Il referendum per l'autonomia del 22 ottobre - P. Foroni

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referendumautonomia2Il 22 ottobre i cittadini italiani residenti in Lombardia saranno chiamati a pronunciarsi sul referendum voluto da Regione Lombardia e con il quale si chiede ai lombardi se vogliano che la propria regione intraprenda una trattativa con lo stato centrale per l’attuazione del titolo V della Costituzione al fine di avere molte più competenze e più risorse rispetto a quelle attuali.

Per la prima volta Regione Lombardia, chiamerà, quindi, i propri cittadini per esprimersi su un tema nevralgico per la nostra terra, la nostra generazione e le generazioni future. Tanto per intenderci subito, ricordiamo che ogni anno la Lombardia versa allo stato centrale circa 112 miliardi di euro (12.000 euro di tasse ogni anno a testa per ciascun lombardo, neonati e senza lavoro compresi) e di questi ben 56 miliardi non tornano più in Lombardia, il cosiddetto residuo fiscale. Un autentico record mondiale. Non vi è regione al mondo con un tale residuo fiscale. Per fare un esempio: la Catalogna ha un residuo di 16 miliardi, la Baviera circa di 3 miliardi, il Veneto di 20 miliardi, l’Emilia di 16, il Piemonte e la Toscana di 8. Se questa situazione anni fa poteva essere “sopportata” per le diverse dinamiche del mercato (non vi era la crisi economica, non vi era globalizzazione, non c’era la moneta unica), oggi questa situazione è insostenibile e le relative conseguenze ricadono non solo sulla Lombardia ma sull’Italia intera.

 Per capire meglio questo fondamentale appuntamento vediamo di rispondere ad alcune importanti domande.

1. Cosa significa attuazione del Titolo V della Costituzione e come diventerebbe la Regione Lombardia?

Con la riforma costituzionale del 2001, nella Costituzione italiana è stato modificato il Titolo V della Costituzione (introduzione del cosiddetto federalismo differenziato) prevedendosi che con legge votata a maggioranza assoluta da parte delle due Camere del Parlamento, una regione a statuto ordinario possa avere competenze e risorse aggiuntive rispetto alle altre. Gli artt. 116 e 117 indicano quali competenze. Si tratta di numerose materie, molto importanti e fondamentali, dall’energia, all’economia, al patrimonio artistico, alle casse rurali, alla giustizia di pace, all’ambiente ecc. Riassumendo, se attuato, Regione Lombardia diverrebbe all’incirca come il Friuli Venezia Giulia, regione a statuto speciale, assunta come riferimento nel 2001 relativamente alle competenze che possono essere attribuite (unica differenza la potestà di organizzare gli enti locali). Il Friuli Venezia Giulia trattiene il 75% delle proprie tasse, che per la Lombardia significherebbero circa 25 miliardi in più ogni anno. Ripeto, 25 miliardi in più, ogni anno. Il modello costituzionale del federalismo o regionalismo differenziato, non è nuovo in Europa ma si ispira al cosiddetto “feder-regionalismo spagnolo”, poiché questo meccanismo venne per la prima volta introdotto nella Costituzione spagnola del 1978. Con la differenza che la Spagna a partire dalla fine degli anni ’80 ha applicato pressoché ovunque tale meccanismo ottenendo risultati ottimali. Ad esempio, la Spagna oggi cresce 3 volte più dell’Italia; una regione come l’Andalusia, fino a pochi anni fa più arretrata di alcune nostre regioni meridionali, ha avuto grazie a questa forma di autonomia, una crescita importante. In Italia, per contro, dopo 16 anni, lo stato centrale non ha mai ritenuto di attuare il Titolo V.

2. Perché il referendum

Proprio per questa ultima ragione abbiamo deciso come Regione di procedere al referendum, perché a Roma non hanno proprio la minima intenzione di attuare questa parte della Costituzione. Ci ha tentato per la prima volta la Toscana nel 2004, poi il Piemonte, poi la Lombardia e il Veneto nel 2007. Ma tutto impatta, senza la necessaria spinta popolare, contro la burocrazia centralista ministeriale gelosa delle proprie prerogative, dei propri privilegi che perderebbe in caso di maggiori autonomie delle regioni. Infatti il punto debole risiede nel fatto che in Costituzione non è previsto un meccanismo automatico per applicare il regionalismo differenziato (al rispetto, ad esempio, di certi parametri, tutti già rispettatati dalla virtuosità di Regione Lombardia). Per questo è necessario il referendum, affinché chi dovrà trattare (il Presidente e l’Amministrazione regionale) abbia alle proprie spalle una chiara legittimazione popolare, trasversale. Di fronte ad una marea di milioni di “SI” dei cittadini lombardi, nessun governo centrale oserebbe respingere una tale richiesta, come per contro avvenuto in passato.

3. La Lombardia è già una regione “speciale”

Regione Lombardia è la regione, piaccia o meno, più virtuosa in Italia. Che non significa che sia perfetta. Ma che è meglio di tutte le altre. Costa solo 2 euro all’anno per cittadino lombardo, ha il minor numero di dipendenti pubblici regionali (circa 3.000, la Sicilia 18.000), ha una sanità virtuosa che non fa perdite, ha un debito di soli 1,5 miliardi su un bilancio di 23 miliardi (la sola città di Roma ha un debito di 8 miliardi). Ha, secondo l’agenzia “Standard and Poor’s” un rating superiore all’intero stato italiano. Una recente statistica di Confcommercio ha statuito che se tutto lo stato spendesse secondo i criteri di Regione Lombardia, il risparmio annuo per le casse statali sarebbe di 73 miliardi. A fronte di tutto questo, il Governo dal 2013 ad oggi ha autenticamente massacrato la nostra regione tagliandole ben 2,4 miliardi di euro. Altre tasse dei lombardi che non tornano più dove sono state prodotte e pagate ma vanno ad alimentare una situazione molto spesso assistenziale che non crea sviluppo ma tappa buchi e inefficienze senza eliminarle. La situazione non è più sostenibile.

4. E’ il referendum di Maroni o della Lega?

No. Assolutamente. Questo è il referendum di tutti i lombardi. Cioè, questo è il referendum non solo di quei cittadini che sono lombardi da generazioni, ma, soprattutto, questo è il referendum di tutte quelle persone che vivono e lavorano onestamente in Lombardia a prescindere che siano nate in Lombardia o abbiano il papà, la mamma o i nonni lombardi. È un referendum per dire basta a questo sistema fiscale, burocratico che opprime il nostro lavoro e impedisce le adeguate forme di sviluppo. È il referendum dell’economia, dell’impresa, del lavoro della Lombardia.

5. Ma è un referendum nell’interesse solo della Lombardia?

Paradossalmente questo non è un referendum nell’interesse esclusivo della Lombardia ma addirittura di tutta l’Italia. Perché? Perché l’economia italiana è sempre stata trainata dalla Lombardia, dal Veneto ed il treno Italia è fermo se non riparte la locomotiva lombarda. Far ripartire la nostra economia lombarda significa trainare e far ripartire anche tutte le altre carrozze.

6. È un referendum storico

Vero. Ma non solo perché è un appuntamento storico per la Lombardia, ma perché la Storia, quella con la S maiuscola, a seguito della crisi economica e delle problematiche della globalizzazione, sta andando nella direzione delle autonomie locali che meglio sanno affrontare un’economia globale che invece soffoca e prevale sugli stati nazione che non sono stati in grado di gestirla. Tanto per intenderci, di fronte alla crisi del “global” la risposta della storia è il “glocal”, cioè le autonomie locali partendo dalla propria cultura, storia, tradizione affrontano e disciplinano l’economia globale non in un’ottica di cancellazione ed omologazione delle differenze ma di valorizzazione delle stesse. Da questo punto di vista, federalismo e sovranismo sono due facce della medesima medaglia, risposta storica alla crisi di una globalizzazione governata dalla grande finanza.

7. Ma il referendum costa

Vero, il referendum ha dei costi. Circa 30 milioni di euro. Ma la democrazia ha un costo. La partecipazione popolare, le elezioni hanno un costo. Nelle dittature questi costi non ci sono, non si vota. Qualcuno vorrebbe vivere in tali regimi? Tutte le scelte storiche hanno avuto un costo. E cosa sono 30 milioni una tantum davanti alla prospettiva di 25 miliardi in più all’anno per la Lombardia? Cosa sono 30 milioni davanti a tagli di trasferimenti negli ultimi anni di 2,4 miliardi da parte dei Governi centrali? Cosa sono 30 milioni, senza che si prevedano aumenti di tasse o tributi specifici, se questo significa avere effettive possibilità di sviluppo e progresso per la nostra regione e che genereranno nuova ricchezza?

Davanti a questo referendum non c’è Lega Nord, non c’è centro destra, PD o centro sinistra. C’è solo il futuro della Lombardia e dell’Italia. Un “SI” che deve essere una scelta di testa, di razionalità ma anche di cuore e di passione. È in gioco il futuro nostro e delle nostre generazioni. Abbiamo un’occasione storica. Non possiamo sbagliare.  

 

foroniPietro Foroni

avvocato

Consigliere Regionale della Lombardia

presidente Commissione Attività Produttive