L’identità necessaria – R. Cristin

  • PDF

identita4Nel vocabolario politicamente corretto della nostra epoca, il termine «identità» è uno dei più denigrati, perché testimonia ciò che si è e che molti vorrebbero trasformare radicalmente, piegare o addirittura far scomparire, ma anche perché in esso i sacerdoti di quella pseudo-correttezza scorgono il simbolo di un pericolo, di un pensiero che vedono come una minaccia al loro potere (culturale, mediatico, politico e finanziario). Oggi l’identità, intesa nella sua pregnanza spirituale, è uno spettro che agita e turba la coscienza di coloro che, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, reggono le strutture socio-politiche europee. Dinanzi a questo fantasma, la risposta più diffusa è di rimozione e di condanna: anziché affrontarne il significato, traendo le opportune conseguenze, si preferisce cancellarlo e aggredire chi lo analizza e lo fa rivivere.

Dopo aver lavorato per mezzo secolo e con grande successo allo sgretolamento dell’identità per accreditare in sua vece l’alterità ovvero un’anti-identità, una non-identità, un nulla identitario che corrisponde alla trasformazione dello spazio culturale pubblico europeo in una scatola neutra, pronta per qualsiasi immissione purché sia diversa dall’identità europea tradizionale, i cultori di questa volontà dissipatrice non possono oggi permettere che crescano e si diffondano tendenze di pensiero e di azione che riprendano il vessillo dell’identità valorizzandola e legittimandola. Da qui deriva tutto il fuoco di sbarramento o, con analoga intenzione, la cortina d’ombra che vengono scagliati contro i teorici dell’identità.

L’identità fa dunque paura, perché, se espressa e manifestata nella sua essenza, mostra l’inconsistenza e lo strumentalismo, la malafede e l’ideologismo del politicamente corretto e dei suoi zelanti operatori. E dunque, poiché il tema dell'identità, nelle svariate declinazioni oggettuali che lo riguardano, è il principale snodo di un pensiero in grado di liberarsi da quel deleterio schema, per i sostenitori di quest’ultimo screditarne le espressioni e attaccarne gli autori è un obiettivo primario. Criticare o meglio ancora denunciare qualcuno, intellettuale o esponente politico che sia, come identitario, equivale a lanciare uno stigma analogo a quello di razzista. La cronaca è zeppa di episodi che ricalcano questa procedura, rozza ma efficace: chi viene accusato di identitarismo o direttamente di razzismo, a prescindere da qualsiasi prova, è già infangato, pregiudicato e costretto a difendersi in condizioni di palese inferiorità etica, perché penalizzato da una denuncia infondata ma infamante.

Si rovescia qui il rapporto classico del diritto occidentale, nel quale l’onere della prova spetta all’accusa. Qui l’accusa è sgravata da qualsiasi responsabilità e l’onere della prova ricade tutto sull’accusato. Chi viene definito identitario-razzista è già dalla parte del torto e del male, mentre chi lo diffama sta da quella della ragione e del bene, ed è addirittura un eroe perché contribuisce alla difesa dell’etica politicamente corretta. Quando si arriva a tale tracotanza e tale stravolgimento della logica e della realtà, con tutta evidenza si è mossi da una pulsione ideologica violenta e totalitaria, che nasce anche dalla paura che la sana affermazione filosofica e politica dell’identità incute nei fautori della menzogna sofistica e del terrorismo psico-ideologico.

Per chi voglia impegnarsi nella critica della teoria e della prassi dissolutrici del patrimonio ovvero del retaggio europeo, è su questo punto dunque, come ho avuto modo di approfondire altrove, che bisogna attestarsi e costruire un progetto contro-rivoluzionario e rigeneratore di ciò che appartiene all’essenza europea (con l’espressione «essenza europea» intendo, ovviamente, l’insieme di tutte le peculiarità nazionali e particolari che la compongono). Di fronte alla negazione dell’identità è necessario optare, dialetticamente, per una nuova e stabile (ma non statica) sintesi identitaria, plurale e armonica, che eviti le debolezze del dogmatismo e si appoggi sulla forza della spiritualità europea, della religiosità ebraico-cristiana e del pensiero occidentale tradizionale, critico e dialogico, razionale e passionale, e che riesca a riattivare l’opzione liberalconservatrice in una reazione costruttiva.

Quando a tutti i livelli dell’insegnamento e della formazione viene impartita una sistematica demolizione del concetto di identità (da quella personale a quella culturale: per esempio con l’introduzione di giochi per i bambini in cui i generi di maschio e femmina vengono mescolati aggiungendovi generi neutri, o con l’eliminazione dal panorama scolastico di espressioni caratterizzanti dell’identità collettiva, non solo religiosa, alla scopo di azzerarla e sostituirla con forme irriconoscibili e confuse, fuorvianti e inquietanti), quando vengono emanate leggi che sopprimono elementi essenziali della tradizione nazionale e popolare per rimpiazzarli con enunciati vacui e retorici di stampo genericamente internazionalistico, quando i partiti di sinistra-centro immaginano l’introduzione dello ius soli come leva per svellere l’identità etnico-culturale italiana, allora è giunto il momento di levare la voce in difesa di tutte queste forme di identità (e di molte altre ad esse collegate).

In prima e fondamentale istanza bisognerebbe sottrarre questo concetto alle ingiurie teoriche e pratiche che gli vengono riversate addosso, riabilitandone il valore a tutto campo, con un lavoro di altissimo livello che riesca a penetrare poi nelle pieghe concrete della società, nell’esperienza quotidiana di ciascuno di noi. L’esigenza di indagare, interpretare e valorizzare in un modo non strumentale o superficiale e non asservito alla retorica europeistica attuale (in verità antieuropea) l’identità, quella nazionale e quella europea ad essa contestuale, è infatti un impegno non solo culturale ma anche, in senso nobile, politico che l’epoca presente ci chiede con urgenza e con drammaticità. Perciò parlo di identità necessaria, perché non si tratta di un accessorio culturale, ma della possibilità stessa di esistenza storica dell’Europa e delle sue nazioni, che non sopravvivranno in quanto tali se non vengono ripristinati, prima che la sindrome negazionista li disintegri completamente, il senso dell’identità e il valore delle sue espressioni.

Pertanto, fondare, come ha deciso di fare Giuseppe Valditara insieme a un gruppo di eccellenti e coraggiosi colleghi docenti universitari di vari Paesi europei, una rivista che si concentri su tutti i molteplici aspetti storico-teorici e le svariate implicazioni pragmatiche di questo concetto, approfondendoli e valorizzandoli, e che per di più si intitoli Identità, è una risposta a questa esigenza di fondo e di principio, e significa lanciare una sfida, alta e autorevole, senza supponenza ma pure senza timori reverenziali, all’ideologia anti-identitaria e sostitutivistica veicolata dalla precettistica politicamente corretta.


cristinRenato Cristin

professore di ermeneutica filosofica

Università di Trieste