Oltre il dialogo. Rileggere Ratzinger - R. Salvarani

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ratzingerParola tanto abusata da essere ormai rifiutata nel contesto metodologico dei Religious Studies1, banalizzata, diventata un terreno così neutro e vano da far accettare qualsiasi forzatura del principio di non contraddizione, il “dialogo” è uno dei temi a cui Benedetto XVI ha dedicato alcune delle sue pagine più limpide e più drammaticamente calate nella nostra attualità.

Prefigurando il rischio che si riducesse a un “movimento nel vuoto”, esercizio sterile di aperture senza possibilità di sintesi o, peggio, rinuncia alla testimonianza, ne ha definito le implicazioni e esplicitato i fondamenti.

Il testo della lectio magistralis tenuta a Ratisbona nel 2006 continua a suscitare un intenso dibattito sul Cristianesimo e le sfide interculturali (non ultima la tavola rotonda di presentazione del volume curato da padre Laurent Mazas, La provocazione del logos cristiano (Rubbettino), che si è tenuta a Milano venerdì 16 marzo per iniziativa del Cortile dei Gentili).

Sigillo della stagione conciliare sulla questione delle relazioni fra i cristiani e “gli altri”, ha sancito l’irrinunciabilità della dimensione del confronto, costitutiva dei seguaci del Vangelo, fin dai primi discepoli, chiamati all’annuncio da una condizione di esigua minoranza. Del dialogo ha fissato le definizioni e lo sviluppo, in linea coerente e altrettanto problematica rispetto al Vaticano II, del quale ha concluso, per molti aspetti, la lezione.

Ponendo il fulcro non sui temi teologico speculativi, bensì su una base antropologica comune, da scoprire e riscoprire all’interno delle rispettive tradizioni culturali, ha spostato il confronto sul piano esperienziale, sottraendolo così alle dispute e alla contrapposizione fra costruzioni di idee, spesso cristallizzate all’interno di singole codificazioni storico ideologiche.

Puntando a un fondamento umano in cui ciascun individuo può conoscersi e riconoscersi, ha ricollegato il senso della presenza dei cristiani nel dibattito contemporaneo alle radici dell’Umanesimo, in cui il percorso del Cristianesimo – e del Cristianesimo occidentale nello specifico – ha trovato il suo humus, il proprio nutrimento più fecondo.

Eppure, tale spostamento di piano non è meno problematico. Anzi, apre una nuova stagione, non solo di confronto, ma di elaborazione di strumenti interpretativi diversi e di impegno nel vivo delle società contemporanee.

A quale visione dell’uomo si fa riferimento? In che cosa consiste un comune fondamento antropologico su cui basare il confronto con l’altro? Se si è chiamati ad andare oltre le banalizzazioni della convivenza quotidiana, è proprio su questo livello che emergono le contraddizioni e che l’analisi di Benedetto XVI si rivela più tagliente e foriera di innovazioni, prima di tutto epistemologiche. La coscienza che gli esseri umani hanno di sé diventa il campo di intersezione fra elaborazioni di pensiero diverse, stratificazioni inestricabili, convinzioni e comportamenti che rinviano, a loro volta a idee storicamente consolidate o radicate all’interno di una Rivelazione.

Non è un caso che qui, nella carne viva delle persone, emergano differenze irriducibili fra gruppi e individui che si riconoscono in tradizioni religiose diverse, fratture che la convivenza nella quotidianità rivela come contraddizioni tanto profonde da mettere in discussione i presupposti stessi di una società multiculturalista.

E’ così che, rispetto all’Islam, i due nodi critici che si pongono sono eminentemente antropologici, più che teologici in senso stretto. E non è un caso che la lectio di Ratisbona sia stata così mal compresa proprio intorno alle relazioni con i musulmani e alla storicizzazione di giudizi e visioni reciproche.

Il ruolo della scienza, l’estraneità di Dio rispetto al creato e la capacità dell’uomo di comprendere il mondo grazie alla ragione, indipendentemente da testi rivelati, sono elementi chiave del pensiero occidentale, che corrispondono a una precisa concezione antropologica, che integra fides et ratio, assegnando a quest’ultima un proprio preciso statuto e una dimensione non subordinata.

Quanto tutto questo trovi implicazioni di ordine storico, sul riconoscimento di un autonomo percorso dell’umanità dentro il tempo, di mutamento in mutamento, è parte tanto essenziale quanto tormentata del patrimonio culturale dell’Occidente.

Allo stesso modo la pari dignità riconosciuta alle donne, al termine di un lungo travaglio storico e sociale non pienamente completato nei fatti nemmeno in Europa, rientra in un assetto di tipo antropologico che riflette, più o meno direttamente, il dogma dell’Incarnazione, la centralità di Maria nella storia della Salvezza, e l’importanza della figura apostolica della Maddalena.

Se la sua matrice ideale si può rintracciare in aspetti teologici, è nell’antropologia del vissuto quotidiano che si misura l’irriducibilità dello scarto. E’ così che, solo per considerare un esempio, molto difficilmente un religioso condannerà il matrimonio delle bambine a partire dai nove (al massimo 10) anni, per effetto dell’età delle nozze di Aisha, considerata fuori dal tempo, fuori da un uso storicizzante della ragione, fuori dal riconoscimento di un divenire in cui si possono – e si devono – introdurre cambiamenti consapevoli, su base umana.

A doversi misurare con questi salti antropologici non è la teologia, né la religione in senso stretto, bensì la politica, e, prima ancora, la coscienza culturale su cui essa dovrebbe basarsi.

La ricchezza del testo del 2006, e quella degli altri che l’hanno preceduto, vanno riletti in questa prospettiva: nel solco di una laicità che lasci a Dio quel che è di Dio e misuri, invece, l’impegno dei singoli e delle forze democratiche sul piano dell’uomo e di una visione della società giusta, aperta, laica, appunto. Fondata, in altre parole, su una visione antropologica precisa, imperniata sull’uso dialettico di una ratio che, già di per sé, fonda la dignità dell’essere umano.


salvarani smRenata Salvarani

professore di storia del Cristianesimo e delle Chiese

Università Europea di Roma



1 Per il punto sul dibattito metodologico in corso si vedano: A.Droogers – A. van Harkshamp (edd.), Methods for the Study of Religions Change: from Religious Study to Worldview Studies, Sheffield 2014; A.Kovàcs – J. L. Cox (edd.), New Trends and Recurring Issues in the Study of Religion: Context and Overview, Budapest 2014; S. S Elliott (ed.), Reinventing Religious Studies: Key Wrintings in the History of a Discipline, Durham 2013.