Una civiltà al tramonto: la crisi della musica in Occidente - A. Porfiri

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musicacrisiNon è male scomodare Thomas Kuhn e la sua teoria dei paradigmi per rendersi conto della situazione in cui ci troviamo negli ultimi decenni. In effetti nella storia si è assistito spesso a cambiamenti sociali e culturali, come quando dall'impero romano si passò a quello cristiano e medioevale, poi all'umanesimo e via dicendo. Ora, questi momenti storici, questi paradigmi, erano tutti iscritti all'interno della cosiddetta civiltà occidentale, un insieme di valori, modi di essere e pensare debitori alle nostre radici greco-romane e giudaico-cristiane. Il periodo in cui ci troviamo oggi testimonia a mio avviso, non semplicemente un cambiamento di paradigma, ma un cambio di civilizzazione. Non stiamo leggendo un diverso capitolo dello stesso libro, ma stiamo proprio buttando il libro nel secchio.

Un chiaro segno di questo è la crisi della nostra civiltà musicale, che in diverse nazioni ha ovviamente un impatto diverso, ma che in Italia è veramente drammatica. I nostri grandi compositori sono pressoché sconosciuti alle nuove generazioni, che grazie alla mediocrità dell'educazione musicale offerta nelle scuole a malapena sanno distinguere un Do da un Fa. Cori e orchestre a stento si barcamenano e voci di chiusure di enti lirici e musicali si leggono con sempre più frequenza. I conservatori sono pure in crisi, con insegnanti spesso malpagati che devono correre da una parte all'altra per poter racimolare l'indispensabile per vivere.

C'è da sottolineare il ruolo negativo che in questo campo ha giocato la Chiesa Cattolica, un tempo baluardo della cultura occidentale e che oggi si è ridotta a rincorrere (senza mai raggiungerle) le ultime mode sociologiche, antropologiche o psicologiche. La musica di Chiesa è oggi ridotta ai minimi termini, con una mediocrità imperante che non preannuncia cambiamenti nell'immediato futuro. L'abbandono del latino nella liturgia ha rappresentato un altro punto a sfavore della nostra grande civiltà, che aveva nel latino una delle sue lingue di elezione.

La musica cosiddetta seria è stata in balia per decenni delle cosiddette avanguardie, movimenti di influenza con connotati fortemente politici che hanno imposto l'umiliazione di coloro che pensavano che la musica dovesse comunicare qualcosa, che la musica dovesse suscitare qualcosa e non essere solamente un giocattolo in mano alle perversioni intellettuali di una elite dallo sguardo sinistro. Coloro che tentavano un ritorno a delle esigenze di comunicazione, penso a Nino Rota, Giancarlo Menotti, Leonard Bernstein (per citare uno straniero) venivano derisi come passatisti, relitti del passato, non al passo con i tempi. Ed ecco che la gente non vuole più ascoltare quelle astruserie intellettuali che nessuno capisce, ecco che la gente si immedesima più in Alberto Sordi e la sua signora che nel film "Vacanze intelligenti" vanno ad un concerto di musica contemporanea senza capirci nulla.

Abbiamo gettato via quello che avevamo di più bello, la nostra tradizione, la nostra identità, la nostra cultura, per correre a presso alle mode artistiche imposte da culture diverse, troppo diverse dalla nostra. Oggi le nostre istituzioni musicali, per sopravvivere, rincorrono i nuovi ricchi che vengono dall'Asia come un tempo provenivano dal Nord America, persone che, per la maggior parte, si fanno belle con qualcosa che non gli appartiene culturalmente, spesso usando poi con arroganza quel poco che hanno (e possono) imparare contro di noi. Andate pure in Asia e vi renderete conto se l'accoglienza che avrete dalla locale comunità artistica è quella che offriamo noi qui. Ovviamente si chiudono a riccio, difendono il loro sistema. Noi invece siamo una Porta Portese perenne, un mercato a cielo aperto della nostra ricchezza, spiritualità, civiltà. Quello che abbiamo di bello oramai si compra a poco, e la colpa è nostra che non abbiamo saputo conservare quello che ci è stato tramandato.  E parlate con i giovani musicisti, vi assicuro che 7 su 10 vi diranno la stessa cosa: se ne vogliono andare all'estero.

Oggi ci troviamo non in un altro paradigma, ma nel passaggio, in una fase terminale infinita che ci fa vivere gli ultimi respiri di ciò che siamo stati senza la speranza di poter dare una vera svolta alla situazione. Oramai l'industria culturale non reagisce più, è stata stremata da decenni di "progressismo" retrogrado, che non ha fatto avvicinare la gente alla musica e alla cultura, anzi, l'ha fatta scappare. Fermate i ragazzi fuori dalle scuole e nominategli i compositori italiani famosi degli ultimi decenni, vorrei vedere quanti ne verrebbero riconosciuti. Si è creduto di popolarizzare la cultura abbassandola al livello più mediocre, ma in questo modo non si è popolarizzata la cultura, la si è spopolata.

Troppo pessimismo? Solo sano realismo, un realismo che è certamente doloroso ma che è l'unica arma che abbiamo per poter ritrovare una strada che ci porti altrove, l'unico modo per poter progettare il nostro ritorno ad Itaca, l'unico modo per poter vedere la luce in fondo al tunnel sperando che - come dice la famosa battuta - non sia un treno che viene incontro a tutta velocità dalla parte opposta.


porfiriAurelio Porfiri 

Honorary Master and Organist for the Church of Santa Maria dell'Orto - Rome, Italy

Honorary Master and Organist Saint Joseph Seminary Chapel - Macau, China