A proposito della concezione romana dell’integrazione e di Mary Beard – G. Valditara

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legionariromaniNei mesi scorsi ha fatto molto discutere sui media di mezzo mondo un cartoon britannico di contenuto storico che ha raffigurato un centurione romano, nero di pelle. Le polemiche hanno coinvolto anche una nota storica, Mary Beard, che ha dato la sua benedizione all'operazione culturale della BBC ritenendo plausibile la presenza di Romani dalla pelle scura in Gran Bretagna. A ispirare il cartoon e il commento della Beard sarebbe stata in particolare la figura di Quinto Lollio Urbico che fu effettivamente governatore della Britannia tra il 139 e il 142 d.C. 

Se l'iniziativa della BBC ha la meritevole finalità di favorire l'accettazione della diversità etnica da parte dei giovani britannici fin dalla più tenera età, qualche perplessità sollevano le entusiastiche e acritiche dichiarazioni di Mary Beard. È indubbiamente vero che i Romani non diedero mai importanza al colore della pelle e che Roma si fondò, fin dalle origini, sull'incontro e sulla fusione fra popoli diversi. A differenza di altri popoli antichi i Romani non furono mai razzisti.

Sempre a onor del vero va detto però che nessun territorio romano era abitato da popolazioni di colore. Quinto Lollio era mauro, e dunque berbero, come Terenzio o sant'Agostino. Per avere un paragone con l'oggi si pensi a Zinedine Zidane, il celebre ex calciatore, oggi altrettanto celebre allenatore. È indubbiamente possibile che qualche soldato mercenario sia arrivato dall'Etiopia o dall'Africa subsahariana, ma di certo fu una eccezione. Naturalmente ciò non avrebbe rappresentato per i Romani un ostacolo alla sua integrazione, ma a certe condizioni.

E qui veniamo al punto su cui la Beard sorvola. I Romani, come del resto gli Inglesi erano di sangue misto, ma avevano dato vita ad una civiltà con una forte identità e una forte consapevolezza dei suoi valori di riferimento tanto da rigettare, se non come eccezione per casi particolarmente meritevoli, il principio della doppia cittadinanza. Inoltre il presupposto della integrazione passava a Roma per la assimilazione dello straniero, non per la subordinazione dei valori civici a quelli altrui, come sempre più spesso accade nella odierna Europa. E infine non tutti gli stranieri venivano accolti: chi non era meritevole non veniva accettato. Persino Caracalla, che la Beard cita come esempio di una politica di integrazione, nel suo editto di concessione della cittadinanza a tutti gli abitanti dell'impero tenne fuori gli stranieri che avessero tenuto un comportamento turpe così come escluse gli abitanti della campagna egiziana, verosimilmente perché non sufficientemente acculturati per potersi integrare.

Curiosamente la Beard, dimenticandosi le tradizionali battaglie di matrice progressista, sembra sposare l'imperialismo romano. Non pare tuttavia essersi posta una domanda fondamentale per una studiosa "democratica" che abbia a cuore la libertà dei popoli: quali furono i sentimenti degli abitanti originari della Britannia di fronte all'arrivo dei Romani? A sentire Tacito e Cassio Dione, che ci narrano della grande rivolta capeggiata dalla celebre eroina celtica Boudicca, non sembra fossero molto favorevoli ai nuovi venuti. Eppure i Romani esprimevano una civiltà superiore rispetto a quella degli indigeni. Portavano acquedotti, teatri, terme, raffinate tecniche edilizie e di coltivazione dei campi che avrebbero dunque garantito ai barbari autoctoni una più elevata qualità della vita. La Beard non si è nemmeno chiesta quale fosse lo stato d'animo di Ambrosio Aureliano che, 400 anni dopo Boudicca, in una Britannia ormai romanizzata, capeggiò l'ultima, strenua difesa dei Romano-Britanni contro gli invasori Sassoni. E questa volta si trattò di una invasione che spazzò via secoli di civiltà e gettò l'isola in un lungo periodo di decadenza e di miseria.


valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma