Sovranismo - F. Cavalla

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cavaliereacavalloMi sono chiesto tante volte quali siano i modelli – tra quelli diffusi dai grandi mezzi di comunicazione – in cui si identificano giovani e giovanissimi del giorno d’oggi. Certamente tra queste figure ideali c’è Superman, l’Uomo Ragno, i Supereroi celebrati da films e fumetti largamente presenti nell’immaginario collettivo. Costoro non guardano mai in alto, sono loro più elevati di tutti: volano, si inerpicano sui grattacieli, fanno balzi prodigiosi; si mettono in posizioni da cui guardano in basso. Così loro spadroneggiano sulla terra giacché sono dotati di una forza che gli uomini comuni non possiedono. È una forza che loro viene da eventi naturali esorbitanti le conoscenze degli uomini d’oggi, ma pur sempre eventi fisici, naturali. E perché non sognare di volare, sistemare i cattivacci con uno sguardo fulminante, distruggere una fortezza nemica con un solo pugno ben assestato?

Storie ingenue si dirà, dove si può ammirare forse la fantasia degli autori e l’eleganza del disegno. Ma non è solo questo. La creazione dei “Supereroi” accoglie e divulga, in modo schematico ma esemplare, ciò che la cultura dominante moderna dice del mondo e dell’uomo. Del mondo dice quello che si può affermare guardandolo da un punto posto molto in alto ma sempre dentro di esso: così che appare una distesa nella quale le differenze e i confini, tra regioni e popoli, si sfumano sino a non essere più percepite. E l’uomo? Gli uomini sono visti come una molteplicità di punti in una distesa informe nella quale incontrano ostacoli, subiscono cattiverie, esprimono desideri: ma comunque i beni ottenuti o mancanti agli uomini sono sempre beni circoscritti in quel mondo “schiacciato a terra”, come lo si vede dall’alto; e la speranza di risolvere i problemi è affidata all’intervento di una forza (quella appunto dei Supereroi) più potente di quella dei comuni mortali, ma pur sempre originata da fattori naturali ancorché ignoti.

E non è questa la visione delle cose che la cultura dominante in Occidente cerca di imporre come unica prospettiva per il futuro? Quale destino un’Europa – immemore delle proprie radici, aperta alle scorribande di qualsiasi popolo, indifferente di fronte a qualsiasi cultura religiosa – sta preparando a se stessa? È il destino che si attua con la creazione di una sorta di universale meticciato consumistico, privo di valori, sotto la guida delle potenze finanziarie e produttive, pronte a indurre e soddisfare desideri immediati dei singoli maneggiandoli a proprio vantaggio. E l’invasione dei “barbari” non costituisce affatto un motivo di allarme per le potenze finanziarie e produttive dell’Occidente che pensano di “integrare” lo straniero proprio con la sua progressiva assimilazione al modello dell’uomo apparentemente libero ma in realtà dipendente dai suoi desideri indotti.

E c’è chi ha il coraggio, di fronte all’uomo contemporaneo, di parlare di “antropologia positiva”: come se oggi l’uomo avesse finalmente raggiunto la liberazione da superstizioni, coercizioni inutili, falsi miti. Ma è una liberazione che produce in realtà una antropologia totalmente negativa dove l’uomo è trattato come un oggetto, come un fascio di pulsioni manipolabili.

In questa situazione è del tutto fuori luogo continuare a predicare i valori della tolleranza e dell’accoglienza verso tutto e tutti come i valori più propri dell’Occidente. Posso accogliere se la mia casa è ben costruita e ci abito bene, non se è una soffitta ingombra di cianfrusaglie dove chiunque può entrare e fare i sui comodi. Posso tollerare se ho ben chiare quali sono le mie idee: altrimenti finisco per accettare per buona qualsiasi sciocchezza.

Malgrado tutto, non tutto è perduto. In Europa (non poteva essere altrove) prendono sempre maggior rilevanza esperienze politiche, sociali e culturali definite dal sistema dell’informazione ufficiale come “sovraniste”. C’è spesso, in chi usa questo termine, un senso di non nascosto distacco se non proprio di ironia o sarcasmo: quasi che il “sovranismo” si riducesse alla difesa di assetti giuridici o, peggio, regimi sorpassati dalla storia. Quanta più o meno colpevole ignoranza!

Certo, sotto l’etichetta del “sovranismo” si pongono istanze varie e non tutte sufficientemente articolate: ma ciò che in esse vi è di comune, e assolutamente vivo, non è mai la semplice difesa di privilegi localistici o della pura autonomia giuridica degli stati nazionali contro l’ingerenza di ottuse burocrazie internazionali. C’è ben altro: c’è la volontà di valorizzare per ogni regione del nostro continente, il patrimonio culturale di ciascuna, il debito verso la sua storia specifica, i costumi della sua gente che danno l’identità ad un popolo e lo salvano dall’assimilazione al popolame dei “sempre connessi”. E tutto ciò non già a favore di un antistorico isolazionismo generalizzato, ma nella convinzione che il dialogo tra i diversi Paesi è fecondo se ciascuno conferisce, alla ricerca di ciò che è bene per tutti, la ricchezza della propria identità.

Il sovranismo non importa affatto un atteggiamento xenofobo o islamofobo, come molti scioccamente insinuano. Anzi: la valorizzazione delle identità storiche delle popolazioni europee è proprio ciò che consente un dialogo serio con culture altre. È senza questa valorizzazione che diventa inevitabile un vero scontro tra civiltà: tra un Oriente “pieno” di religione incurante della storia e un Occidente totalmente “vuoto” di religiosità e valori; così che gli esponenti del “pieno” – nella misura in cui percepiscono il “vuoto” non solo come scandaloso ma anche come minaccioso (con le sue pretese assimilatrici) – inevitabilmente irrigidiscono le loro posizioni, reagiscono alla “corruzione” delle generazioni più giovani, accentuano un atteggiamento più o meno esplicito di avversione verso la civiltà occidentale.

Chi è l’antagonista dei Supereroi? Ricordo certi libri della mia infanzia in cui si narravano le gesta dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Erravano di contrada in contrada, apprendevano usi e aspirazioni diverse, sostavano in castelli di molte fogge e si intrattenevano con i loro abitanti così apprendendo vari costumi e saperi. Dappertutto imparavano; dappertutto cercavano. Che cosa? Erano disegnati a cavallo, in splendide armature, recanti una lancia: la cui cima puntava in Alto.


cavallaFrancesco Cavalla

professore emerito di filosofia del diritto

Università di Padova