La Chiesa può crollare? Un incubo che vorremmo scongiurare - R. Cristin

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sanpietroProiettati in un’epoca imprecisata (ma collocabile almeno un paio di secoli dopo il 2000), con l’illuminato libro di Aldo Maria Valli, Come la Chiesa finì (Liberilibri, Macerata, 2017, 154 pp.), ascoltiamo il racconto di un testimone delle grandi trasformazioni della civiltà umana, il Cantore Cieco, il quale più che a Omero fa pensare a Borges, perché la storia di cui egli ci parla non è epica ma utopica, anzi distopica, intricatamente barocca come i racconti borgesiani, affascinante come un romanzo a chiave, la quale in questo caso consiste nel nome della cosa: Francesco. E la cosa è la Chiesa, la nostra Chiesa cattolica, di cui viene raccontata, per parafrasare Gibbons, la storia della decadenza e della rovina. Ma diversamente dall’Impero romano, la Chiesa possiede una differenza essenziale, che la rende unica rispetto a tutte le altre istituzioni, data dalla sua inerenza al divino. Da qui il suo sguardo all’eterno e la sua forma di lunga durata, finché però rimane tale, figura cioè dello spirito che si trova nel mondo ma che non appartiene al mondo o che almeno con esso non si identifica.

Quando una struttura della trascendenza viene trasformata in organizzazione sociale, può crollare, come può accadere alle strutture umane, immanenti e storiche. Finché la Chiesa si era mantenuta sul piano del divino, poteva contare sullo scudo del sacro, che come ha visto Rudolf Otto è l’unico spazio di salvezza riservato all’uomo nel mondo (e poiché il sacro è una creazione occidentale, esso è anche l’ultima difesa dell’Occidente). Ora invece, racconta il Cantore, radicalizzando e deformando il farsi-uomo di Cristo, essa si è fatta mondo, e da questo è stata assorbita, autodistruggendosi. Uno scenario fanta-ecclesiastico che tuttavia, secondo Valli, non è implausibile: «una Chiesa che, dimentica del Vangelo e impegnata a inseguire il mondo, nel folle tentativo di rendersi più amichevole e attraente, più dialogante e accogliente, meno arcigna e dottrinale, finisce col tradire se stessa e si consegna nelle mani dei dominatori di turno».

L’equazione è semplice: cosa resta della Chiesa se le si toglie la dottrina, la dogmatica? Quasi nulla, un simulacro, una lontana eco del divino. Modificata la cosa, anche il nome non è più autentico, e serve ad altro scopo. Nella trasformazione della Chiesa cattolica in organizzazione umanitaria consiste l’errore storico, compiuto non per inavvedutezza ma per ideologia, con cui i papi Francesco (il plurale non è un refuso) avrebbero portato la Chiesa alla distruzione. Come dicevo, la chiave sta nel nome del pontefice: dopo Francesco I, tutti i successivi si sarebbero chiamati così, e tutti latinoamericani. In un romanzo di questo genere e di questa complessità, nella chiave risiede la spiegazione dell’intreccio, la verità e il destino della storia. Se la chiave è Francesco, allora è in lui che va cercata la causa degli eventi, la genesi di quella trasformazione che portò la Chiesa a diventare altro, ad alienarsi, per assecondare quella tensione mondana, politica potremmo dire, che da quel primo Francesco divenne poi nei suoi successori compulsione, volontà di potenza che finì con l’autodistruzione: «il desiderio di compiacere il mondo, di non provocare conflitti, di apparire dialogante e disponibile, le ha fatto perdere il senno», e così, «ridotta a essere una copia del mondo», la Chiesa «si è condannata all’irrilevanza».

Questa metamorfosi ideologicamente indotta ricorda l’involuzione compiuta dalla Chiesa nel romanzo apocalittico, ma terribilmente profetico, di Jean Raspail (Il Campo dei Santi, del 1973), nel quale un papa sudamericano, che «da vescovo faceva in Europa l’agitatore col racconto delle miserie del Terzo mondo» sostenendo che «solo la povertà è degna di essere condivisa», ora dinanzi all’invasione, in preda a esaltazione pauperistica esorta gli europei «ad aprire i loro cuori e di offrire tutti i loro beni materiali agli sventurati che Dio ha condotto a bussare alle nostre porte», perché la carità «o è totale o non è affatto», e così «se non daremo tutto, non avremo dato nulla». Fu così che quel pontefice decise di devolvere i beni della Chiesa all’ondata di migranti che stava travolgendo la Francia, e con essa l’Europa. Chi si opponeva a quell’azione congiunta fra potere politico, ecclesiastico e mediatico, veniva emarginato dalla scena sociale, isolato, escluso, silenziato, nel migliore stile del totalitarismo sia comunista sia politicamente corretto.

E così, nel romanzo di Valli, il Cantore Cieco parla da un monastero nelle isole Solovki, arcipelago tristemente noto per aver ospitato il primo gulag sovietico, nel quale si trova confinato per non essersi conformato alla nuova precettistica, per aver osato dissentire, per aver evocato antiche verità. Nelle sue parole si manifesta la sofferenza dell’autore, che traspare da ogni pagina, da ogni episodio di questa via crucis alla rovescia: dal cielo alla terra e via via fino all’abisso. Raccontare di come il Natale fu sostituito da una cerimonia neutra («niente messa, ma un culto unificato, alla presenza di rappresentanti di tutte le religioni») non è per l’autore né cronaca né provocazione, ma l’espressione di un dolore profondo, che viene da un’esperienza quotidiana, dalla constatazione che la speranza di una risalita dalla china dell’autodistruzione viene costantemente frustrata con le espressioni e le azioni della Chiesa. Un «memoriale» quindi più che un romanzo: una memoria doppia, quella del futuro lontano e del presente vivente, che si incrociano nelle cronache del Cantore e nelle riflessioni dell’Autore.

Il passaggio decisivo, che condurrà alla dissoluzione, richiama parole e accenti del nostro presente: la Chiesa cattolica diventa «Chiesa dell’accoglienza». Ora il senso si sposta dall’universalizzazione all’accoglienza. La direzione passa da centrifuga a centripeta: prima la Chiesa si estendeva a evangelizzare, ora si restringe ad accogliere. Un leggero spostamento, che però rappresenta una totale divaricazione: abbandonato il movimento di acquisizione (conquista delle anime), ora la Chiesa si abbandona al mondo, all’altro, facendosi conquistare. E aprendo la strada alla definitiva caduta dell’Occidente, vittima di organismi nati al suo interno, istituzioni neutre e politicamente corrette. Il governo mondiale unificato sotto il segno della fratellanza, guidato da un’entità chiamata «Coloro che Amano» e organizzato da un «Alto Commissariato», richiama la forma di quel «totalitarismo angelico» che Richard Millet ha indicato come il marchio del controllo a cui, oggi, nella nostra epoca, le organizzazioni internazionali stanno sottoponendo le nazioni e i loro popoli.

Nel «Vocabolario della Chiesa Accogliente», che Valli riporta con ironia e opportuno sarcasmo, troviamo tutte le parole che l’attuale politicamente corretto avrebbe trasmesso ai posteri e che sarebbero state accolte dalla Chiesa post-cattolica. Qui «pace» significa «ciò che vogliono i musulmani»; e se «multireligiosità» è «parola da usare spesso, anche a casaccio», la parola «tradizione» è da «usare poco, per lo più in chiave polemica», mentre il concetto di identità va proprio bandito, in quanto «parola sorpassata, da evitare» e casomai da «usare solo nell’espressione “identità plurale”».

Infine, una precisazione non superflua: stiamo leggendo un’allegoria raffinatamente grottesca, un incubo che tutti ci auguriamo non si avveri. Ma il fatto inquietante, anzi drammatico è che il libro di Aldo Maria Valli, straordinario sia perché parla di ciò che sta fuori dell’ordinario sia perché è geniale nella sua visione, delinea il futuro ma, nella sua essenza, parla del nostro presente. Questo è il paradosso di una distopia che invece di portarci lontano ci fa vedere qualcosa di nascosto, ma reale, dentro la nostra situazione attuale, qui ed ora. Ancora una volta, per capire occorre la chiave: il nome della cosa.


cristinRenato Cristin

professore di ermeneutica filosofica

Università di Trieste