Plädoyer per un “polo sovranista” in vista delle prossime elezioni politiche – P. Becchi

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bandieraitaliana3Le Camere sono state sciolte. Il governo, che non è stato sfiduciato, resta in carica per gli affari correnti e pronto a garantire la continuità nell’eventualità, prospettata da molti e voluta da tanti, di un caos post elettorale. Meglio puntare sin da ora sul caos, sul disordine, sulla confusione  dal momento che una probabile vittoria  del centrodestra (sempre che si presenti unito) - tanto più che a guidarlo potrebbe essere non più Berlusconi, ma Salvini - rappresenterebbe una svolta inaccettabile, un vero pericolo per la finanza globale e l’oligarchia di Bruxelles. Vedremo. Al momento l’unico dato certo e che le elezioni segneranno l’uscita di scena di Renzi. La pecora Dolly ovvero il clone di Berlusconi,  è morta prima del suo originale, il quale, nonostante età e malattie, appare di nuovo più vivo che mai.

Certo, le cose sono cambiate rispetto al ’94: Berlusconi non è più il “nuovo che avanza”, anche se lui forse si illude ancora di esserlo. È tornato al centro  dell’attenzione  perché molti sono delusi dal presente e allora, soprattutto se hanno una certa età, rimpiangono il passato. Ma il  progetto neoliberista di cui era espressione è fallito e, con esso, la stagione dell’euro, che di quel progetto faceva parte,  e che anzi coronava l’ideale di un’economia di mercato che, come ha lucidamente scritto Wolfgang Streeck, sembrava allora essere riuscita a «liberarsi della politica attraverso la politica». A quel tempo, il cocktail che in Italia  si rivelò vincente fu quello tra “federalismo” bossiano e “liberalismo” berlusconiano: gli italiani votarono quel progetto che allora sembrava poter trasformare la Prima Repubblica, travolta dalla crisi provocata da Tangentopoli e in alternativa ad una sinistra sclerotizzata e priva della capacità di compiere il passaggio da un  PCI, ormai privo di senso dopo la fine della Unione Sovietica,  ad un autentico partito socialdemocratico sul modello di quelli europei.

Quell’alleanza tra Berlusconi e Bossi rappresentò la vera novità in Italia. Non era, almeno sulla carta, un semplice “cartello” elettorale, ma un’operazione politica che avrebbe voluto essere, nelle intenzioni, di ampio respiro. Una nuova élite stava nascendo, con figure di spessore. Bossi aveva dalla sua parte una mente geniale come Gianfranco Miglio e i suoi allievi, Berlusconi coinvolse intellettuali di altissima statura come Marcello Pera, Lucio Colletti, Giorgio Rebuffa, Vittorio Mathieu e altri ancora. Una rivista e persino una collana editoriale di alta cultura. Si volava alto. Il progetto fallì, quasi subito: ma un progetto per cambiare l’Italia perlomeno c’era stato e si trattava di un progetto ambizioso, non limitato alle riforme di mercato, ma che, come alcuni hanno sottolineato, forse non impropriamente, costituiva un vero e proprio «progetto di ridefinizione dell’identità politica degli italiani». Venne, invece, il “berlusconismo”, il “caimano” preso da una infinita serie di processi, i festini, il bunga bunga e così via. Venne, con esso l’”antiberlusconismo”, succedaneo di un antifascismo che non faceva più presa, unica arma di una sinistra incapace di costruire un progetto politico realmente “alternativo” a quello del suo avversario, che almeno un progetto lo aveva. Risultato? La cosiddetta Seconda Repubblica: una lunga stagione di crisi e di paralisi politica, finita nella monarchia di Re Giorgio. Acqua passata.

Eppure alcuni oggi pensano che nulla sia cambiato, e che si possa riprendere la strada da lì. Si invoca uno “spirito del ‘94”, che si aggira come un fantasma tra i berlusconiani rinvigoriti. Allora i modelli da imitare erano Reagan e Thatcher, oggi c’è Trump: meno tasse e frontiere chiuse. Allora però - non dimentichiamolo - avevamo la nostra liretta, oggi la rimpiangiamo. Così facendo, però, il centrodestra sta oggi  semplicemente riproponendo una serie di slogans del passato al posto di un progetto politico nuovo, adeguato al nostro tempo, che dovrebbe essere ben più articolato e approfondito.

Basti pensare alla “questione nazionale”. Un tema cruciale sul quale non mi sono stancato di insistere negli ultimi tempi in molteplici conferenze pubbliche e su giornali e riviste. Anche su questa. Tutto il dibattito in corso negli ultimi tempi sul significato del “sovranismo”, è stato quasi superato con una frase che è oggi sulla bocca di tutti (anche dei “globalisti”): “rivedere i Trattati”. Tutti oggi vogliono rivedere i trattati, molti sono anche disposti ad ammettere che l’euro è stato un esperimento  sbagliato. Ma l’uscita dall’euro pare  subordinata alla discussione  sui  trattati,  che saranno rivisti e quindi le cose andrebbero di conseguenza. Per la verità, però, l’euro è entrato in vigore con un “colpo di stato” contro i trattati, ma di questo nessuno oggi  vuole parlare. Eppure bisognerebbe ricordare che l’euro è il figlio illegittimo di un regolamento europeo, il numero 1466/97, che ha completamente stravolto il disegno originario previsto dal Trattato di Maastricht, come aveva già dimostrato, con grande lucidità, qualche anno fa Giuseppe Guarino.

Il Trattato di Maastricht, e quelli successivi non si discostano da esso, prevedeva in capo agli Stati membri due poteri fondamentali: quello del mantenimento del controllo sulla propria politica economica e quello di indebitarsi nei limiti prefissati, ma anche di superarli nel caso di circostanze eccezionali e temporanee.  Con il regolamento citato tutto questo cambia, viene stravolto, e il processo subisce una improvvisa accelerazione. Gli Stati venivano completamente esautorati da qualsiasi determinazione nella loro politica economica e il  loro compito era quello di raggiungere a medio termine il pareggio di bilancio, attenendosi al programma stabilito dall’Unione. Prima erano i governi nazionali a conservare una certa autonomia su come raggiungere gli obiettivi di politica economica e di bilancio, ora tutto finiva nelle mani dell’Unione. La sovranità degli Stati membri è stata violata con un regolamento che tradisce persino lo spirito dei Trattati europei. Un regolamento non può mai sostituirsi nella gerarchia delle fonti ad un trattato. Vale a dire: per modificare un trattato non basta un regolamento, ci vuole un nuovo trattato. L’euro è stato, dunque, introdotto non nel  rispetto dei Trattati europei,  bensì paradossalmente contro i medesimi. Non c’è nessun trattato da rivedere se vogliamo  liberarci  dall’euro. È sufficiente  dire che la sua introduzione è stata illegittima.

Il moderato” nel centrodestra c’è già. Berlusconi  sta organizzando al meglio le sue truppe, o sarebbe meglio dire le sue “gambe”,  ma il programma in fondo è sempre lo stesso: meno Stato, più mercato. Non funziona più oggi. Lo dico in modo molto moderato e per niente  incazzato. Oggi abbiamo bisogno di recuperare  la nostra sovranità monetaria  e questo significa più Stato. Tranquilli non voglio la dittatura del proletariato, ma solo dare alla Stato la possibilità di fare una sua politica economica.  Oggi abbiamo bisogno  di controllare il mercato e questo significa meno mercato. Tranquilli  non voglio  la pianificazione  sovietica,  ma solo evitare  quello che è successo con le banche lasciate libere di imbottirsi di prodotti tossici (tanto poi a pagare ci sono i cittadini).

Salvini potrebbe far capire tutto questo ai suoi alleati costruendo nella coalizione di centrodestra un polo autenticamente sovranista-populista  che ponga al primo posto del suo programma il recupero della sovranità nazionale e monetaria e  sull’onda del successo dei referendum  autonomisti, una trasformazione  dello Stato in senso federale. Berlusconi e Bossi vinsero le elezioni, contro una sinistra incapace, con una visione politica: “rivoluzione liberale” e federalismo; oggi Berlusconi e Salvini possono di nuovo vincere, contro un M5s che ha preso il posto della sinistra, ma politicamente è ancora più incapace. Grillo vive di tattica contingente,  ma dopo la morte di Casaleggio è privo di prospettiva. Grillo è la pancia, ma la testa manca. E poi l’essersi schierato con l’UE  e la moneta unica  apre a Salvini  praterie infinite.

Ci vorrebbe però una  visione politica precisa, incentrata sul recupero della sovranità nazionale.  Le prossime  elezioni in Italia potrebbero rappresentare la rivincita di tutto coloro, il ceto medio in particolare,  che  sono usciti sconfitti dalla globalizzazione selvaggia. “Sovranismo” non significa, necessariamente, centralismo, e può  coesistere con un riconoscimento molto ampio delle autonomie  locali. È il globalismo, e non il “sovranismo”, che è contrario al localismo. Contro lo strapotere della finanza globale e  delle oligarchie di Bruxelles cosa resta se non quel residuo di democrazia che ancora  troviamo all’interno degli Stati nazionali? Allo Stato unico globale possiamo solo replicare con uno Stato nazionale  che riconosca grande spazio  alle  autonomie locali.  È questo il principio di una “sovranità debole”, non leviatanica, di cui parlo da tempo.  E solo essa potrà conciliare ciò che sino ad oggi era difficilmente conciliabile: sovranità nazionale e federalismo.

Questo è ciò di cui c’è bisogno nella  coalizione di centrodestra: recuperare  il “sovranismo” in un’ottica federale, per tentare nella prossima legislatura una riforma in senso federale dello Stato.  Per tornare  grandi  bisogna tornare a pensare in grande. Ma per far questo ci vorrebbe una nuova élite, simile a quella che Berlusconi  e Bossi cercarono nel loro tempo  di costruire. Senza una visione politica, senza cultura politica non si va da nessuna parte.  

 

becchiPaolo Becchi

professore ordinario di filosofia del diritto

Facoltà di Giurisprudenza

Università di Genova