La questione catalana: un’altra idea di Europa – P. Becchi

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catalognabandieraTramonto o rinascita della nazione?

Davvero le recenti vicende della Catalogna, ma anche i referendum imminenti  che ci attendono in Lombardia e in Veneto, non dimostrerebbero altro che la volontà di disgregazione dei vecchi Stati nazionali, il loro fallimento, e al contempo la vittoria del modello di “integrazione” europeo? Davvero, come si sente ripetere in questi giorni, questi fenomeni indicano che siamo giunti al superamento della logica (politica) dello Stato-Nazione?

E che dire, allora, delle contraddizioni in cui si verrebbe oggi in Italia a trovare la Lega ancora “nordista”? Mentre da una parte essa tenta di farsi sempre più “nazionale” e unitaria; dall’altra, soffiando sul fuoco delle “autonomie”, sta difendendo i nuovi processi di costruzione dell’Unione europea, contro gli Stati nazionali? Personalmente, credo che queste analisi, che circolano in rete, ma non solo, anche se a prima vista possano sembrare dotate di un qualche fondamento, siano errate. Le spinte secessionistiche, o nel caso italiano ora autonomistiche, non sono necessariamente in contrasto con la logica dello Stato nazionale; al contrario, ne costituiscono l’autentica e originaria espressione: il momento in cui il popolo si fa Stato, si autodetermina come nazione. I catalani vogliono il loro Stato nazionale, e non certo un divorzio politico che li porti soltanto ad «integrarsi» meglio all’interno delle logiche europee, perdendo di nuovo la loro identità nazionale.

Si guarda a Stati che si disgregano, e non si vede che in realtà dalla scomposizione nascono nuovi Stati. Da uno, ne avremo due, o forse anche di più. È evidente che vi sia un tentativo, da parte dell’UE e della grande finanza speculativa di servirsi di queste spinte autonomistiche e secessionistiche in funzione anti-nazionale e anti-statale. Ma è altrettanto evidente che ciò avviene proprio perché si è perfettamente consapevoli del fatto che tali spinte rappresentano obiettivamente momenti di risveglio identitario contro la globalizzazione omogeneizzante, di rivendicazione di un’identità culturale propria, insomma di voglia di identificarsi in “piccole patrie.

È tutto il contrario di quel che si dice: qui si tratta non di Stati che si disgregano, ma di nuovi Stati che nascono. È evidente che vi sia un tentativo, da parte dell’Ue, di servirsi di queste spinte secessionistiche in funzione anti-nazionale. Ma è altrettanto chiaro che ciò avviene proprio perché si è consapevoli del fatto che tali spinte rappresentano obiettivamente momenti di risveglio nazionale, di rivendicazione di un’identità culturale propria, di voglia di nazione. È la voglia di «piccole patrie» che riesplode nell’epoca di una globalizzazione asfissiante.

Anche in Italia, la situazione è analoga, e non c’è alcuna necessaria contraddizione nell’attuale posizione della Lega e nella sua difesa al Nord del referendum consultivo per l’autonomia regionale di Lombardia e Veneto. Il suo “sovranismo”, il recupero di un’idea di nazione, sempre che alla fine trovi anche effettiva e concreta espressione nella trasformazione dei simboli del partito, non è in contrasto con l’appoggio alle richieste di autonomia da parte di alcune Regioni del Nord. E ciò perché quel modello di sovranità “debole”, non leviatanica, che ho cercato di sostenere nei miei ultimi scritti, è differente dalla logica dello Stato-accentratore e centralista. Il sovranismo “debole” si basa su principio di “migliana” memoria: «Stare con chi si vuole, stare con chi ci vuole» e lo adatta al nostro tempo. Un nuovo diritto internazionale dovrebbe proprio fondarsi su questo principio di “diritto naturale”, il quale del resto altro non esprime che il diritto alla autodeterminazione dei popoli. Ma il sovranismo “debole” va oltre, implica la teoria del divorzio politico, la possibilità, meglio il diritto per un popolo di separarsi da un altro popolo per dar vita ad un nuovo Stato sovrano.

Il divorzio, come tra le persone, può anche valere tra gli Stati: lo aveva già scritto Allen Buchanan in un libro chiave sul diritto alla secessione, intitolato appunto Secession e pure tradotto in italiano. Non dobbiamo pensare più all’unità nazionale come ad un vincolo indissolubile, come appunto ad un matrimonio indissolubile, che va mantenuto anche quando non esiste più accordo e armonia tra le diverse comunità ed istanze di cui lo Stato unitario è espressione. Le nazioni, oggi, devono costituirsi realmente sul libero consenso dei popoli: e se due comunità intendono separarsi, che si separino pure. Non sarà un dramma, anzi potrebbe essere una liberazione.

Ma ciò non cancellerà il fenomeno dello Stato-nazione: al contrario, lo porterà al suo ulteriore dispiegamento. Comunque sia, con riferimento al caso italiano, voglia di nazione e richieste di autonomia possono convivere. Le spinte autonomiste oggi non si presentato sotto forma di richiesta di secessione, e potrebbero anzi rilanciare contro il centralismo leviatanico il grande tema del federalismo. Questa sarebbe la vera riforma costituzionale di cui ha bisogno il nostro Paese: la costruzione di uno Stato federale fondato sulle autonomie. Dopo il fallimento di Renzi, con il suo tentativo di una revisione in senso “autoritario” dell’organizzazione dello Stato, ciò di cui abbiamo bisogno è una riforma in senso “libertario” dello Stato. I fallimenti del passato non devono essere considerati un ostacolo per il futuro. Un nuovo governo che ponga al centro la questione del recupero della sovranità dello Stato dovrà porre al centro la questione della sua riforma in senso federale.

 

Legalità e legittimità dei referendum

In Spagna, lo scontro è cominciato, sul piano istituzionale, con la questione del referendum voluto dalla Catalogna, con l’opposizione di Madrid e della Corte Costituzionale spagnola. Ed eccoli alla carica, sui giornaloni della nostra “Italietta”, gli esperti del diritto, e più sono esperti e più sono dei pirla. Fantozzi docet. Il referendum per l’indipendenza della Catalogna è «illegale». Sì, lo è: è contro la Costituzione spagnola, contro l’«unità indissolubile» dello Stato, come ha di recente ribadito la Corte costituzionale spagnola. Ebbè, non potrebbe essere altrimenti: il potere costituito non può che porre come illegale ogni tentativo, da parte del popolo, di tornare ad esercitare il suo potere costituente, che è sempre un potere «extra ordinem».

Il referendum deve farsi, perché è giusto e legittimo, anche se è illegale anzi proprio in quanto «illegale», proprio in quanto segna, oggi, un grande momento costituente e di autodeterminazione da parte del popolo catalano. Il popolo vuole decidere, oggi: e questa decisione, questa pura Ent-scheidung, questa volontà politica, supera i limiti legali, si rivolge contro di essi in nome di una legittimità, di un diritto naturale, superiore a qualsiasi diritto positivo, e inalienabile – quello dell’autodeterminazione.

La «legalità» dei politici di Madrid conta poco. E con la violenza contro chi intende votare si otterrà ancora meno. Ciò che conta è la legittima rivendicazione di indipendenza del popolo catalano. Non sappiamo come finirà quello che è cominciato in Spagna, dopo il referendum per l’indipendenza della Catalogna. Referendum illegale, non conforme alla Costituzione, e l’art. 155 della Costituzione danno ragione (la ragion di Stato) al potere centrale e ampi poteri al governo di Madrid, che prevedono persino la sostituzione del presidente e dei ministri del governo catalano. Basta riportare questi dati per aver risolto il problema? Insomma, la legge è chiara e lo Stato e autorizzato a farla rispettare anche con l’uso della forza contro chi sta comportandosi in modo illegale, perché per così dire il diritto di divorziare non è un diritto politico? Solo un giuspositivista del secolo scorso può giungere a questa conclusione. Il dramma è che ancora oggi in Italia questa è la vulgata a dominare.

Ci sono due diritti fondamentali, addirittura prepolitici, un tempo si sarebbe detto “naturali”, che spettano a ciascun popolo, anche se non sono scritti nella sua Costituzione. Il diritto di “resistere” e il diritto di “secedere”. Mentre sul primo diritto la letteratura abbonda sul secondo è scarna, eppure se si ha il diritto di insorgere contro un ordinamento tirannico, perché non si dovrebbe avere anche il diritto di separarsi da una comunità politica di cui non si intende più fare parte?

Ma cosa spinge a questa scelta estrema? Diverse cose. Eccone alcune. Il fatto di non identificarsi più in quella “omogeneizzazione” che sta alla base dello Stato di cui si è parte. Ci si sente diversi e si vuol rivendicare la propria diversità. Dopo averle provate tutte, e non si può negare che i catalani prima di giungere a questa rivendicazione estrema non ci abbiano provato, i catalani hanno scelto l’indipendenza perché è stata loro negata più autonomia. Anzi le cose col tempo sono peggiorate e i catalani devono oggi sopportare un carico contributivo eccessivo verso lo Stato centrale. Da qui la decisione estrema della secessione.

Essa dovrebbe insegnarci qualcosa con riferimento ai prossimi referendum “autonomistici” in Lombardia e in Veneto. Bisogna stare attenti e non snobbare questi referendum, con l’argomentazione che tanto sono referendum solo consultivi e che quindi non serviranno ad una beata mazza. Un più ampio margine di autonomia concesso è l’unico modo per indebolire istanze latenti secessioniste ancora presenti anche nel nostro paese. La Catalogna ci insegna a prendere sul serio le istanze autonomistiche. A tutta l’Europa poi insegna che c’è bisogno di un nuovo “federalismo”, non per raggiungere l’unità, ma di un federalismo che sia in grado di riconoscere e tutelare le diversità.

 

Il “sovranismo” nostrano

L’attuale discussione intorno alla richiesta di indipendenza del popolo catalano ha fatto emergere una contraddizione, o forse un paradosso,  all’interno di coloro che oggi in Italia sostengono la necessità in prospettiva di uscire dall’Unione Europea o quantomeno dalla moneta unica, l’euro, recuperando nel primo caso integralmente, nel secondo solo  parzialmente, la propria sovranità. Cercherò di spiegare  perché.

I “sovranisti”, o perlomeno una parte di coloro che si ritengono tali,  sostengono oggi  a spada tratta la sovranità statale spagnola contro la richiesta d’indipendenza del popolo catalano, perché vedono in questa richiesta  un esempio di quella erosione  degli Stati nazionali,  del tutto in linea con la politica della Unione Europea. Per questo tutte le accuse più incredibili sono state mosse contro catalani.  Soros,  che ormai è dappertutto come il prezzemolo, i banchieri locali,  la finanza globale, la UE, insomma  tutti i cosiddetti  “poteri forti” tiferebbero  per l’indipendenza della Catalogna, e  quindi deve trattarsi per forza di qualcosa a cui opporsi. Occorre  difendere l’unità dello Stato nazionale, l’ultimo baluardo contro il capitalismo finanziario  e la globalizzazione  trionfante. Questa la narrazione.   

Per la verità non si vede tutto questo tifo in giro per i catalani.  Né da  parte delle banche che, come alcune grandi aziende, hanno anzi  annunciato  di andarsene, nel caso si arrivasse al divorzio, né da parte della UE, che conformemente ai suoi Trattati,  ha optato per la soluzione pilatesca,  dichiarando  peraltro che una volta indipendente la Catalogna sarebbe  comunque  fuori dalla UE e dall’ euro.  Persino papa Francesco si è schierato contro l’indipendenza della Catalogna. Facendo un grosso errore, perché in un paese  come la Spagna proprio la mediazione della Santa Sede avrebbe potuto avere un ruolo importante per evitare una possibile guerra civile. Ma la diplomazia  vaticana ormai è quella che è, certo non più quella del cardinale Casaroli.

Non è però  su tutto questo che ora  voglio insistere.  Il problema su cui voglio richiamare l’attenzione  è un altro. In  nome della sovranità nazionale alcuni  “sovranisti”  rigettano il potere di Bruxelles, condannano  la dittatura europea, e quella dell’euro in particolare,  ma ritengono  al contempo che sia del tutto normale e giusto  che Madrid si comporti nei confronti di Barcellona esattamente allo stesso modo in cui la UE si  si comporta, ad esempio, con l’Italia. Per questi “sovranisti” (ripeto solo per alcuni, che sarebbe meglio chiamare “nazionalisti” vecchio stampo) è giusto accusare la UE per averci tolto le nostre specificità, particolarità e diversità, la nostra autonomia, ma  lo Stato nazionale può  togliere esattamente  le stesse cose al suo interno ed  anzi,  come nel caso della Catalogna,  deve farlo. Insomma,  tutto ciò che  serve -  giustamente -  a criticare  la UE,  viene invece  accettato e difeso  quando si tratta dello Stato nazionale.  

La rivendicazione della propria identità vale contro l’Europa,  ma non all’interno del  singolo Stato. Esiste un popolo spagnolo, non un popolo anche catalano, basco, ecc., esiste un popolo francese,  non esistono  corsi,  alsaziani,  bretoni.  L’”omogeneizzazione” tanto attaccata nei confronti  del  potere della UE diventa valore sacro, inviolabile, non negoziabile,  quando si tratta dello Stato nazionale. La difesa della sovranità nazionale sta, insomma, al di sopra di qualsiasi cosa,  dimenticando che in realtà al di sopra di quella sovranità ci sta pur  sempre quella popolare. Ed un popolo può sempre decidere di stare (non stare) con chi vuole.

 

Un’altra Europa

Noi ormai in Italia viviamo da tempo in uno stato di “democrazia sospesa”, dopo il 10 ottobre in Catalogna  si vive  nello stato di “indipendenza sospesa”. Puigdemont non ha ancora  perso completamente la faccia, ma quello che è accaduto dimostra una cosa: decisioni importanti vanno prese avendo un piano preciso, altrimenti si rischia di rimanere scottati. Oggi vale per l’uscita dalla Spagna  della Catalogna domani per l’uscita dall’euro.

Sarebbe tuttavia errato giudicare la vicenda catalana astraendo dal profondo cambiamento che, negli ultimi anni, sta avvenendo nel contesto europeo, senza quasi che ce ne accorgiamo. Spinte eterogenee hanno ormai ridisegnato la realtà della politica europea. Da una parte, negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo, ma sempre più deciso, intensificarsi delle rivendicazioni di sovranità da parte degli Stati nazionali, contro le logiche di Bruxelles. Le prossime elezioni austriache, in cui la vittoria delle forze “euroscettiche” era annunciata da tempo, lo dimostrano. Così come lo hanno dimostrato le recenti elezioni tedesche, dove, nel cuore della nazione che più ha saputo trarre profitto dall’unificazione europea, la destra nazionalista dell’AfD si è affermata come terzo partito, portando cento deputati in parlamento. Se risaliamo di qualche mese ancora indietro, forse è alla Brexit che dobbiamo attribuire la prima spinta davvero radicale verso un recupero dell’idea di sovranità nazionale.

Dall’altra parte, è avvenuto un processo apparentemente inverso. Contro la sovranità degli Stati-nazione, infatti, si sono moltiplicate le rivendicazioni di autonomia da parte delle comunità regionali e territoriali, di cui il caso catalano è solo l’ultima, per quanto più chiara, espressione. E dopo la Catalogna, potrebbero esserci i baschi, la Scozia, e da  noi il Veneto (nel caso in cui non si prendesse sul serio l’esito del referendum per l’autonomia) e così via. Ma, come ho cercato di spiegare in queste pagine, non si tratta di spinte “europeiste”: al contrario, si tratta di rivendicazioni anch’esse ispirate dal principio della “nazione”, dall’idea che il modello di sovranità statuale, per come lo abbiamo conosciuto con la formazione dei grandi stati sovrani, non sia più in grado di identificarsi con l’idea di nazione, vale a dire con le spinte identitarie dei popoli.

La discussione, che va avanti da anni, sul nostro bisogno di “più” o di “meno” Europa, dimostra solo di non aver compreso quanto sta realmente avvenendo. Oggi non abbiamo certo bisogno di più Europa: assistiamo, al contrario, a continue rivendicazioni di sovranità da parte degli Stati, che dimostrano il fallimento della politica e dell’economia di Bruxelles. Ma non abbiamo neppure bisogno di meno Europa.  Proteste come quella catalana, infatti, ci devono convincere che non sarà con un semplice “ritorno” allo Stato-nazione moderno che risolveremo la voglia di nazione dei popoli europei. Abbiamo bisogno insomma di un’altra Europa, ed è questo che sta già accadendo sotto i nostri occhi, in un processo il cui svolgimento ci rimane per certi versi ancora  oscuro. Dobbiamo parlare di un’altra Europa proprio perché essa non è definibile nei termini di un “più” o di un “meno” Europa.

Ciò che sta nascendo è uno spazio europeo nel quale una nuova affermazione del principio dell’identità nazionale ridefinirà sia i rapporti tra gli Stati tra loro, sia  i rapporti  all’interno dei singoli Stati. Il fallimento delle istituzioni comunitarie, da questo punto di vista, è anche il fallimento degli Stati che le hanno volute, promosse e fatte funzionare. E’ il fallimento, o forse  meglio il superamento  di una concezione “classica” di sovranità – “piena”, assoluta, e come tale trasferibile, dagli Stati all’Unione – che gli Stati e le istituzioni europee hanno dopo Maastricht condiviso.

Oggi si va verso un’altra Europa, un’Europa a “sovranità deboli”, in cui la restituzione ai vecchi Stati nazionali della loro sovranità va di pari passo con l’apertura alle rivendicazioni nazionali e identitarie dei popoli. La sfida del prossimo futuro è questa: riuscire a conciliare questi due processi, che solo apparentemente sono in contraddizione tra loro. L’Europa delle piccole  patrie non è incompatibile  con l’Europa  delle patrie.   

 

becchiPaolo Becchi

professore ordinario di filosofia del diritto

Facoltà di Giurisprudenza

Università di Genova