Investimenti digitali, innovazione aperta e impatto delle nuove tecnologie: c'è una strategia in Europa? - D. Peirone

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nuovetecnologieNel 2016 il centro di ricerca Bruegel tenne a Bruxelles un seminario di approfondimento sulle politiche per la crescita in Europa e Stati Uniti.

Alcuni dati mostrati in quell’occasione sono di grande interesse e suscitano diversi interrogativi, a cominciare dal fatto che i modelli utilizzati dalle varie istituzioni e dai governi sembrano non essere più in grado di fare previsioni riguardo alla crescita economica.

Dal grafico mostrato dallo studioso statunitense Furman (Figura 1) emerge chiaramente che tutte le previsioni di crescita degli ultimi anni si sono rivelate errate.

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Figura 1 

Che cosa non si è capito? Personalmente ritengo che quello che manca in queste previsioni (e in tutte queste istituzioni internazionali come l’IMF, l’OECD ecc.) sia una capacità di leggere e interpretare l’innovazione e la strategia economica e imprenditoriale. Se si guarda a come Europa e Stati Uniti si sono ripresi dopo la crisi del 2008, appare chiaro che le ICT sono state un fattore determinante per la leadership americana nella crescita della produttività (Figura 2), continuando un trend che era già stato la principale ragione dell'ampliamento della crescita della produttività negli anni '90. L'economia digitale è infatti più interessante per i suoi effetti sulla produttività e sulla concorrenza nell'economia in generale, piuttosto che su ciò che produce direttamente. Un'economia digitale dinamica costringerà tutti i fattori produttivi nell'economia ad adattarsi a comportamenti nuovi e solitamente più efficienti.

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Figura 2 

Fonte: Natacha Valla, Bruegel, 2016 

Anche in Europa appare dai dati una relazione positiva tra crescita della produttività e utilizzo delle ICT nelle industrie manifatturiere, come espresso dalla quota di investimenti in capitale ICT rispetto agli investimenti totali (Bauer ed Erixon, 2016; EU KLEMS 2011; FMI, 2015). Per questo le nazioni europee hanno rinnovato l’interesse per la “reindustrializzazione”, in considerazione degli effetti comprovati di crescita della produttività che la manifattura è in grado di fornire. Sono state coniate nuove parole d’ordine come “Industria 4.0”, che si riferisce all’utilizzo delle tecnologie digitali per una produzione industriale integrata.

Tuttavia, si dimentica troppo spesso che una parte rilevante del valore aggiunto delle economie moderne è dovuta al settore dei servizi (Gruber, 2017). I servizi sono il settore predominante (e in crescita) per la stragrande maggioranza delle nazioni avanzate. Il settore dei servizi è responsabile della maggior parte dei casi di stagnazione relativa e persino di declino della produttività aggregata osservati nelle fasi successive dello sviluppo economico (Duarte e Restuccia, 2010; Buiatti et al., 2017). Quindi, per capire il differenziale di crescita dell’Europa rispetto agli Stati Uniti (Figura 3), dobbiamo guardare al settore dei servizi, dove il mancato guadagno di produttività del lavoro è una causa crescente di preoccupazione per la crescita economica di lungo periodo. La mancata crescita della produttività nell'UE è concentrata in alcuni settori in cui le ICT sono sempre state un fattore centrale: finanza, assicurazioni e telecomunicazioni (Bauer ed Erixon, 2016, OCSE, 2015). Proprio in questi settori l’America ha fatto enormi passi avanti, mentre l’Europa continua, a mio parere, a concentrarsi su strategie sbagliate, dimostrando di non capire come funziona in realtà l’economia digitale.

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Figura 3 

Fonte: IMF WEO 2016 

Per sfruttare le possibilità di creazione di valore provenienti dalla digitalizzazione e beneficiare delle sue forze dirompenti, sono emersi alcuni modelli di innovazione:

• Prodotti con “realtà aumentata”, ovvero l'utilizzo dei dati generati da oggetti fisici per migliorare i modelli di business.

• Digitalizzazione delle risorse (rendendo digitali degli asset fisici).

• “Big Data”: combinazione di dati all'interno e tra diversi settori, utilizzando e integrando i dati detenuti da altre parti. Il trading dei dati consente la vendita o lo scambio di dati al fine di fornire informazioni di valore più elevato.

Queste strategie riescono a sviluppare importanti effetti positivi attraverso le cosiddette “Piattaforme Digitali” che, utilizzando un’interfaccia comune, integrano prodotti, servizi e aziende, creando un vero e proprio ecosistema. La piattaforma fornisce una tecnologia di base e un sistema di distribuzione a cui altre aziende possono aggiungere le proprie innovazioni, aumentando il valore per il sistema nel suo complesso.

Una piattaforma digitale fornisce un hub attorno al quale le aziende e gli utenti possono, congiuntamente o separatamente, innovare e attirare gli utenti in modo molto più produttivo rispetto a quanto potrebbero fare in assenza della piattaforma. Questo sistema moltiplica gli scambi e le integrazioni di conoscenze attraverso dati e comunicazioni, facilitando la collaborazione tra imprese, fornitori, clienti e stakeholders, utilizzando un approccio di “innovazione aperta” (Chesbrough, 2006).

Con l'innovazione aperta, un'azienda identifica e sfrutta le nuove tecnologie e le capacità creative sviluppate sia all'interno che all'esterno dei confini dell'azienda (Teece, 2010 e 2016). Per capire di cosa si parla, un caso virtuoso di piattaforma innovativa nel settore manifatturiero è, ad esempio, Rolls Royce. Rolls Royce è uno dei più grandi produttori al mondo di motori aeronautici. Oggi, produce ancora motori a reazione e offre servizi, ma il modo in cui i clienti accedono ai prodotti e li pagano è radicalmente cambiato grazie alla digitalizzazione, che ha modificato il modello di business riducendo i rischi finanziari e aumentando la prevedibilità dei costi. Attraverso sensori di bordo Rolls Royce misura e monitora le apparecchiature mentre i clienti le stanno utilizzando: in questo modo le compagnie aeree possono pagare l'uso dell'attrezzatura solo per le ore utilizzate, ottenendo in più una garanzia per la riparazione e la manutenzione (il produttore è infatti costantemente informato sui parametri di utilizzo e di usura del motore). La produttività di Rolls Royce è aumentata, aggiungendo un business dei servizi altamente redditizio e allo stesso tempo ottenendo preziose informazioni per migliorare la progettazione del prodotto.

Nel settore dei servizi, un caso emblematico di come possono funzionare le piattaforme innovative nell’ambito finanziario è quello dell’Equity Crowdfunding. Il Crowdfunding, letteralmente “finanziamento dalla folla” ricomprende diversi metodi di acquisizione di risorse finanziare attraverso piattaforme digitali. Il termine può trarre in inganno, in quanto non si tratta di una folla come utilizzata nel linguaggio comune, in riferimento ad una massa di persone che segue uno stesso comportamento, piuttosto si tratta di membri di una community collegati tra loro e con il promotore del progetto-idea, attraverso la condivisone di un obiettivo (di business, culturale, finanziario). Nel modello equity crowdfunding domina una logica azionaria/societaria, laddove i promotori utilizzano la piattaforma come uno strumento per offrire capitale di rischio in cambio di un apporto monetario. Tramite i portali di equity crowdfunding, i progetti con elevato profilo innovativo caratterizzato da ottime possibilità di sviluppo potranno avere accesso al capitale di rischio. I crowdfunders, dunque, non rappresentano più dei meri supporter, ma divengono proprietari di quote societarie. Per tale ragione questo sistema è stato oggetto di analisi e regolazioni in diversi paesi: il primo al mondo è stato l’Italia. La regolazione italiana non ha assolutamente analizzato il fenomeno, considerando la folla nel senso comune del termine, inizialmente addirittura annullando qualsiasi vantaggio derivante dalla digitalizzazione (se si investiva più di un certo ammontare minimo senza essere investitori professionali riconosciuti, si doveva…andare dal notaio!) e coinvolgendo obbligatoriamente una serie di attori (incubatori, fondazioni bancarie ecc.). Tale regolazione, intesa a “proteggere” inconsapevoli investitori dal rischio, ha nei fatti distrutto sul nascere il mercato dell’equity crowdfunding. In Inghilterra, dove il fenomeno è regolato solo attraverso un’autorizzazione agli operatori dei portali ed un limite alla percentuale di investimento rispetto al patrimonio (da parte di chi non è investitore professionale), il mercato è cresciuto molto, diventando una vera “mini-quotazione” in termini di dimensione dei fondi e numero degli investitori.

Nel mercato italiano, dall’avvio della legge 4 anni fa sono stati raccolti poco più di 17 milioni di euro. In Inghilterra, la sola piattaforma Seedrs negli ultimi quattro mesi del 2017 ha raccolto quasi 25 milioni di sterline. Attraverso queste piattaforme, gli investitori possono dividere il rischio dell’investimento in imprese innovative, e trovare opportunità nuove nei business in cui sono specializzati, concretizzando quel processo di “open innovation” di cui si parlava prima. Il confronto tra Italia e UK su queste piattaforme digitali finanziarie, dimostra quali opportunità si possono perdere quando non si capisce il funzionamento dell’innovazione digitale e si pretende di regolarla.

Ma tutta l’Europa, che tanto parla di innovazione, commette questo errore. La Commissione europea ha chiesto agli operatori di mercato dei contributi tramite una “Consultazione pubblica su FinTech: un settore finanziario europeo più competitivo e innovativo”. Le imprese hanno risposto con i seguenti suggerimenti sui campi da potenziare:

• Intelligenza artificiale e analisi dei big data per la consulenza e l'esecuzione automatizzate.

• Social media e piattaforme di matching automatizzate: stimolare il crowdfunding attraverso l'armonizzazione normativa della UE.

• Registrazione, archiviazione e protezione dei dati: la potenza dei big data per ridurre le barriere informative per le PMI e altri utenti.

Questi suggerimenti ricordano forse qualcosa di ciò che è stato descritto più sopra, riguardo alle strategie innovative da perseguire? Eppure questa consultazione non è stata fatta 5 o 6 anni fa, ma nella primavera di quest’anno 2017! E così, invece di attuare una vera strategia per la competitività digitale favorendo la creazione e la crescita di ecosistemi e piattaforme innovative, l’Europa, tanto per cambiare, discute di regolazioni e controlli. Dibatte su quanta disoccupazione potrà creare la robotica, scoprendo poi che i due colossi dell’e-commerce Amazon e Alibaba non usano affatto i robot, ma persone in carne ed ossa, che si permettono persino di scioperare. L’Europa preferisce trattare del pericolo dei Bitcoin, salvo scoprire che nella realtà la maggior parte degli europei usa ancora pagare in contanti, altro che criptomonete…

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Quanta produttività vuole ancora perdere l’Europa, prima di smetterla di voler regolare l’innovazione digitale, di burocratizzare la ricerca e sviluppo, di utilizzare vecchi incentivi (o disincentivi) fiscali che non fanno la differenza?


peironeDario Peirone

ricercatore di economia e gestione delle imprese

idoneo seconda fascia

Università degli Studi di Torino