1968-2018: la resa dei conti - R. Cristin

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studenti682018. E’ il cinquantesimo anniversario dello scoppio di un movimento ideologico che non ha preso il nome da un concetto ma da un anno: il ‘68. Definito così, poteva sembrare un evento dalle ricadute corte, un avvenimento di cronaca di cui ricordarsi ogni tanto, e invece è stato il principale veicolo di quel poderoso tentativo di distruzione della coscienza e dell’identità europee che è sfociato oggi nel caos che avvolge come una nube tossica ogni struttura della nostra società. Nel corso di quest’anno che, sit venia verbo, potremmo definire giubilare, sfilerà un profluvio di iniziative, convegni, libri e programmi televisivi che ne celebreranno la memoria, con un’ampia gamma di atteggiamenti: apologetico, entusiastico, critico, e in alcuni rari casi riprovatorio o di condanna. Ma con le idee sorte da quel movimento e poi cresciute e penetrate in svariate forme nei gangli dello spazio pubblico europeo bisogna finalmente arrivare a un confronto sistematico e definitivo, che ne abbatta l’intollerabile (e ingiustificata) boria e ne smantelli l’impalcatura teorica, con la quale è stata costruita buona parte dell’edificio ideologico che siamo soliti chiamare «il politicamente corretto».

Nei decenni successivi a quel nefasto anno, le idee sessantottesche hanno infatti formato un vero e proprio paradigma culturale, sociologico e politico, che ha plasmato le élites intellettuali e l’opinione pubblica dell’intera Europa occidentale, mentre nella parte orientale già dominava un sistema categoriale ancor più violento e intollerante, quello cioè del cosiddetto «comunismo reale», che fungeva da pendant ideologico di quello che potremmo chiamare il comunismo surreale che stava infestando l’Occidente. Lo schema sessantottino, figlio dell’ideologia marxista o socialcomunista e delle sue varianti anarchiche, internazionaliste, antimperialistiche e terzomondiste, aveva come obiettivo la critica e la distruzione dei pilastri della tradizione occidentale, di quelle che venivano definite le strutture simbolico-concettuali del potere. L’abbattimento degli apparati di coercizione e dei dispositivi di controllo doveva infatti essere simultaneo all’eliminazione delle configurazioni di senso, del cosiddetto ordine del discorso, delle istituzioni della conoscenza. L’equazione fra sapere e potere, e la conseguente necessità di destrutturare il primo per conquistare il secondo, divennero il perno teorico di quel complesso e pervasivo movimento.

Perciò, superare il paradigma sessantottino significa anche oltrepassare una dimensione storica, una prospettiva che ha manipolato coscienze e occupato istituzioni, media, università, scuole. Sia chiaro, oltre il ‘68 non troveremo una nuova età dell’oro del pensiero, della cultura e della politica, perché quel manipolo ideologico si è affermato e inserito in tutte le forme di vita del mondo occidentale, ammorbandole e rendendole oggi schiave del politicamente corretto calibrato sulle teorie sessantottesche. Si tratta perciò di riavviare un processo, impegnativo e faticoso, di riformazione delle coscienze e di rifondazione delle strutture, di riaffermazione dei valori occidentali e di rigenerazione della nostra identità, svilita e indebolita. Così, demolendo e superando questo gigantesco e granitico blocco di potere, scopriremo possibilità di pensare la politica che ci erano state precluse per decenni, vietate da coloro che volevano abbattere ogni divieto e ogni prescrizione, tranne quelli che loro stessi più o meno larvatamente imponevano.

Oggi finalmente potremmo constatare e affermare che il movimento del ‘68 fu una sciagura per l’Europa. Sotto il profilo politico-sociale, fu una sventura perché aggredendo le istituzioni, tutte e indistintamente, intaccò la coscienza civile dei singoli individui e l’autocomprensione storica dei popoli. Sotto il profilo filosofico e culturale, fu una catastrofe perché sgretolando i concetti di ragione e di soggetto inficiò le possibilità stesse di elaborazione teoretica come donazione di senso. Quelli che già nel 1977 André Glucksmann definiva «i padroni del pensiero», i nipoti di Nietzsche e di Marx, i guru del marxismo critico e la schiera di filosofi che essi avevano allevato, seguivano un’ispirazione nihilistica propensa a piegare qualsiasi teoria all’infinito gioco di una pseudodialettica che si avviluppa in se stessa e che funge da paravento culturale a uno scopo politico, quello di aggregare forze a sinistra, genericamente o specificamente a seconda dei casi. Dobbiamo dunque intendere il movimento sessantottino come una lunga curva regressiva che ha avuto come funzione principale quella di sequestrare, terrorizzare, omogeneizzare e paralizzare i cervelli, le loro facoltà critiche e le loro capacità creative. E proprio perciò è giunto il momento di lasciarci alle spalle i vuoti e lugubri slogan di provenienza sessantottesca che, con innumerevoli variazioni, da decenni ci assordano e ci immiseriscono. Cambiare registro, cambiare pagina o, come scrisse Ferdinando Adornato nel 2008, «cambiare stagione».

L’assalto sferrato a partire dal ‘68 contro l’architettura del potere borghese era anche un attacco alla tradizione filosofica dell’Occidente. Ma esso fu, in buona misura, una poderosa mistificazione, un abilissimo inganno. L’antifilosofia sorta intorno al sessantottismo si è configurata come un progetto culturale con finalità egemoniche per impossessarsi, una volta detenuto il sapere, degli strumenti del potere politico ed economico. Si tratta perciò di confutare quelle manipolazioni e smascherare gli strateghi che le ordirono, per esempio mostrando come molti epigoni della grande stagione filosofica tedesca e francese del primo Novecento abbiano distorto la lezione di maestri come Bergson, Dilthey, Husserl, Heidegger.

Ma insieme alla critica radicale di quello che Luc Ferry e Alain Renaut hanno chiamato «il 68–pensiero» è urgente consolidare una altrettanto radicale e ben argomentata critica delle teorie che ne hanno ripreso e rinnovato l’eredità filosofica. Realizzare la prima senza acquisire la seconda equivarrebbe infatti a un fallimento da parte della cultura liberal-conservatrice europea e, in Italia, da parte del centrodestra che si sta oggi riproponendo come forza di governo. Se il paradigma sessantottino, nei decenni successivi, è sopravvissuto a tutte le trasformazioni planetarie trasmigrando in molte forme ideologiche e politiche, se tutte queste forme hanno contribuito a minare i fondamenti teoretici e i valori etici della civiltà europea, e se riteniamo che a quest’ultima debba essere restituita l’autorevolezza e la potenza che le spettano e che possono salvarla da una dissoluzione non inverosimile, allora è indispensabile abbandonare definitivamente il pensiero del ‘68 confutando con precisione ed efficacia i suoi disparati continuatori, beceri o raffinati che siano.

Dalle grigie teorie del relativismo culturale ai sofismi del postmodernismo, dalla saccente pratica del decostruzionismo alle filosofie terzomondiste che invocano la fine dell’uomo occidentale, dalle teologie (pseudo) liberazionistiche in cui si intrecciano cristianesimo e comunismo alle ecologie ideologiche in cui la natura è strumento di lotta politica anticapitalistica e antiglobalistica, il quadro delle trasfigurazioni, dei rinnovamenti e dei perfezionamenti del sessantottismo è oggi il multiforme ed equivoco paradigma che domina la cultura occidentale. La resa dei conti con il ‘68 deve dunque andare di pari passo anche con questo ulteriore confronto, dal cui esito dipende la rigenerazione storica dell’Europa.

 

cristinRenato Cristin

professore di ermeneutica filosofica

Università di Trieste