Lo straniero e il fuggiasco - F. Cavalla

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stranieroChi è lo “straniero”? In genere intendiamo per straniero uno che viene da un luogo diverso da quello dove siamo sempre vissuti; però la parola, nel pensiero unico dominante, ha assunto un significato sospetto. Che non si pensi che lo straniero abbia qualità inferiori alle nostre, che abbia qualcosa da imparare, che non debba godere di tutta la considerazione e di tutti i diritti riconosciuti ai nostri compatrioti, che meriti una qualche diffidenza; anzi, per carità, lo straniero deve ritenersi una benedizione per i nostri cervelli incalliti in usi e tradizioni di una cosa che chiamiamo civiltà e che qualcuno – il fellone! – si ostina a considerare degna di essere difesa come quella che detiene principi fondamentali per lo sviluppo dell’umanità: è vero invece che la cultura occidentale è solo un caso storico in mezzo ad altri e non più meritevole di altri avendo anzi a suo carico la colpa di essersi manifestata nel tempo pretenziosa, aggressiva e guerrafondaia. Certo alla fine, dopo l’epoca dei lumi, anche noi ci siamo capiti. Abbiamo compreso che tutti gli uomini sono uguali, dotati di un’identica ragione, sicché tutti possono convivere con tutti specie adesso nell’era della globalizzazione: e se capita che qualcuno non conosca certe evidenze – come la parità tra uomo e donna, la libertà di opinione e di culto e via dicendo – basta spiegargli le cose e lui capisce subito, non c’è problema. Nessuno è straniero ad altri se non per il fatto accidentale del suo luogo di nascita; nessuno è ostile se non è provocato, “nessuno è illegale” perché i confini non hanno ragione di esistere. La terra è di tutti.

Ma siamo sicuri che questo illuminismo d’accatto – che ben si sposa con un certo cristianesimo piagnone – sia l’unico esito, demistificante, della cultura occidentale? Di quella cultura – lo si voglia riconoscere o no – che si è costituita dall’incontro di Atene con Gerusalemme?

Da quell’incontro ci proviene un deposito di principi – non sempre seguiti, spesso malamente professati nella storia dell’Occidente - che possono comunque aiutarci a fare chiarezza concettuale nei dibattiti contemporanei quando siamo costretti a confrontarci, nei modi più vari, con popoli non più semplicemente lontani, come potevano apparire fino a ieri.

Non sembri dunque inopportuno – quasi si trattasse di inutile erudizione – il ricorso ad uno testi fondativi della nostra cultura quale deve essere considerata la tragedia I Persiani che Eschilo compose, come è noto, circa cinque secoli avanti Cristo.

È degno di profonda meditazione che in Atene, proprio nel momento in cui la città prende coscienza della propria unità culturale e cerca – anche con le rappresentazioni tragiche – di costituire un sentire comune, una comune etica fra i suoi membri, un grande poeta metta in scena un’opera in cui egli si pone dal punto di vista degli altri, di coloro che sono stati sconfitti nella campale battaglia di Salamina. Certo il poeta, rappresentando il dolore e la disperazione dei persiani dopo la sconfitta, intende anche celebrare il valore dei vincitori. Ma non c’è solo questo intento: il poeta vuole anche mostrare che con i nemici ci sono sentimenti comuni: il dolore, appunto, la desolazione per la perdita dei propri cari, quale anche tra i vincitori molti dovevano provare. Ma in questo cercare ciò che è comune a tutti, il poeta deve constatare che tra greci e persiani rimane una non superabile diversità. Mentre l’ateniese si impegna a capire i sentimenti e le idee del persiano, il persiano non è capace di fare altrettanto. Mentre l’ateniese si impegna doverosamente a capire gli altri, si accorge che non tutti gli altri sono disposti a capire lui. Ed è per questo fatto – non perché hanno costumi e leggi e istituzioni diverse – che Eschilo qualifica i persiani come barbaroi: parola greca che non va tradotta come “barbari” (che ha una connotazione negativa) ma propriamente come “stranieri”.

Ecco chi è lo straniero: che non è tale per qualche accidente storico (come potrebbe essere la lontananza della provenienza, la diversità delle tradizioni o, meno che meno, la diversità della pelle) ma per una attitudine fondamentale dell’esistenza che impedisce di istituire con lui un rapporto autenticamente dialogico. È straniero – per tutti i cittadini di Atene e Gerusalemme - chi non è disposto a riconoscere la consistenza e i diritti di una civiltà diversa dalla sua.

Lo straniero non va aggredito, disprezzato, demonizzato; anzi, proprio in nome di quella comune umanità di cui l’Occidente è custode, con gli stranieri è bene stabilire rapporti di buon vicinato attraverso accordi, patti e azioni diplomatiche. Ma bisogna sempre ricordare che con gli stranieri finché rimangono tali – finché cioè non mostrano quella fondamentale attitudine dell’intelligenza che consiste nel comprendere l’altro e le sue ragioni – è sempre possibile sorgano conflitti non mediabili. Sicché con lo straniero, ovunque si collochi materialmente, è necessario stabilire confini culturali e fisici ben marcati e protetti.

Quando si trovi in territori diversi da quelli di provenienza, lo straniero, finché non si disponga a mediare le proprie convinzioni con quelle degli ospiti rimane uno che, costitutivamente, non solo proviene da altrove, ma è anche diretto altrove. Perciò se ha senso parlare di accoglienza e di ospitalità verso lo straniero, non ha nessun senso parlare di integrazione. Non si integra chi non ha nessuna intenzione di far parte della società che lo ospita ma vede quella società come luogo dove portare la sua, e solo la sua, cultura: non si integra chi vuole fissare nella società ospite una meta che essa non persegue. Progettando una integrazione impossibile si ha come unico risultato quello di apparire di fronte allo straniero come terra di mera conquista. E allora? Finché resta, ma è diretto altrove, per lo straniero leggi e costumi siano solo e sempre le leggi e i costumi che regolano la vita dei cittadini: senza eccezione alcuna.

Diverso dallo straniero è il fuggiasco. Costui si presenta privo di luogo natale perché il suo luogo natale lo ha respinto, gli è divenuto minaccioso. Si presenta allora anche senza meta; ciò che lo muove è il desiderio di sopravvivere: e qualunque luogo è buono se gli garantisce immediatamente la sopravvivenza. Ciò che egli ha diritto di chiedere, nelle civiltà che sanno riconoscere una natura comune in ogni uomo non gli può essere rifiutato. E gli va offerto quello che a ogni uomo compete: un’origine, una patria, una legge, un costume; quell’origine, patria, legge e costume che è propria dei cittadini ospitanti. Se la parola integrazione ha un senso vuol dire proprio questo: dare a chi in un certo luogo non è nato, non ha collaborato con il proprio lavoro e con i propri sacrifici a costruirlo, la possibilità di inserirsi tra i collaboratori e i costruttori impegnando le proprie capacità, il proprio sacrificio. Quasi un’estensione terrena della parabola evangelica: la stessa mercede anche agli operai dell’ultima ora.

Ma la mercede va offerta solo a precise condizioni. Bisogna pur capire che le risorse di qualsiasi paese ospitante non sono mai infinite. La terra non è- come vorrebbero gli utopisti che si ammantano di aspirazioni apparentemente nobilissime – una sorta di Eden dove chiunque può scorrazzare cogliendo frutti dagli alberi, incuranti del luogo dove essi sono stati coltivati, tanto ce ne è per tutti. Quindi la prima condizione per offrire adeguato riparo al fuggiasco è che egli sia stato costretto ad abbandonare le proprie origini e non che lo abbia semplicemente desiderato. Certo non è sempre agevole distinguere la necessità dal desiderio. Ma la comunità internazionale offre uno strumento altamente imperfetto ma sempre più preciso degli altri: il diritto. Il diritto internazionale consente di riconoscere il profugo rispetto a chi, non essendolo, finisce per fare la parte del predone. La seconda condizione è che il fuggiasco non voglia portarsi appresso usi e costumi contrari a quelli del paese ospitante: ché in questo caso diventa un colonizzatore indesiderato. La terza è che il fuggiasco si adoperi effettivamente a lavorare per la nuova patria, ché altrimenti diventa un invasore. E con chi si presenta come fuggiasco ma è in realtà predone, colonizzatore, invasore, il comportamento possibile è uno solo: metterlo alla porta al più presto.

Certo, siamo tutti consapevoli che quello di regolamentare i flussi di quanti, un tempo lontani, ora premono alle porte dell’Europa per entrare costituisce un problema estremamente complesso che esige uno sforzo economico e politico di grande ampiezza. Ma il problema, oltre che complesso, diventa anche insolubile se non si hanno le idee chiare intorno a coloro con cui si ha a che fare: stranieri, fuggiaschi, predoni o invasori.

Ed è qui che si manifesta la questione più grave per gli europei. Per riconoscere le diverse figure non basta averne la definizione concettuale: occorrerebbe soprattutto sapere chi siamo. Se continuiamo a restare orgogliosi di supposti nostri valori di civiltà e questi si riducono a professare un relativismo becero per il quale tutte le posizioni, tutti i desideri (magari ammantati da “diritti umani”) sono equivalenti , se continuiamo a pensare che stiano sullo stesso piano famiglia eterosessuale e unione tra gli omosessuali, generazione naturale e fecondazione artificiale, rispetto delle tradizioni e irrisione delle stesse, collaborazione produttiva e vita parassitaria, pensiero informato e chiacchiera da tweet, e via discorrendo, allora come possiamo confinare chi viene “da fuori” o mediare con lui, o integrarlo se non abbiamo nulla da opporgli? Che discorso può fare l’orgoglioso partigiano del multiculturalismo europeo a chi si presenta con una cultura aliena? Può solo dirgli: “beh, se venite da queste parti potete restare e restare quello che siete”. Il partigiano del multiculturalismo odierno è spesso scioccamente orgoglioso perché vuole abitare in una spianata senza confini aperta ad ogni scorreria di orde ostili.

Ritornare ad Atene passando da Roma e Gerusalemme: sarà ancora possibile? Eppure è necessario.

 

cavallaFrancesco Cavalla

professore emerito di filosofia del diritto

Università di Padova