Caporetto, una disfatta annunciata. Tra errori ed eroismi ritrovammo l'orgoglio nazionale - S. Sfrecola

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caporettoLe prime avvisaglie di quella che sarebbe passata alla storia come la battaglia di Caporetto (24 ottobre - 12 novembre 1917), la cittadina, oggi in Slovenia (Kobarid), nell’alta valle dell’Isonzo, sulla riva destra del fiume, tra Tolmino e Plezzo, si percepirono già il 21 ottobre 2017. Quella mattina iniziò con un cannoneggiamento delle nostre linee, tiri isolati ma con obiettivi precisi, in particolare i centri di comando avanzati, come osservò il Re nel corso di una delle sue ispezioni al fronte, giudicando che fossero destinati a saggiare la nostra capacità di reazione, preludio del massiccio bombardamento del 23, iniziato già la notte precedente. Che riprenderà alle 2 del 24 ottobre, inizialmente misto a gas. L’artiglieria austro-tedesca che schiera 2.518 pezzi, tra cannoni e bombarde, batte soprattutto le nostre postazioni di artiglieria. Nel bombardamento vengono colpiti i cavi telefonici a terra e questo interromperà molti collegamenti tra i comandi aumentando la confusione in quelle ore drammatiche.

Il tempo è pessimo, piove, nevischio alle quote più alte, nebbia in valle.

Il cannoneggiamento dura cinque ore, concentrato su pochi chilometri, “con grandissima intensità: battono i passi e gli osservatori. Inoltre cercano di individuare, a quanto pare, le batterie”, scrive Angelo Gatti, Colonnello, ufficiale di stato maggiore addetto al Comando supremo che ne riferisce nel suo prezioso Diario di Guerra. Ma non ne fu compresa subito la finalità, nonostante le proporzioni dell’attacco. Infatti il cannoneggiamento “è vivissimo”, scrive ancora Gatti. “Tutti i paesi delle retrovie sono battuti fortissimamente”. Eppure apre il diario del 24 con queste parole: “nella giornata, niente di nuovo”. Che fa il paio con il “nulla di importante” del Generale Pietro Badoglio, che comandava il XXVII Corpo d’Armata. I suoi cannoni, oltre 400, rimangono silenti. Gli sarà sempre rimproverato. Per giustificarlo si dirà, poi, che aveva immaginato di accerchiare il nemico che fosse penetrato tra i monti dei quali i nostri osservatori tenevano sotto controllo le vette. Uno dei tanti errori di percezione delle intenzioni degli austro-tedeschi i quali percorsero il fondovalle coperti dalla nebbia. E chi intravide quelle divise ritenne fossero di prigionieri in corso di trasferimento! Eppure nel Diario di Gatti alla data del 23 ottobre si legge: “è accertato che abbiamo di contro 9 divisioni tedesche. Pare le comandi von Below: pare che ci sia il III corpo d’armata comandato da von Stein”. Il dato è confermato ma al Comando supremo il Generale Gabba dice a Gatti che “non sa nulla di quanto succede (ore 17)”. E gli fa leggere “l’ordine integrale di attacco” portato da un ufficiale disertore il quale “ha poi detto in che modo il grande attacco si sarebbe svolto, con tutte le truppe tedesche e austriache”. Ma il generale ritiene “che ciò che [il disertore] dice dell’attacco in grande sia esagerato”.

Al Comando supremo si dubita della fondatezza di quelle informazioni, peraltro dettagliate e stavolta condivise dall’Ufficio situazione. Nelle conversazioni tra i generali, compreso il Comandante generale, Luigi Cadorna, si dice che “c’è incertezza nel crederci interamente, e nel giudicar gli intenti”. Arrivano i primi dati preoccupanti: della 43^ e della 50^ divisione “non si hanno notizie. 20.000 prigionieri, forse. Tutti i cannoni perduti”. Il IV corpo “non ha resistito nemmeno un minuto. Il XXVII è stato anch’esso superato subito sulla sinistra. Anzi, il IV corpo accusa il XXVII di aver permesso all’avversario di filare dai ponti di Tolmino, per il costone, e alle spalle dei nostri”. Sono gli alpini del Württemberg, un battaglione che si articola su tre distaccamenti. Uno è al comando di un giovane tenente (26 anni) destinato ad una prestigiosa carriera militare, Erwin Rommel. Attua una nuova tattica, quella della infiltrazione tra le linee nemiche di piccole unità autonome (Storstruppen) altamente addestrate e dotate di una notevole potenza di fuoco. Non si ferma ai primi successi, combatte senza interruzione; tra il 24 ed il 26 ottobre cattura novemila soldati, centocinquanta ufficiali, ottantuno cannoni. Al prezzo di 6 morti e 30 feriti! Gli sarà assegnata la decorazione Pour Le Mérite la più alta onorificenza militare tedesca, l’ambitissima croce azzurra (Blauer Max) istituita nel 1740 da Federico il Grande, denominata in francese. È in quelle valli che prende forma il mito della futura “Volpe del deserto”, poco considerato dai colleghi dell’altezzosa casta militare prussiana, lui, di umili origini, ma molto amato dalla truppa.

Comincia la litania delle brutte notizie, sempre più tragiche mentre gli errori si sommano alla inadeguata percezione di quel che stava accadendo. Cadorna, ci dice Gatti, testimone prezioso perché presente, “non era del tutto orientato sulla direzione dell’attacco nemico”. Capello “era addirittura disorientato”. In queste condizioni la sconfitta sarà gravissima, definita anche “rotta”, “disfatta” o “catastrofe”, una tragedia nazionale con uno strascico di polemiche e di recriminazioni che ancora oggi impegnano molte pagine nei libri di storia, alla ricerca delle responsabilità di quel tragico evento quando le truppe italiane dovettero abbandonare migliaia di chilometri quadrati di suolo patrio, il Friuli e parte del Veneto, fino a mettere a rischio la stessa Venezia che, infatti, si pensò di abbandonare. Si temette per la tenuta dell’Esercito e per la stessa sopravvivenza del Regno, del quale era stato appena celebrato (1911) il cinquantenario della sua costituzione.

E grave fu l’inadeguatezza delle misure che sarebbe stato necessario disporre ed adottare di fronte ad un attacco prevedibile e in parte previsto. Per non dire del mancato coordinamento tra i comandanti della unità impegnate sui vari settori del fronte ai quali pure Cadorna aveva impartito precise disposizioni il 18 settembre in una circolare nella quale sottolineava che “il continuo accrescersi delle forze avversarie sulla fronte Giulia fa ritenere probabile che il nemico si proponga di sferrare quivi prossimamente un serio attacco, tanto più violento quanto più ingenti forze potrà esso distogliere dalla fronte russa”. E formula una direttiva a carattere difensivo certamente appropriata nei fini ma non dettagliata nei mezzi. Alla quale comunque non si dà attuazione, in particolare dal Generale Luigi Capello, Comandante della II armata, fautore di una dottrina che definisce “difensiva-controffensiva”, ribadita in un ordine di operazioni l’8 ottobre. Cadorna lo lascia fare.

Nel frattempo gli austro-tedeschi mettono a punto i loro piani con quella cura del dettaglio “tipica del ben addestrato stato maggiore tedesco” (Da Frè) aiutati da una ricognizione puntuale dei luoghi sui quali avrebbero condotto l’attacco. Aerei dotati di apparecchi fotografici consentono di realizzare cartine topografiche a colori che saranno distribuite anche ai reparti minori. Contemporaneamente le unità destinate ad essere impiegate vengono equipaggiate e intensamente addestrate alla guerra su terreno montuoso, mentre il loro ammassamento sulle posizioni di partenza avviene di notte sin sotto le linee italiane. Sono 383 battaglioni di fanteria con quasi 4.000 cannoni, un dispositivo inferiore a quello italiano che schiera complessivamente 570 battaglioni con 5.400 pezzi di artiglieria. Prevalgono tuttavia gli austro tedeschi per aver saputo concentrare il fuoco dei cannoni e scegliere con precisione gli obiettivi della penetrazione delle fanterie.

Alla vigilia i nostri comandi non avevano ancora le idee chiare, come anticipato. Alla data del 21 ottobre Gatti, che vive le vicende al Comando supremo, scrive: “oggi, quasi inopinatamente per i più, anche di noi militari, si dà come assai probabile la venuta di truppe tedesche in gran copia alla nostra fronte”.

Continua: “voci del loro arrivo c’erano da tempo.

Voci di una grande offensiva, infatti, erano più che corroborate da fatti, per alcuni corroborate da ragionamenti. C’erano in pro di questa offensiva il grande numero di disertori austriaci che da qualche giorno affluiscono nelle nostre linee, le intercettazioni, il tiro delle artiglierie che da qualche giorno si viene intensificando sulle retrovie”. Inoltre, complice “il maltempo generale, tutti i nostri aviatori non hanno visto che moderato movimento nelle retrovie nemiche. Di tedeschi, poi, non si è visto altro che un annegato, pioniere, nell’Isonzo”.

Sempre quel giorno il diario di Gatti dà tragicamente conto della incapacità di analisi della situazione: “il continuo spostarsi della voce di offensiva, che si diceva fissata pel 12 ottobre, poi per 19 e non viene mai, aveva fatto dubitare, o sorridere della cosa. A tavola scherzavamo, dicendoci: quando verrà quest’offensiva?”

Dicono bene Moroni e Rastelli: “Una sorpresa che non avrebbe dovuto essere tale. Oppure, meglio, una sorpresa che non aveva nulla della sorpresa ma che ha finito con il diventare una sorpresa. Pessima, oltretutto. La battaglia di Caporetto fu tutto questo”.

Ad essere trascurata era stata in primo luogo la situazione del conflitto sul fronte russo dove si registravano da mesi continui cedimenti dell’armata imperiale. Così da rendere disponibili alcune divisioni tedesche relativamente fresche da trasferire sul fronte italiano, richieste dal nuovo Imperatore austriaco, Carlo, al collega tedesco Guglielmo su pressante sollecitazione del nuovo comandante generale Arz von Straussemburg, dopo l’offensiva sulla Bainsizza, nella XI battaglia dell’Isonzo quando gli uomini del XXIV Corpo d’armata guidato dal Generale Enrico Caviglia erano riusciti a sfondare questo settore del fronte. Era costata all’esercito asburgico “qualcosa come 160.000 uomini, fra cui 30.000 morti”, come scrive il Generale August von Cramon, richiamato da Barbero. Se ne parla, infatti, ma si trascura di mettere insieme pezzi di informazioni. Anche la presenza del cadavere di un pioniere tedesco raccolto nel fiume alla vigilia dell’attacco non sollecita riflessioni. Eppure non poteva essere un militare isolato.

Le avvisaglie, dunque, c’erano tutte e l’offensiva era prevista. Ma per Cadorna non in quei giorni. Tornato il 19 ottobre da 15 giorni di licenza trascorsi a Villa Carmenini (Vicenza), era “molto scettico” sulla ipotesi di partecipazione germanica all’offensiva nemica che, a suo giudizio, si sarebbe concretizzata semmai in primavera: “passiamo così l’inverno”, dice a Gatti che alla data del 20 aveva annotato: “le voci di un’azione nemica vanno prendendo sempre più piede”. E il 22 scriverà “pare accertato che le truppe tedesche siano molte”.

Sotto l’incalzare del nemico lo sbandamento è generale. Cadorna e il Comando Supremo praticamente scompaiono per 8 – 10 giorni, come ha scritto lo storico Giorgio Rochat. Nella confusione immagina fosse necessario arretrate sempre di più, dall’Isonzo al Tagliamento al Piave e forse all’Adige, al Mincio. Una soluzione che avrebbe fatto cadere in mano al nemico Venezia e Milano, un autentico disastro per l’Intesa, perché sarebbe rimasta agli austro tedeschi, da tempo a corto di approvvigionamenti, quasi alla fame, la ricca pianura padana. Di lì, inoltre, le truppe dell’alleanza avrebbero potuto portare una seria minaccia alla Francia, da tempo in condizioni critiche. L’esercito francese era, infatti, il “grande malato che il generale Pétain stava cercando di guidare sulla via della convalescenza” (Da Frè).

Le notizie dal fronte fanno montare le polemiche, le accuse di tradimento e fellonia che si sommano a quelle di disfattismo, soprattutto contro socialisti e cattolici che avevano avversato l’entrata in guerra. Aggravate da un comunicato di Cadorna, difficile da commentare: “la mancata resistenza di reparti della 2^ Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia”. Accuse forse per alcuni reparti vere, a leggere le memorie di Rommel, ma inaccettabili nel comunicato di un Comandante generale che deve pensare al morale delle truppe ed alla riscossa. Infatti, il governo corregge immediatamente il testo in “violenza dell’attacco” e “deficiente resistenza di alcuni reparti”, consapevole dell’effetto dirompente che le parole di Cadorna avrebbero potuto esercitare all’interno e sugli alleati. I quali, infatti, si incontrarono all’hotel Kursaal di Rapallo il 6 novembre in un clima di aperta sfiducia nei confronti dell’Italia, presenti per gli inglesi il Primo ministro Lloyd George e i generali William Robertson, Henry Wilson e Jan Smuts, per i francesi il Presidente del Consiglio Paul Painlevé, il Ministro della guerra Henry Franklin-Bouillon, l’Ambasciatore a Roma Camille Barrère e i Generali Ferdinand Foch e Maxime Weygand. Fu chiesta come prima cosa la testa di Cadorna. Ne riferisce Gatti che dà conto, altresì, dell’umiliazione subita dalle autorità italiane. Infatti francesi e inglesi “si riunirono fra loro, con esclusione dei nostri. Orlando, Sonnino, Alfieri e Porro (Cadorna non si presenta) attesero così, alla porta come servitori, che gli altri decidessero”. Vittorio Emanuele Orlando era il Presidente del Consiglio, Sidney Sonnino il Ministro degli esteri, Vittorio Alfieri, generale, il Ministro della guerra e Carlo Porro il Sottocapo di Stato maggiore. Francesi e inglesi avevano dato loro appuntamento prima alle 18, poi alle 19, quando i nostri dovettero limitarsi ad ascoltare le decisioni assunte. E se fu riconosciuto “che la difesa dell’Italia era anche interesse alleato”, con apporto di 4 divisioni francesi e di 4 inglesi (che poi diventeranno rispettivamente 6 e 5) in pratica subimmo un dictat. Il primo ministro inglese Lloyd George impose come condizione “assoluta”, oltre alla sostituzione del Comandante generale, la creazione di un Consiglio interalleato composto dai 3 presidenti dei consigli dei ministri più 3 ministri. Anche Orlando, Sonnino e Alfieri concordavano sulla sostituzione di Cadorna “inaspriti dal fatto che non aveva mai voluto dare ampio conto di ciò che egli faceva”. “Questo era stato, veramente, sempre il difetto di Cadorna”, ammette Gatti che lo stimava, gli era fedelissimo e chiama “il Capo”. Tanto da tacciare di “ingratitudine” per la sua sostituzione il Re che, per la verità, del comportamento di Cadorna si era più volte risentito. Con Armando Diaz, invece, per il quale aveva da tempo manifestato apprezzamento, Vittorio Emanuele avrà un quotidiano scambio di idee sull’andamento delle operazioni. Delle quali ugualmente il Comandante generale terrà informato il Governo.

In questa condizione di aperta sfiducia degli alleati per il nostro esercito, il Re, “l’unico a non perdere la testa”, come ha sottolineato RAI Storia, mai tenera nei suoi confronti, volle si resistesse sul Piave. E l’ottenne, a Peschiera sul Garda, l’8 novembre, dove aveva invitato i ministri ed i generali che si erano incontrati a Rapallo il 6. Presenti Paul Painlevé, i Generali Foch e Wilson e Lloyd George (che ce ne ha lasciato la cronaca), il Re, parlando in inglese e francese, tenne un rapporto che gli guadagnò “il rispetto di tutti per la chiarezza e franchezza con cui fece il punto della situazione, realisticamente”. Elencò le cause del disastro citando anche la “falla morale”, ma senza attribuirla alla propaganda disfattista, cui infatti non credeva (e lo aveva già detto ai nostri generali). Garantì la capacità di resistenza dell’Esercito, escludendo perentoriamente qualsiasi ipotesi di crollo nazionale. Per il Sovrano il valore del soldato italiano non era in discussione, come il sentimento patriottico della maggioranza degli italiani nell’ora difficile che il Paese viveva. Lloyd George “ne rimase impressionato” (Silvestri). Il suo ruolo fu determinante nel richiamare l’impegno di ciascuno, senza retorica, tanto che cancellò dal proclama, che il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando gli aveva preparato, l’incipit enfatico che non era nel suo stile (“Una immensa sciagura ha straziato il mio cuore di italiano e di Re”). Invece esordì: “Italiani, siate un esercito solo!”

Da allora “Caporetto”, nel linguaggio comune, evoca un fatto negativo gravissimo, una sconfitta senza rimedi, la “disfatta per antonomasia”, scrive Stefano Lucchini nella prefazione di “A Caporetto abbiamo vinto”, da poco in libreria. Un libro che ricostruisce, “attraverso la viva voce di protagonisti e testimoni, la drammatica successione dei fatti e il loro impatto sull’opinione pubblica”. Eppure, dopo le polemiche di quei giorni e all’indomani della vittoria, si volle in qualche modo archiviare la sconfitta, rimuoverla dalla narrazione dell’“Italia di Vittorio Veneto” presentata al Re dal Capo del Fascismo. Ne è prova l’attribuzione del grado di “Maresciallo d’Italia” contemporaneamente al generale sconfitto, Luigi Cadorna, ed al vincitore, Armando Diaz. Ugualmente vengono archiviati gli atti della Commissione d’inchiesta sulle cause della sconfitta, dinanzi alla quale si è sentito dire dai fanti in rotta che essi avevano obbedito ad ordini, che si era sparsa la voce che la guerra fosse finita e loro potessero tornare a casa. Un po’ come accadrà dopo l’8 settembre 1943! Anche degli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle spese militari voluta da Giovanni Giolitti, che ha fatto emergere diffuse attività corruttive nelle forniture di armi e mezzi, si sono perse rapidamente le tracce e solamente di recente la Camera dei deputati ne ha pubblicato una parte in tre preziosi volumi.

Ed è certamente vero che se “a Caporetto non abbiamo vinto” è altrettanto vero che quella battaglia ha segnato una svolta fondamentale, ed ha posto le basi della ripresa delle operazioni militari e della vittoria che le armi italiane conseguiranno nel 1918. Infatti non pregiudicò l’esito della guerra, il momento conclusivo del Risorgimento, “visto che aveva finalmente completato l’unità del paese, facendo coincidere i confini naturali della penisola con quelli politici” (A. Ventrone, Prefazione a L. Falsini, Processo a Caporetto. I documenti inediti della disfatta). Immediato fu il risveglio delle migliori energie, della politica, delle nostre Forze Armate e dell’intero popolo italiano. Fu “uno scatto di orgoglio nazionale” (Milza). Cambiarono molte cose. Tutto quello che doveva cambiare da tempo. Dai rapporti tra il Governo ed i vertici dell’Esercito che, con il nuovo Comandante generale, Armando Diaz, divenne più moderno nell’organizzazione e credibile nelle modalità d’impiego, anche agli occhi dei governi e degli Stati Maggiori alleati.

Doti del nuovo Comandante generale, da tutti riconosciute, erano “l’equilibrio, la duttilità, l’umanità coniugata alla fermezza, la laboriosità, la precisione, il senso del dovere e del servizio” (Rosso). Il Ministro Alfieri a Rapallo ne tesse le lodi: “Ha comandato bene un corpo d’armata, ha sempre avuto fortuna, è intelligente, è malleabile. In questi momenti, in cui abbiamo relazioni con gli alleati, può andar bene”. Gatti che riceve queste parole, continuerà a ritenere il nuovo capo inferiore al predecessore del quale ha una straordinaria considerazione.

Le cause della disfatta, come denuncia la conta dei caduti e dei prigionieri, la vastità delle terre perdute e il numero dei profughi, furono essenzialmente militari, come fu evidente di lì a breve fin dalle prime risultanze della Commissione d’inchiesta. Cause individuate nella inadeguatezza della cultura di guerra dei comandi, ancorati a concezioni superate, come l’attacco all’arma bianca quale momento centrale dell’attacco. L’aveva codificato il Comandante generale Cadorna nella famosa circolare n. 191 del 25 febbraio 1915, quando già erano maturate esperienze di guerra su altri fronti. Diventerà un volumetto di 62 pagine, “Attacco frontale e ammaestramento tattico”, la cui filosofia può essere individuata nel concetto che solamente l’offensiva ad oltranza porta alla vittoria (“vincere è andare avanti”), attacco frontale e cariche di cavalleria, nonostante fosse ormai acquisito il ruolo residuale di questa Arma, dopo che, come aveva insegnato la guerra di secessione americana (1861-1865) ben cinquant’anni prima, l’invenzione della mitragliatrice aveva reso improponibili le cariche di lancieri e dragoni che con tanto onore avevano combattuto nelle guerre dell’800.

Non che i comandanti degli altri eserciti fossero più “moderni”. Erano cresciuti nell’800 ed erano stati educati al tipo di guerra che si era sviluppato in quel secolo, quando si combatteva con altre armi mentre i nuovi combattimenti ne avevano messe in campo di ben più micidiali. Esclusi i tedeschi, tra i quali emergevano alcune personalità che avevano maturato la consapevolezza delle nuove tecniche di guerra, i francesi avevano subito perdite molto superiori alle nostre in assurdi, inutili assalti a posizioni fortificate, come quelli, ripetuti, al famoso “formicaio” nel film “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick, magistralmente interpretato da Kirk Douglas, un valoroso colonnello alle prese con un generale idiota.

Ad onor del vero se la conduzione di Cadorna fu inadeguata nei tragici eventi dell’ottobre 1917 alcuni meriti gli vanno riconosciuti nella fase di organizzazione dell’esercito nel 1915.

A Caporetto giocarono un ruolo essenziale non solamente la mancata previsione dell’attacco e, soprattutto, di misure adeguate in caso di ritirata, l’accertata confusione nella catena di comando, la disorganizzazione di molti settori dell’esercito che si trovò a confrontarsi con un efficiente apparato militare tedesco. Al comando di un valoroso generale prussiano Otto von Below, reduce da molte vittorie e con provata capacità strategica più volte dimostrata in manovre di aggiramento dei reparti nemici o manovre ad ala, che attuò anche a Caporetto. Con un piano di guerra originale che rompe con la dottrina e le consuetudini dello sfondamento in orizzontale e che farà meraviglie anche l’anno dopo contro gli anglo-francesi, sul fronte di Arras-LaFère, nelle Fiandre. Con lui generali di prim’ordine, con carriere brillanti, come Albert von Berrer, Herman von Stein e Konrad Krafft von Dellmesingen che di quegli eventi ci ha lasciato una descrizione particolarmente accreditata tra gli storici. Comandante dell’Alpenkorps, massimo esperto di guerra alpina dal “curriculum che avrebbe fatto l’invidia di Napoleone” (Weber) aveva ispezionato il fronte in vista di un possibile attacco. E l’8 settembre, rientrando al quartier generale tedesco ne riferì concludendo: “si può fare”.

Il resto è noto. In mancanza di piani di ritirata, che comunque fu ordinata in ritardo, rimasero in mano al nemico migliaia di soldati (35.000 tra morti feriti e 300.000 prigionieri), oltre 400.000 sbandati all’interno ed un ingente quantità di armi, cannoni, mortai e mitragliatrici, depositi di munizioni, automezzi e strutture preziose dell’apparato logistico. Senza contare il dramma delle popolazioni civili, un milione circa di profughi, l’abbandono della case, delle aziende, degli animali. Solamente la III Armata comandata da Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosta si sganciò con ordine dal nemico mantenendo pressoché intatti organici e artiglieria. Fu così pronta alla controffensiva di primavera tanto da meritare, nel bollettino della Vittoria, il 4 novembre 1918, l’aggettivo di “invitta”. Né va dimenticato in quelle tragiche giornate il ruolo della Brigata Sassari che ebbe il compito di proteggere la ritirata italiana. Il reparto dell’allora maggiore Giuseppe Musinu, l’ultimo soldato italiano a passare il ponte della Priula, pochi istanti prima che fosse demolito. Era l’ultimo sul Piave. Uno dei tanti casi di resistenza e di eroismo di singoli e di singoli reparti. Come spesso accade fanno più notizia gli episodi negativi, di chi si arrende senza combattere, che il valore di quanti saranno ricordati perfino da Rommel per il valore dimostrato nelle difficili condizioni nelle quali la lunga battaglia si è svolta.

Anche le polemiche che censurano gli errori e quelle che criticano coloro che gli errori hanno messo in risalto sono una esercitazione consueta che ha accompagnato le sconfitte nella prima e nella terza guerra di indipendenza e che ritroveremo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Va respinta la denigrazione generalizzata dei combattenti ai vari livelli di responsabilità che ha accompagnato questi episodi ma va anche analizzata la verità dei fatti, laddove la modestia delle strategie e la incapacità di coordinare e di coordinarsi sono purtroppo ricorrenti nella storia militare italiana, da Novara a Custoza a Caporetto, appunto. Che ritroveremo ad Adua.

Una grave sconfitta che tuttavia risvegliò le migliori energie del Paese. L’esercito fu rinnovato ad iniziativa di Diaz, meglio equipaggiato, addestrato ed armato, con un’attenzione agli aspetti personali dei soldati ai quali furono assicurati migliore vettovagliamento e più adeguato abbigliamento, cambi e licenze capaci di rinfrancarli dopo le giornate passate in trincea. Furono organizzati spettacoli e giochi, e giornali arricchiti da firme preziose della letteratura e del giornalismo. Al fronte, inoltre, i combattenti sentirono che l’Italia intera era con loro. Cessarono le polemiche politiche, i distinguo sulla guerra, sui suoi scopi e sulla sua conduzione e gli italiani furono “un esercito solo”, come li aveva invitati ad essere il Re nel suo proclama dopo Peschiera, ed a giugno 1918 fummo in condizione di respingere la nuova offensiva austriaca, di vincere e di inseguire i reparti nemici che in fuga risalivano “in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”. Ci sembra retorico, oggi, questo passo finale del “Bollettino di Guerra n. 1268”, dato dal Comando Supremo alle ore 12 del 4 novembre 1918. Ma metteva una pietra sopra Caporetto. E “ci sta”.


sfrecolaSalvatore Sfrecola

avvocato patrocinante in Cassazione

già presidente di Sezione della Corte dei Conti

presidente dell’Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione

 

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