Quando Cavour immaginava di proiettare l'Italia in Europa e nel mondo, attraverso strade, ferrovie e linee di navigazione - S. Sfrecola

  • PDF

cavour1A Roma la res publica e poi l’impero si sono distinti per la costruzione di importanti infrastrutture viarie, le strade che collegavano l’Urbe alle aree della penisola nelle quali si estendeva via via l’influenza romana, necessarie a fini militari, indispensabili per i commerci. Poi i porti dove attraccavano le possenti “onerarie”, le navi da carico sulle rotte del Mediterraneo verso l’Africa e il Medio Oriente. I moderni hanno aggiunto le ferrovie e gli aerei, per trasportare persone e merci, sempre più rapidamente. Perché il tempo ha un costo e concorre a determinare il prezzo di vendita dei prodotti e le ragioni del successo delle imprese.

La funzione moderna delle ferrovie l’aveva ben compresa Camillo Benso, Conte di Cavour, negli anni ’40 dell’800. Avendo presto cominciato a considerare l’Italia unitariamente dal punto di vista economico e nella prospettiva dell’unificazione politica, scrisse di ferrovie e porti quando ancora il Bel Paese si articolava in sette stati, molto diversi tra loro per ordinamenti e condizioni economiche.

Aveva viaggiato molto e studiato l’ordinamento civile e l’economia di alcuni paesi europei che aveva visitato per curare gli interessi della famiglia, finanziari e commerciali, e per studio. Ginevra, Parigi (dove aveva frequentato la tribuna della Camera dei deputati riservata ai diplomatici), Londra, dove conobbe Nassau William Senior, che aveva tenuto la prima cattedra di economia ad Oxford. Con lui e con Gustave de Beaumont e Alexis de Tocqueville discusse di proprietà terriera. In Inghilterra maturò riflessioni sulla diffusione della cultura e sulle politiche economiche e sociali (nel 1934 aveva fornito al Foreign Office londinese, per conto del padre Michele, Sindaco di Torino, un memorandum in vista della stesura del Poor Law Amendment Act; ne nacque un sistema di workhouses per i poveri). Visitò ogni tipo di fabbrica, in Inghilterra, nel Galles e in Scozia. Fu a Birmingham, Liverpool, Manchester. Viaggiò in ferrovia tra queste due ultime città, cinquanta chilometri percorsi in un’ora e mezza. Con entusiasmo. È qui che nasce il Cavour “ferroviere”, come ha scritto Adriano Viarengo nel suo bel saggio del 2010 sullo statista piemontese. Porterà quelle esperienze in Piemonte da ministro e Presidente del Consiglio attraverso la riforma dell’amministrazione, convinto della necessità che essa debba rendere servizi efficienti ai cittadini ed agli imprenditori volonterosi ed audaci. S’impegnerà nel potenziamento delle infrastrutture del trasporto, compresi i famosi canali che da lui prendono il nome, e delle ferrovie. Queste, si potrebbe così riassumere il pensiero di Cavour, unificheranno l'Italia e la renderanno prospera. Anche perché, disponendo di importanti porti, con una rete ferroviaria completa l’Italia avrebbe goduto di “un considerevole commercio di transito”.

L’Italia, dunque. “Non era allora frequente un discorso unitario italiano neppure a proposito dell’economia della penisola”, scrive Giuseppe Galasso in apertura del volume “Autobiografia, lettere, diari e scritti di Cavour”. Una prefazione che significativamente intitola “Il pensiero italiano di Cavour”, a smentire quanti ritengono che il Conte avesse una visione Piemontecentrica: “L’Italia considerata come un solo paese”, ne scrisse a proposito Dell’influenza che la nuova politica commerciale inglese deve esercitare sul mondo economico e sull’Italia in particolare, nell’“Antologia Italiana” del 31 marzo 1847.

1847, una data, un periodo storico da tenere a mente. Cavour opera in Piemonte ma ha una visione complessiva dell’Italia, della sua storia, delle sue potenzialità. In lui il Risorgimento non sarà solamente la fortunata testata di un giornale che avrà grande influenza in quegli anni nel dibattito sulla libertà politica ed economica. È effettivamente l’idea di una sorta di “nuovo Rinascimento”, nella prospettiva di un recupero del genio e della fantasia degli italiani, che “un tempo erano stati all’avanguardia della civiltà europea”, come Denis Mack Smith sintetizza il pensiero del Conte nella nota biografia che gli ha dedicato, una volta affrancati dal giogo delle potenze straniere che nel corso dei secoli hanno asservito ai loro interessi importanti aree del Paese attraverso dinastie chiuse nel loro particulare, assolutamente prive di una visione unitaria dell’Italia.

1847! Ma già un anno prima, il 1° maggio 1846, sulla parigina Revue Nouvelle Cavour aveva scritto, in francese, un articolo che appare di una straordinaria attualità ad oltre centosettant’anni di distanza e dimostra lo straordinario intuito dell’uomo, la sua capacità di acquisire ed elaborare quanto vedeva realizzato altrove, specialmente per effetto del progresso tecnologico. “Le ferrovie in Italia”, un commento all’opera di Ilarione Petitti di Roreto, pubblicata un anno prima, che Cavour sviluppa sul piano economico e politico-economico nella prospettiva del movimento nazionale italiano. Ed è sintomatico che uno storico come Galasso, napoletano, conoscitore della storia del meridione, introduca la presentazione del pensiero di Cavour, in un volume di oltre 700 pagine ricco di scritti che spaziano dall’economia alla storia alla politica, con un richiamo proprio all’articolo sulle ferrovie e sul loro ruolo nello sviluppo e nell’unificazione, in un’ottica totalizzante nella quale ogni problema affrontato è costantemente aggettivato come “nostro”, cioè italiano.

Cavour aveva 36 anni, essendo nato a Torino il 10 agosto 1810, e da tempo aveva iniziato ad impegnarsi in politica, sia pure, all’epoca, ancora senza incarichi di governo, quelli nei quali emergerà il suo straordinario intuito riformatore delle istituzioni e dell’economia del Piemonte. Un uomo geniale, uno statista europeo, ben presto ammirato anche da chi gli era ostile. Come Clemente Lotario di Metternich, il potentissimo Cancelliere austriaco, che dirà: “In Europa allo stato attuale esiste un solo vero uomo politico, ma disgraziatamente è contro di noi. È il conte di Cavour”.

E nazionale ed europea è la visione che Cavour ha delle ferrovie “destinate a rendere grandi servigi all’Italia. In effetti, se sono vantaggiose per i paesi manifatturieri, non sono meno utili a quelli in cui fiorisce una ricca agricoltura”. E spiega: “le derrate prodotte dall’agricoltura e le materie che impiega per mantenere le sue forze produttive, come i concimi e gli ammendamenti inorganici, sono altrettanto ingombranti che le materie prime e i prodotti dell’industria manifatturiera. Per i trasporti agricoli i canali sarebbero da preferire alle ferrovie; ma laddove non esistono canali, soprattutto nei luoghi in cui la loro realizzazione presenta enormi difficoltà, sia a causa di circostanze naturali, sia ancora perché è conveniente utilizzare l’acqua di cui si può disporre per l’irrigazione delle terre e per la formazione dei canali, si può affermare che le ferrovie daranno all’agricoltura vantaggi di cui è difficile esagerare l’importanza”.

Chiarissima la visione di Cavour anche sotto il profilo dell’assetto idraulico e della sua connessione con l’agricoltura, che oggi purtroppo abbiamo dimenticato. Con gli acquedotti che perdono quasi il 50% della loro portata e con la riduzione degli invasi, che un tempo alimentavano le condotte forzate per le turbine delle aziende di produzione di energia elettrica, un paese ricco di acque come l’Italia, con qualche grado in più di calore d’estate si è trovato a boccheggiare, con perdite notevoli, com’è accaduto questo agosto, proprio nel settore agricolo. Per non dire dell’immagine negativa che si è letta sui giornali di tutto il mondo: “a Roma razionata l’acqua”, con i turisti incerti se visitarla.

L’acqua è bene prezioso, per i romani l’aqua profluens era ricompresa tra le res communes omnium, raccoglierla e distribuirla alle persone e alle imprese è espressione di civiltà. E chi la spreca merita una sanzione. Sempre ovunque durissima. Nel Celeste Impero, la decapitazione!

Ma torniamo alle ferrovie. Che ovviamente giovano moltissimo al sistema industriale che si va sviluppando in quegli anni. Infatti “l’istituzione di un sistema completo di ferrovie, facilitando le comunicazioni, diminuendo i costi di trasporto e soprattutto sollecitando l’attività e l’energia degli animi intraprendenti, di cui il paese abbonda, contribuirà potentemente al rapido sviluppo dell’industria in Italia”.

Ancora fiducia negli italiani, in una visione moderna proiettata al di là dei confini per una Italia che non dovrà mai più essere considerata soltanto un’“espressione geografica”. Ricordiamo, Cavour scrive nel 1846. Ed ecco che le ferrovie “rendendo pronte, economiche e sicure le vie di comunicazione interna, facendo sparire in qualche modo la barriera delle Alpi che la separano dal resto d’Europa e che sono così difficili da valicare per una parte dell’anno, nessun dubbio che l’afflusso di stranieri che vengono ogni anno per visitare l’Italia aumenterà in maniera prodigiosa. Quando il viaggio da Torino, Milano, Firenze, Roma e Napoli richiederà meno tempo e minor fatica di un giro in un lago svizzero, è difficile calcolare il numero di persone che verranno a cercare in queste contrade, piene di attrattive, un’aria più salubre e più pura per la loro salute malferma, ricordi per la loro intelligenza o anche solo semplici distrazioni dalla noia che sviluppano le brume del Nord. I profitti che l’Italia trae dal proprio sole, dal suo cielo privo di nubi, dalle sue ricchezze artistiche, dai ricordi che il passato le ha lasciato, cresceranno certamente in una proporzione considerevole”. È evidente che pensa anche, se non soprattutto, al centro sud.

Studiava, si potrebbe dire, da ministro dell’economia. Ed anche del turismo.

Nella visione di Cavour un’attenzione particolare è riservata ai nostri porti, da Genova a Trieste, da Napoli ad Ancona, collegati da ferrovie che potranno attraversare le Alpi: “i porti italiani saranno in grado di condividere con quelli dell’Oceano e del mare del Nord, l’approvvigionamento dell’Europa centrale in derrate esotiche”.

Cavour guarda anche a sud per cui, “se le linee napoletane si estenderanno sino al fondo del regno, l’Italia sarà chiamata a nuovi alti destini commerciali. La sua posizione al centro del Mediterraneo, o, come un immenso promontorio sembra destinata a collegare l’Europa all’Africa, la trasformerà incontestabilmente, quando il vapore la attraverserà in tutta la sua lunghezza, il cammino più breve e più comodo dall’Oriente all’Occidente”.

Si resta a bocca aperta dinanzi a questa visione moderna e proiettata verso il futuro. Resta solo l’amarezza che oggi in Italia, ad oltre 170 anni, da quella analisi le ferrovie italiane non siano riuscite ancora ad unificare l’Italia, perché l’Alta velocità si ferma poco dopo Napoli, e Matera, Capitale europea della cultura 2019, ha una stazione ferroviaria, costruita da anni, alla quale mancano i binari. Mentre la Sicilia, regione a statuto “più che speciale”, conosce tempi assurdi nei collegamenti da Messina o Catania a Palermo e l’Italia nel Mediterraneo, invece di essere protesa verso il Medio Oriente, è sì la porta meridionale dell’Europa, ma solamente una porta d’ingresso di immigranti che non possiamo accogliere, mentre Cavour intravedeva un ruolo attivo verso l’India e la Cina, “ancora una fonte abbondante di nuovi profitti”.

Lo dicesse oggi uno dei nostri governanti diremmo tutti “che persona intelligente!”, attribuendogli straordinarie capacità di individuare le linee di uno sviluppo equilibrato nel quale agricoltura, manifattura, industria e turismo potrebbero assicurare in ogni area dello Stivale ricchezza e lavoro. E può darsi che la marmelade, la confettura di arance che noi compriamo con la scritta inglese e l’aggiunta di liquorose essenze la potremmo esportare noi che di arance ne abbiamo tante, da essere costretti lasciarle sui rami mentre potrebbero, con una efficace organizzazione del lavoro, costituire un prodotto capace di battere i mercati.

In sostanza, a rileggere queste parole del primo e certo il più grande dei nostri governanti, viene un po’ di melanconia pensando al passato, anche remoto, come quando sentiamo di Roma, repubblicana e imperiale, capace di assicurare al mondo intero le condizioni della civiltà, le strade, gli acquedotti, le fognature e leggi di una chiarezza che abbiamo perduto, sostituite da un’abbondanza di norme spesso incomprensibili e inapplicabili, un fardello inaccettabile in un Paese civile per cittadini e imprese.


sfrecolaSalvatore Sfrecola

avvocato patrocinante in Cassazione

già presidente di Sezione della Corte dei Conti

presidente dell’Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione