Religione e religioni nella costruzione delle comunità alpine: chi ha paura delle identità tradizionali? - V. Pacillo

  • PDF

paesaggioalpinoDal 1870 al 1990 quasi il 50% dei Comuni alpini e prealpini è stato interessato da un forte spopolamento: in particolare – per ciò che riguarda l’Italia – gli studi di Mauro Varotto evidenziano come la distribuzione abitativa delle terre alte dell’Italia settentrionale risenta di una profonda differenziazione derivante dall’incremento abitativo nei comuni della cintura pedemontana prospiciente la pianura (aree di pendolarismo) e nei corridoi vallivi caratterizzati dal passaggio di importanti assi viari e/o da industrializzazione diffusa (Val d’Aosta, Valtellina, Val d’Ossola, Val Brembana, Seriana, Camonica, Trompia, Val d’Adige, Val Belluna), e dal correlativo spopolamento delle valli alpine e prealpine trasversali. La conseguenza di questo processo non è solo la marginalizzazione socioeconomica di ampie zone del Paese (montagna senza abitanti), ma anche una profonda perdita di identità di insediamenti urbani che – pur situati in territorio alpino – hanno quasi completamente perso la propria identità montana (abitanti senza montagna) e dovuto così affrontare gli spettri dello spaesamento e della perdita di identità .

Se si cercano le cause di questo processo di transito dalla ruralità alpina all’urbanizzazione pedemontana si scopre che – secondo la dottrina più avvertita – il problema non deriva tanto dalle difficoltà del settore primario o dal desiderio di allontanarsi da un ambiente inospitale, quanto piuttosto dall’incapacità della politica centralista di governare con efficacia le peculiarità socioculturali delle terre alte settentrionali.

Tali peculiarità sono strettamente connesse al concetto di Heimat.

Come è noto, il sostantivo tedesco “Heimat” è ben difficilmente traducibile in lingua italiana. Il dizionario Sansoni lo rende indifferentemente come “patria”, “paese natio”, o addirittura come “casa”, quasi a sottolineare che il lemma esprime un nesso di relazionalità strettissimo tra un determinato luogo e la sede dei propri affetti più cari.

Propriamente dunque, l’Heimat rappresenta quella dimensione locale nella quale si svolge la personalità dell’individuo, il quale – proprio perché all’interno di quella dimensione – è in grado di sviluppare la propria personalità: lo spazio/ambiente fornisce un senso alla vita dell’uomo, nel senso che esso è in grado di fornirgli strumenti e contenuti per rispondere alle domande ultime e per garantirgli uno stato di benessere continuato.

Se si pensa all’Heimat delle comunità abitative insediate sui territori delle Alpi e delle Prealpi, va osservato che esse hanno orientato il rapporto tra spazio fisico ed attività sociale ed istituzionale intorno a due elementi essenziali:

– la costruzione di un legame intersoggettivo condiviso capace di superare l’ostilità della natura grazie all’aiuto reciproco, alla condivisione delle risorse e ad un capillare controllo sociale fondato sull’esistenza di forti valori comuni;

– l’esistenza di un forte tessuto connettivo di carattere religioso diretto a produrre i valori di riferimento della comunità, a creare figure capaci di esercitare un controllo sociale (almeno teoricamente) apolitico e quindi idoneo a vigilare sul rispetto dell’etica di fondo senza legami con il potere dominante (es. il parroco) ed infine a (ri)produrre costantemente un senso di appartenenza assiologica anche in funzione di sublimazione delle angosce derivanti dalla precarietà dell’esistere.

L’interazione di questi due elementi ha fatto sì che la religione (anche e soprattutto nella sua ipostatizzazione come religione-di-chiesa istituzionalmente organizzata) sia diventata – per utilizzare una chiave di lettura proposta da Annibale Salsa – uno di quegli elementi capaci di ristabilire «omeostaticamente l’equilibrio tra il mondo esterno della montagna (Umwelt) e quello interno della comunità di villaggio (Mitwelt)», dal momento che la produzione (e la riproduzione) del sacro «occupa una posizione strategica nell’attribuire un senso al territorio e nella marcatura degli spazi dell’appartenenza familiare (Heimat)» .

Ciò ha condotto molte comunità stanziali sul territorio alpino a creare un legame peculiare e privilegiato con il paesaggio naturale ed architettonico così come caratterizzato dallo spazio e dal luogo sacro. L’Heimat – identificandosi come relazione privilegiata tra uomo e spazio/ambiente – è strutturato dalla presenza di luoghi ed elementi irrinunciabili propri della cultura e della società montana (la casa, costruita secondo le regole architettoniche tradizionali; l’elemento selvatico, ossia la visuale sulle vette più alte, sui crinali o sui ghiacciai) tra i quali non può non trovare posto l’edificio-chiesa, la casa di Dio, edificata secondo i canoni d’uso nella storia della comunità ed immaginata come luogo di ritrovo per i fedeli della comunità- Chiesa dominante – corporazione capace di custodire il dogma così come tramandato attraverso le generazioni e di istituzionalizzare il sacro attraverso la ritualità organizzata (ancora una volta comunitaria, prima ancora che individuale). In questo senso, l’edificio di culto diventa oggetto capace di rappresentare l’identità comunitaria ed assurge al ruolo di marcatore culturale e simbolico di fronte all’omologazione proposta (o imposta) dalle genti di pianura .

Di fronte a questa omologazione – condizionata in parte dal progressivo spopolamento dei centri rurali ed in parte dalla necessità di trovare nuove strade di relazione con l’ambiente capaci di valorizzare economicamente i territori in questione – si è mosso sia in Svizzera che in Austria un forte movimento di opinione che intende proclamare in modo assoluto la necessità di preservare l’Heimat da qualunque contaminazione generata dai movimenti immigratori e dalla trasformazione della società in senso multireligioso. Il movimento di opinione desideroso di preservare la religiöse Heimat della comunità ha condotto – in Svizzera ed Austria – a due conseguenze giuridiche diverse: nel primo ordinamento esso è riuscito a raccogliere un numero di firme tale da proporre al popolo di approvare – mediante referendum – una nuova norma costituzionale diretta a vietare l’edificazione di minareti (l’articolo 72, 3° comma, che recita: “L’edificazione di minareti è vietata”). In Austria, invece, proprio in forza della spinta ideologica propugnata dai movimenti di opinione diretti a preservare la religiöse Heimat della comunità, alcuni Laender (Vorarlberg e Carinzia) hanno approvato severe leggi a tutela del paesaggio tradizionale tali da rendere estremamente ardua la costruzione di edifici di culto di confessioni diverse da quelle tradizionalmente radicate sul territorio.

Le recenti disposizioni in tema di moschee e/o minareti in Svizzera ed Austria invitano il giurista italiano ad una serie di considerazioni. Alcune di queste potrebbero partire dalla premessa – sin troppo semplicistica – di una “questione islamica” che sembra dominare la politica ecclesiastica. La prospettiva appena tracciata ha probabilmente un fondo di verità, ma non può esaurire la questione. In Svizzera l'iniziativa “contro l'edificazione di minareti” ha avuto un successo straordinario grazie alla democrazia diretta ed alla volontà di un generale “spirito di popolo” che ha disatteso le indicazioni del Consiglio federale e dei rappresentanti delle maggiori Chiese del Paese. Occorre perciò avere il coraggio di affermare che la presenza di moschee e/o minareti – almeno in quei Paesi – pone dubbi e preoccupazioni diffuse in tutti i settori della società, anche in quelli poco interessati al rapporto tra Islam e politica.

Si può pertanto tentare di passare ad un secondo livello di analisi, provando a chiedersi se i dubbi e le preoccupazioni che la maggior parte del corpo sociale in Svizzera, Vorarlberg e Carinzia prova nei confronti delle moschee/dei minareti siano legate esclusivamente al pericolo di un mutamento dell'Heimat o vi sia – dietro i provvedimenti che abbiamo analizzato – un quadro sociale più complesso. L'impressione – anche alla luce del dibattito in materia di crocifisso nei luoghi pubblici – è che in entrambi i casi la questione del divieto di costruzione di moschee/minareti rappresenti lo sviluppo di una generalizzata “riconfessionalizzazione” (non certo di tipo teologico o liturgico, quanto piuttosto di tipo assiologico) in senso cattolico delle “terre alte” europee: riconfessionalizzazione dovuta non solo in contrapposizione ad appartenenze confessionali “altre” rispetto a quelle della maggioranza, ma anche – e soprattutto – al senso di spaesamento di fronte alla perdita della propria identità (anche) religiosa. Lo smarrimento dell'elemento spirituale - vissuto in chiave culturale ed identitaria – anche a seguito della laicizzazione delle istituzioni e degli sviluppi di un'attività politica diretta alla neutralizzazione confessionale dello spazio pubblico ha condotto a fenomeni di riappropriazione della dimensione religioso-tradizionale dell'esistere, sfociati in un rifiuto di quel pluralismo confessionale e culturale che dovrebbe essere alla base delle moderne democrazie.

La grande incognita riguarda non solo Svizzera ed Austria, ma anche il (profondo) Nord dell'Italia ed in generale tutte le “terre alte” del nostro Paese: a quasi settant'anni dalla Carta di Chivasso l'incapacità della politica (ecclesiastica, ma non solo) di dare risposta alle peculiari esigenze socioculturali delle comunità alpine ed appenniniche rischia di produrre fratture non facilmente sanabili tra queste ultime ed il resto della nazione. Certo, la questione del (nuovo?) quadro normativo in tema di edifici ed edilizia di culto in relazione alle confessioni diverse dalla cattolica non riguarda solo le “terre alte”, ma tutto il Paese, e non pare neppure opportuno enfatizzare eccessivamente le problematiche derivanti da meri interessi localistici. Ci permettiamo comunque di segnalare un punto di riflessione: la domanda – a volte anche gridata – di maggiore autonomia politica, fiscale ed amministrativa del Nord Italia si è vieppiù unita ad una presa di coscienza delle proprie radici come elemento necessario di comprensione del proprio ruolo nel mondo. Il mondo alpino e prealpino appare un mondo a forte capacità produttiva, il quale si sente poco incline a scendere a compromessi con realtà politiche e sociali che gli sono lontane e cerca di innovarsi preservando la propria identità storica a fronte del binomio immigrazione/globalizzazione . Solo se riuscirà a sviluppare la politica ecclesiastica nel segno della garanzia della libertà religiosa di tutti nel rispetto dell'identità tradizionale di questo mondo, il legislatore italiano potrà evitare il trauma di un'insopportabile discrasia tra dimensione normativa e corpo sociale, tra “paese legale” e “paese reale” .

Questo equilibrio tra libertà religiosa e rispetto dell'identità non può peraltro comprimere in modo eccessivo il diritto – spettante anche agli appartenenti a minoranze religiose – di disporre di luoghi ove esercitare pubblicamente il culto. Il diritto di edificare chiese, moschee, sinagoghe, e più in generale di templi di confessioni più o meno tradizionalmente presenti sul territorio appartiene senz'altro al nucleo duro del diritto di libertà religiosa, e nei Paesi che hanno firmato la Convenzione di Roma del 1950 esso deve pertanto essere garantito – sia pure con le limitazioni necessarie legate agli strumenti urbanistici – a tutti residenti .

Per comporre la questione occorre pertanto un impegno comune delle confessioni e delle comunità politiche presenti sul territorio: un dialogo aperto e costante diretto a mediare il rispetto dei diritti fondamentali con quello delle identità tradizionali.


pacilloVincenzo Pacillo

professore abilitato a ordinario in diritto ecclesiastico

Università di Modena