi che tengono insieme una nazione al di là della sua struttura statuale”.

Eppure quel tricolore ha accompagnato la formazione dello Stato nazionale fin dal 23 marzo 1848, come aveva voluto il Re Carlo Alberto, quando i soldati del Regno di Sardegna entrarono in Lombardia per rispondere alla richiesta che Gabrio Casati gli aveva rivolto a nome del Governo provvisorio milanese. Fu l’inizio di un moto conclusosi con il 4 novembre 1918 a Vittorio Veneto, con Trento e Trieste ormai italiane. Guerra vinta contro il “nemico storico”, per dirla con le parole di Luigi Einaudi, all’indomani del 4 novembre 1918, quando, come abbiamo tutti appreso dal Bollettino della Vittoria firmato alle ore 12 di quel giorno dal Generale Armando Diaz, “i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo” risalivano “in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

Da allora bandiera e Patria sono stati un binomio inscindibile. Oggi, purtroppo, di Patria si parla poco o a bassa voce, come di Nazione. Non sia mai che ci ritrovassimo a condividere, difendere e coltivare una identità, a sentirci effettivamente un popolo, come auspicava Massimo d’Azeglio: “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. L’hanno ripresa in molti questa frase, nella speranza che gli abitanti dello Stivale si sentissero effettivamente tali, orgogliosi della ricchezza che proviene dalla varietà delle culture e delle esperienze che hanno caratterizzato la nostra storia nel corso dei secoli.

Laddove la Patria e la Nazione laddove esprimono l’identità di un popolo, quella che attraverso i secoli ed il pensiero degli studiosi e degli uomini di cultura si è politicamente realizzata nel corso Risorgimento quando uomini di fedi e culture diverse, laici e cattolici, monarchici e repubblicani, provenienti dalle città e dai mille borghi del Paese diedero vita a quello che Domenico Fisichella ha chiamato “il miracolo del Risorgimento”, come ha intitolato un suo fortunato libro (Carocci, 2013). Con riferimenti al tema della sovranità che oggi occupa prepotentemente la cronaca politica, che Fisichella ha ripreso in “Sovranità e diritto naturale in Joseph de Maistre”, pubblicato da Pagine (2017), nella Biblioteca di Storia e Politica da lui diretta. Una realtà politica che dal 17 marzo 1861, data della proclamazione del Regno d’Italia al 4 novembre 1918, con la fine della Prima Guerra Mondiale ha dato allo stato i confini che la natura aveva disegnato.

Purtroppo avvenimenti successivi, soprattutto la guerra infelice improvvidamente condotta stavolta innaturalmente accanto al “nemico storico”, una guerra civile dolorosissima e l’avvento al potere di partiti e movimenti che all’elaborazione del pensiero unitario non avevano partecipato ha determinato un progressivo degrado dei valori culturali e storici che esprimono l’identità del nostro popolo. Per cui Ernesto Galli della Loggia ha potuto parlare di “Morte della patria” (Laterza, 1996) riprendendo le parole di Salvatore Satta in apertura del suo “De Profundis” (Adelphi, 1980) sugli avvenimenti del 1940-45 che hanno fatto perdere agli italiani il “vincolo di appartenenza”. Un tema ripreso ne “Il tramonto di una Nazione” (Marsilio, 2017), con parole che devono suscitare una reazione in chi, nonostante la politica, crede nell’Italia e nella sua identità: “una nazione al tramonto è un paese che non riesce più a crescere, che si smaglia e si disunisce, e che consuma una frattura con il proprio passato, non riuscendo neppure più ad immaginare un futuro. Smarrito il filo della sua vicenda novecentesca, l’Italia odierna è in una condizione siffatta”. A conferma che l’unica tradizione identitaria nazionale è quella risorgimentale. Infatti “dire senso di nazionalità, significa dire senso di individualità storica”. Cioè “si giunge al principio di nazione in quanto si giunge ad affermare il principio di individualità, cioè ad affermare, contro le tendenze generalizzatrici ed universalizzanti, il principio del particolare, del singolo”. Con queste parole Federico Chabod apre il suo “L’idea di Nazione” (Laterza, 1961), un volume curato da Armando Saita ed Ernesto Sestan tratto dalle lezioni universitarie tenute a Milano negli anni 1943-44 che mantengono inalterato il loro fascino per l’acuta ricostruzione del pensiero di quanti nel corso dei secoli hanno approfondito il concetto di nazione e di indipendenza a cominciare dall’invettiva dantesca “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave senza nocchiere in gran tempesta/ non donna di provincie, ma bordello” (Purgatorio VI, 78), che denuncia corruzione e mancanza di quella guida che caratterizzava l’antica Roma. Una comunità che, come ci ha spiegato Giuseppe Valditara nel suo libro “L’immigrazione nell’antica Roma” (Rubbettino, 2016) con esempi di straordinario valore ed attualità, accoglieva tutti purché fossero rispettosi delle leggi di Roma e ne condividessero la missione storica, cioè l’identità del popolo.

È dunque il tempo di rivendicare la nostra identità ricercando il senso dello stare insieme nella varietà straordinaria delle storie e delle esperienze che sono la ricchezza dell’Italia intera dal Nord al Sud. Una Nazione che deve ritrovare sé stessa in una politica profondamente rinnovata nel segno della legalità.

 

sfrecolaSalvatore Sfrecola

avvocato patrocinante in Cassazione

già presidente di Sezione della Corte dei Conti

presidente dell’Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione