Una riflessione sui referendum di Lombardia e Veneto - L. Antonini

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referendumlombardiavenetoRispetto ai due referendum sulla maggiore autonomia regionale che si sono celebrati il 22 ottobre si possono fare due considerazioni: una relativa all’effetto nell’immediato e una relativa all’effetto nel lungo periodo. Quanto alla prima, nell’immediato i referendum hanno già sortito un effetto importante: quello di avere riaperto con serietà un dibattito che in Italia è stato solo sciatto e massimalista, al punto da portare a catalogare indistintamente tutte le Regioni, per usare l’espressione di Luigi Sturzo, come “invalidi di diritto pubblico” di cui auspicare, in fondo, l’estinzione. A causa degli scandali di alcuni, si era fatta di tutta un’erba un fascio e a prescindere da come fosse stata in concreto esercitata l’autonomia si era buttato il bambino con l’acqua sporca.

Il culmine di questa semplificazione aveva avuto l’epilogo nella legge costituzionale poi bocciata dal referendum dello scorso dicembre, che proponeva una fortissima e generalizzata centralizzazione delle competenze regionali, individuandola come il rimedio ai guasti della riforma costituzionale del 2001. In realtà Sturzo usava quella espressione in termini opposti: sosteneva, infatti, che se l’autonomia non fosse stata considerata sulla base dei principi di sussidiarietà e responsabilità, questo avrebbe condotto la Regione a essere “catalogata tra gli invalidi di diritto pubblico, parassita dello stato, come tutti gli enti autonomi, autarchici, statali, parastatali, commissariali che han pullulato e pullulano ancora sul bel suolo d’Italia”. Lo diceva nel 1949 e la profezia ha rischiato di avversi. Da questo punto di vista i referendum rimettono in qualche modo al centro la preoccupazione di Sturzo e hanno da subito riaperto il dibattito.

E’ impressionante considerare come la stampa estera abbia considerato con favore questi referendum, avendo la capacità di distinguerli da quello della Catalogna. Gli osservatori internazionali hanno infatti capito che non è in gioco la battaglia di retroguardia delle “piccole patrie”, ma quella della modernizzazione dell’obsoleto assetto istituzionale italiano: cosa che anche l’Europa non può che guardare con favore. Questi referendum, infatti, sostenendo l’applicazione dell’art.116, III comma, della Costituzione (la disposizione più intelligente dell’intera riforma del titolo V del 2001, ma che è rimasta inattuata sino ad oggi, nonostante le richieste di diverse regioni) hanno rimesso al centro, la questione, che più di qualcuno ha evidenziato, del paradosso italiano uno Stato centrale indebitamente invasivo al Nord e drammaticamente assente al Sud.

Se nell’immediato hanno ottenuto di aver riaperto il dibattito, i due referendum, in prospettiva (ed è la seconda considerazione), potranno aver la forza di generare una convergenza politica bipartisan in grado di rovesciare quel paradosso, determinando l’approdo verso un nuovo assetto istituzionale a beneficio di tutta l’Italia. Trattare in modo rigorosamente omogeneo realtà regionali profondamente diverse quanto a consolidata capacità di attuare i valori costituzionali sul proprio territorio (basti pensare ai diritti sociali attinenti alla sanità: quella di Veneto e Lombardia è una eccellenza che non si registra nemmeno in Germania o in Francia) costruisce un assurdo istituzionale e genera una gigantesca dissipazione di risorse. In questi termini, in prospettiva, i due referendum possono determinare non solo una mobilitazione di Governo e Parlamento per dare attuazione all’art. 116, III comma, Cost., e garantire una autonomia meritocratica, che premia le regione virtuose, ma un più ampio movimento legislativo diretto anche a recuperare, attraverso la previsione di un massiccio intervento statale, il declino di quelle inefficienti. In questo modo si potrebbe rispondere, assieme, sia alla questione settentrionale che a quella meridionale, a beneficio di tutto il Paese. Il problema delle realtà efficienti, infatti, è oggi quello di un pervasivo centralismo che ne blocca le potenzialità di sviluppo.

Quello delle realtà inefficienti, invece, non è tanto quello derivante dal progressivo disimpegno nella assegnazione di risorse, quanto piuttosto quello determinato da un metodo fallimentare nelle modalità di erogazione delle stesse, spesso finite solo ad alimentare rendite locali parassitarie e improduttive o addirittura i circuiti della illegalità. Per queste realtà regionali è necessario, data la situazione in cui versano, un potente e serio rafforzamento della presenza statale, magari attraverso agenzie governative indipendenti, slegate dai condizionamenti della politica, come in fondo è stata la Cassa del Mezzogiorno, che prima della istituzione delle Regioni aveva ottenuto eccellenti risultati. Questo implica un nuovo ruolo dello Stato centrale chiamato a dare, laddove sino ad oggi si è dimostrato latitante, prova di essere capace di supplire realmente all’inefficienza di determinate situazioni regionali.

antoniniLuca Antonini

professore ordinario di diritto costituzionale

Università di Padova