Il dibattito sul PIL - G. Büchi

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economiapilIn tempi recenti si è rinnovato il dibattito sull’adeguatezza del PIL come misura del benessere di un Paese. Idee vecchie e nuove si sono incrociate sotto titoli di stampa del tipo “il PIL è uno strumento superato”, “abbandoniamo il PIL”,”occorrono indicatori che rimpiazzino il PIL” “ combattenti no PIL” e via dicendo. Può essere utile tenere separati alcuni concetti, per evitare di attribuire ad uno strumento contabile l’assenza di risposte che in ogni caso trascendono il suo ruolo.

Il PIL è uno strumento di metrica economica, anche se concettualmente non si basa sull’econometria intesa nel senso di stima statistica di relazioni fra cause ed effetti. Si tratta di un insieme di regole e convenzioni contabili internazionali che assicurano di misurare al tempo stesso il valore flusso dei beni e dei servizi prodotti in un Paese dal 1 gennaio al 31 dicembre e di farlo coincidere, consolidando, con il corrispondente flusso di remunerazione del lavoro e del capitale che hanno partecipato a tale produzione, creando valore aggiunto.

E’ intuitivo il parallelo microeconomico con la misura del reddito annuo desumibile dal conto economico di una famiglia. Sia il livello assoluto di tale reddito sia le sue eventuali variazioni da un anno all’altro, sono fonte di gioie e dolori. Tuttavia nessuno può ragionevolmente pensare che tali misure diano conto del benessere complessivo, dell’armonia, dei sogni e delle aspirazioni di quella famiglia, senza che per questo la misura del reddito non rimanga importante.

Ciò premesso, gli argomenti da cui partono le accuse di incompletezza al PIL sono fra loro diversificati, ma tutti accomunati dal fatto di essere, da un punto di vista logico, non congruenti rispetto a ciò che il PIL si propone di misurare. Le cause di questa non congruenza possono essere ricercate in quattro ambiti concettuali.

Innanzitutto il PIL misura l’offerta e la remunerazione di fattori produttivi, molte delle critiche riguardano la soddisfazione che i consumatori traggono da questa offerta. Quindi riguardano la domanda e connessi aspetti di equilibrio psico fisico sociale sociale di cui parla l’OMS da molto tempo a proposito del benessere di una popolazione.

Il secondo ed il terzo ambito concettuale sono entrambi connessi da un lato alla natura dell’evoluzione tecnologica e dall’altro al fatto che quest’ultima si è sviluppata negli ultimi tre decenni in un contesto neoliberista.

Il secondo ambito di considerazioni riguarda il disallineamento temporale che si manifesta tra l’espulsione di fattori produttivi da alcuni settori e il loro trasferimento ad altri. In altri termini, la mancata flessibilità che invece molti modelli che stimano a livello globale i vantaggi di una diversa riallocazione dei fattori, danno per scontata. Ciò ha contabilmente, per vari motivi sopratutto in Paesi come l’Italia, un effetto depressivo che il relativo PIL non può che registrare. Se poi vi siano le premesse di crescita futura, questo dipende da una serie di ipotesi e di relazioni causa effetto che non hanno a che vedere con la contabilità del PIL.

Il terzo ambito concettuale è di natura statistica e concerne l’equità. La tecnologia e la ricerca di economie di scala causano una perdita di peso delle remunerazioni medie, ovvero della parte centrale della distribuzione dei redditi da lavoro, che si traduce inevitabilmente in misure di minore equità distributiva del PIL.

Gli ultimi due punti riguardano dunque l’effetto sul PIL di fenomeni ben noti, di tendenze di lungo periodo le cui conseguenze di breve su singoli settori o gruppi sociali sono stati e sono tuttora drammaticamente sottovalutati da élites politiche e culturali inclini, a volte per loro natura intrinseca a volte per mero calcolo di convenienza, ad una visione olistica che è molto più facile cavalcare per slogan, piuttosto che ad affrontare e cercare di governare con pazienza e gradualità fenomeni complessi e spesso contraddittori.

Il quarto e ultimo ambito riguarda la distinzione fra flussi e stock. Il PIL misura solo flussi (annuali o infra annuali) e non riguarda lo stock patrimoniale di un Paese, che pure è rilevantissimo (come ordine di grandezza molto superiore al PIL), ancorché poco studiato e misurato. Questo è un argomento, particolarmente evidente nel caso della difesa dell’ambiente naturale, che richiama il parallelo di una famiglia che guarda solo alla misura del reddito e non si cura del contestuale dilapidarsi del suo stock di patrimonio di risorse patrimoniali, tangibili e intangibili.

Negli ultimi anni a questo riguardo si è aggiunta una valenza particolarmente grave, che va oltre le considerazioni sull’ambiente naturale, come tradizionalmente inteso. La crescita della illegalità diffusa contro i beni pubblici e il loro degrado (pensiamo ai centri storici, allo stato della maggior parte delle scuole pubbliche, alla occupazione illegale di spazi pubblici in nome dei “beni comuni” ma non solo) significano una perdita di valore patrimoniale a cui il cittadino medio è molto sensibile e che è completamente al di fuori del PIL.

Peraltro, una mobilitazione di risorse e di iniziative per contrastare questo degrado, con una domanda che venga da un “Good State”, sarebbe un contributo alla crescita del PIL, così come nel caso del “long term care” e tanti altri temi che comportano una profonda innovazione nel campo del welfare. Non è vero infatti che le attività no profit (il cui output non è misurabile a prezzi di mercato) rendano incerta la misurazione del PIL.

Si apre a questo proposito una tematica molto ampia, il cui sviluppo compiuto esula dagli obiettivi di questo contributo. Alcuni punti meritano tuttavia di essere richiamati già ora. Innanzitutto il livello di disoccupazione e il gap educativo di larghi strati della popolazione e di aree geografiche sono stati lasciati crescere in Italia (anche e sopratutto per inerzia della politica e a differenza di quanto avvenuto negli anni di crisi nel resto dell’Europa) ad un livello tale, che è pura demagogia pensare di riassorbirli nel breve con strumenti ordinari di politica economica come la detassazione o gli incentivi alle start up. Questi sono strumenti molto utili per rivitalizzare lavoro e capitale che già sono all’interno del loop del mercato.

E tuttavia, come già ricordato, innovazioni nel campo del welfare e del non profit sono il primo ineludibile passo per affrontare la crisi sociale e per trasformare questa crisi in opportunità. Sopratutto se queste azioni sono rivolte alla conservazione e al miglioramento del patrimonio (di beni pubblici, di salute ecc), esse sono in grado di dare un contributo importante al PIL. Il dibattito attuale su questi temi verte sulle risorse (pubbliche, private, con coinvolgimento dei winners della globalizzazione, facendo leva sulla responsabilità sociale e sul public engagement delle imprese) e sui soggetti che recepiscono le risorse e implementano le politiche. Su questi temi non vi sono idee giuste o sbagliate, a condizione che le regole del gioco siano chiare e che a tutti gli attori sia chiaro il significato di responsabilità del welfare.

In termini di politica economica ciò comporta il verificarsi di molte condizioni, tra cui due meritano di essere richiamate. La prima consiste nel fatto che gli “agent” che recepiscono le risorse e attuano le azioni (cooperative, onlus ecc) abbiano solo obiettivi espliciti e allineati con il “principal” (la collettività e lo Stato che affida loro le risorse) e non vi siano sulla scena attori con obiettivi non dichiarati ( ad esempio di appropriarsi di parte delle risorse, di esercitare una pressione al ribasso sul mercato del lavoro, o di alimentare conflitti). La seconda condizione, strettamente connessa, comporta l’esplicita considerazione dei problemi di “moral hazard” che sempre rischiano di annullare gli effetti benefici di politiche di welfare. Azzardo morale e problemi di principal agent sono concettualmente facili da contrastare e da sconfiggere, se affrontati apertamente. Hanno tuttavia un potente alleato in rendite implicite e in comportamenti “rent seeking”.


buchiGiacomo Büchi

professore ordinario di economia e gestione delle imprese

Scuola di Management e di Economia

Università di Torino