Dalle promesse elettorali al programma di Governo – S. Sfrecola

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parlamentocameraScrivo mentre sono in corso le consultazioni del Capo dello Stato alla ricerca di indicazioni su una possibile maggioranza che la legge elettorale (il Rosatellum) non ha prodotto, come era stato ampiamente previsto. Del resto, in un quadro politico tripolare, in mancanza di un premio di maggioranza, da assegnare eventualmente a seguito di un ballottaggio tra partiti che avessero raggiunto una ragionevole soglia (la cui mancanza ha segnato la sorte del Porcellum dinanzi alla Corte costituzionale) è inevitabile che le forze politiche trovino difficoltà a definire un accordo su punti specifici desunti dalle rispettive basi programmatiche.

Un accordo – quello che Di Maio definisce un contratto “alla tedesca” tra i partecipi alla maggioranza di governo – che tutti temono potrebbe gravemente deludere l’elettorato. Infatti in campagna elettorale i partiti hanno promesso di tutto, ma non tutto potrà essere recepito dall’accordo. È quindi comprensibile la preoccupazione delle parti politiche in vista dei plurimi confronti elettorali previsti tra aprile e giugno e, poi, l’anno prossimo (le europee).

Non solo. Alla complessità delle indicazioni programmatiche che andranno certamente ridimensionate nella formulazione del programma di governo si aggiunge la diffusa consapevolezza della difficoltà della loro realizzazione, in qualche caso per mancanza di risorse ma non solo. Non basta, infatti, dire che per raggiungere gli obiettivi programmati si sceglieranno uomini nuovi e modalità operative nuove. Si è sentito dire ad ogni cambio di governo. Eppure il perseguimento delle politiche pubbliche ha dimostrato sempre gravi carenze con crescente delusione dei cittadini che continuano a scontrarsi con una realtà fatta di adempimenti non di rado inutili che sono un ostacolo spesso insormontabile per chi vuole intraprendere e gestire attività economiche in qualunque settore. Avviare una attività imprenditoriale richiede tempi incompatibili con la dinamica produttiva odierna. Anche per i rilevanti oneri fiscali che, infatti, inducono a scegliere altri paesi dell’Unione europea, alle porte di casa nostra, come sedi di attività di produzione e commercializzazione.

E siccome si è detto dei tributi, una evasione fiscale annua delle dimensioni che denuncia da anni l’Agenzia delle entrate dimostra senza ombra di dubbio una legislazione spesso incomprensibile e gli evidenti limiti dell’apparato cui sono affidati gli accertamenti.

Nelle attuali condizioni delle amministrazioni pubbliche, infatti, soffrono i cittadini e le imprese ma è la stessa azione di governo che risulta impacciata, incapace di perseguire in tempi brevi e con efficienza gli obiettivi indicati nel programma di governo, così risentendone la realizzazione dell’indirizzo politico emerso in sede elettorale.

È una realtà sotto gli occhi di tutti. Eppure il Presidente del Consiglio ed i ministri da sempre trascurano di affrontare a fondo il tema delle regole di gestione del potere amministrativo, salvo poi a denunciare che le loro direttive sono ostacolate dalla burocrazia. Che è quella “che comanda”, si è sentito dire anche nei giorni scorsi in alcune trasmissioni televisive da ex ministri o da aspiranti ministri i quali pensano che basti un più ampio spoil system “all’americana” (evidentemente ignorando che negli USA riguarda un numero limitato di funzioni essenzialmente politiche) ritenendo che sia la panacea di tutti i mali. Mentre è una delle cause dell’inefficienza. Perché l’esperienza insegna che, usando del potere di nomina di estranei quanto non di piccoli funzionari spacciati per estranei, la politica ha assegnato posizioni di responsabilità a personaggi senza esperienza, spesso professionalmente modesti con l’unico merito di aver operato a fianco di politici in circoli o in sezioni di partito. Con l’effetto di aver mortificato la struttura, i funzionari di carriera, quelli selezionati tramite pubblico concorso ai quali è stata tolta ogni prospettiva di sviluppo nell’apparato. Per cui questo personale si è sentito estraneo alla missione politica del Governo.

Sicché, pur essendo presente dal dopoguerra in ogni Gabinetto un ministro senza portafoglio che dovrebbe occuparsi della riforma della Pubblica Amministrazione, da ultimo definita “dell’amministrazione e della semplificazione”, questa resta un oggetto misterioso.

Intervistato da Giorgio Gandola il 27 marzo su La Verità, a proposito di economia e finanza in vista delle consultazioni sul nuovo governo, Giulio Sapelli, docente di Economia politica e Storia economia alla statale di Milano, affronta in chiusura il tema della pubblica amministrazione ed invita a lavorare sui temi. E aggiunge “ma ha visto all’opera Marianna Madia o Franco Bassanini? Peggio degli ultimi governi di centrosinistra non si può fare”. Così affermando la centralità della Pubblica Amministrazione rispetto al programma di governo. Da economista Sapelli si preoccupa degli effetti delle attività di governo. Non vede strumenti idonei a realizzare le politiche pubbliche e leva un grido di allarme.

La riforma della P.A., dunque, come metodo e come merito. Come metodo perché è bene che la classe politica cominci a riflettere sul fatto che, in ogni caso, l’Amministrazione è “lo strumento” necessario dell’azione di governo. Come merito perché l’Amministrazione con il suo ordinamento, con le leggi che individuano le competenze, le sue procedure, i suoi uomini oggi non corrisponde alle aspettative di governanti e governati. Questi lo sentono sulla loro pelle. I governanti, invece, che pur ne soffrono sembrano in tutt’altre faccende affaccendati. Si limitano, di volta in volta, a qualche ritocchino, accorpano o separano competenze, creano o sopprimono dipartimenti della Presidenza del Consiglio, il più delle volte per far posto a qualche politico di secondo piano desideroso di farsi chiamare ministro, sia pure “senza portafoglio”, ossia senza un bilancio proprio.

Eppure, ripeto, dovrebbe essere la prima preoccupazione di ogni governo. Il fatto è che molti uomini politici che tronfi hanno occupato la scena in Parlamento, nelle televisioni e nei giornali, sanno poco dell’amministrazione e di come funziona. Prototipo di questa categoria è Matteo Renzi che abbiamo sentito, in occasione della presentazione del programma del Governo, in Senato, promettere una riforma al mese per: la pubblica amministrazione, il fisco, la giustizia, la sanità, la scuola e via enumerando. Evidentemente non sapeva di cosa stesse parlando, dando dimostrazione di non conoscere le condizioni dell’apparato pubblico e delle leggi che ne disciplinano competenze e azione. Infatti, ad onta di slogan di facile presa sulla gente, delle quali quel Presidente del Consiglio è stato indiscusso maestro, inondando giornali e televisioni, molti programmati obiettivi non sono stati raggiunti. Con le conseguenze che il Partito Democratico ha potuto riscontrare la sera del 4 marzo.

Occorre, dunque, una riforma seria, come l’Italia attende da anni, una revisione delle competenze ministeriali attraverso una nuova distribuzione delle attribuzioni dello Stato, con eliminazione delle interferenze che frenano i procedimenti, revisione delle leggi che stabiliscono il da farsi, e delle procedure che definiscono come si fanno le cose e nei tempi in cui si fanno. Troppo spesso, infatti, abbiamo visto leggi inapplicate perché prevedevano procedure inapplicabili, in tempi assolutamente incompatibili con le esigenze delle persone e delle imprese, tempi che costituiscono un costo per i singoli e per le aziende. Regole e procedure fatte spesso a misura di realtà lontane nel tempo, quando le copie dei provvedimenti si facevano usando la “carta carbone”, le amministrazioni non usavano il computer, la posta si spediva con il francobollo e non esistevano banche dati, tutti strumenti che oggi consentono di tagliare i tempi dell’azione amministrativa. Contestualmente vanno eliminati gli adempimenti non necessari, che duplicano atti rappresentativi di situazioni giuridiche soggettive ben conosciute dalle amministrazioni.

Si porrà questi obiettivi il nuovo governo? Perché è lì che si misurerà l’apprezzamento dell’elettorato, quello che ha votato Movimento 5 Stelle e Lega proprio perché Antonio Di Maio e Matteo Salvini, spesso con linguaggio diverso ma comunque apprezzato dagli elettori, hanno promesso uno Stato più semplice e più giusto, che riconosca i diritti delle persone, a cominciare di più deboli, per favorire le imprese e frenare quello spaventoso buco nel bilancio rappresentato dalla paurosa evasione fiscale che conosciamo.

Per non sembrare generico farò qualche esempio di revisione di competenze oggi disseminate tra varie amministrazioni. Tutti parlano di persone e di famiglia e si preoccupano delle fasce deboli e delle persone con disabilità, un tema che Matteo Salvini ha molto richiamato durante la campagna elettorale, un grande problema sociale nella società che invecchia. Oggi le competenze sono disseminate tra vari ministeri, il lavoro, la salute, l’interno, l’INPS. Non è solo duplicazione di competenze e appesantimento delle procedure. È negazione dei diritti. Occorrerebbe un “Ministero dei diritti delle persone e della famiglia”, anche ad evitare che le risorse disponibili vadano sprecate e assegnate a chi non ha diritto. Anche per valorizzare il ruolo della famiglia. Costituirne una dovrebbe essere per tutti un obiettivo, con vantaggi economici e sociali nonché tributari. Invece lo Stato favorisce la separazione dei coniugi o ostacola la formazione delle famiglie. Infatti conviene non costituire vincoli. Ci sono più vantaggi a “sembrare” single, ragazza madre, ecc.. Mi consentirà, dunque, Salvini se correggo appena la sua impostazione, suggerendo di assegnare la competenza sulla disabilità a quel ministero per i diritti della persona e della famiglia di cui ho fatto cenno. La disabilità, infatti, attiene alla persona ed alla famiglia. Già ne ho parlato a proposito di sgravi fiscali per gli oneri dei badanti, una ingiustizia gravissima. I “badati” si impoveriscono perché il fisco non riconosce che quelle somme costituiscono una spesa trasferita. Che non può essere tassata due volte, come reddito del datore di lavoro e del lavoratore.

Altro esempio. Riprendo un tema a me particolarmente caro. Il mare è per l’Italia una realtà economica fondamentale, una ricchezza straordinaria. Con migliaia di chilometri di coste ci sono uffici che si occupano di demanio, di porti, di pesca, di linee di navigazione, di trasporti, di cantieristica, di ambiente. Tutto sparpagliato tra ministeri. La pesca, per fare un esempio, è stata attribuita al ministero delle risorse agricole. La cantieristica, uno dei fiori all’occhiello della nostra industria, per una serie di operazioni sbagliate anche in odio ai diportisti (una barchetta è considerata indice di ricchezza), ha perso il suo antico ruolo in favore della concorrenza. Istituire un Ministero “del mare” sarebbe fondamentale.

Infine, nel Paese la cui economia deve molto al turismo, una delle attività che interessano l’intero territorio nazionale, perché ovunque sono bellezze naturali e artistiche uniche al mondo, la sinistra nel 2001 ha conferito la relativa competenza alle regioni. Un errore, evidentemente, considerata la necessità di coordinare gli impegni su tutto il territorio nazionale. Un errore al quale non è stato posto finora rimedio sulla base di linee di indirizzo capaci di restituire al nostro Paese quella primazia che un tempo caratterizzava il settore rispetto ai paesi concorrenti, soprattutto Spagna, Francia e Grecia. Valorizzando la peculiarità del nostro turismo, essenzialmente culturale e religioso. Eppure mancano infrastrutture viarie, ferroviarie e portuali adeguate. Pochi sanno, ad esempio, che Matera, Capitale europea della cultura 2019, ha una stazione ferroviaria che da decenni attende di essere collegata con dei binari, come ogni altra stazione.

La consapevolezza del rilievo del turismo nella nostra economia porterebbe naturalmente a considerare una ulteriore ricchezza il rilevante indotto dovuto all’artigianato artistico (le ceramiche, i tessuti, ecc.) e all’enogastronomia, tanto per fare degli esempi.

Ripartiamo, dunque, dall’organizzazione del potere governativo, rivediamo le leggi che individuano le attribuzioni concentrandole in modo funzionale in singoli apparati che vanno resi efficienti, anche redistribuendo il personale secondo effettive esigenze. Ricordo, in particolare, che i pubblici dipendenti sono la ricchezza della Pubblica Amministrazione e dell’intero Paese. Ovunque ci sono uomini e donne dotati di professionalità eccellente. Spesso mortificati, male impiegati, peggio pagati. Non è così nelle amministrazioni dei grandi stati che sono stati grandi imperi con esigenze di gestione di importanti risorse in settori fondamentali dell’economia e del sociale. Nel Regno Unito, ad esempio, va detto ai patiti dello spoil system selvaggio il funzionario “della Corona” gode delle stesse guarentigie dei magistrati. Ovunque, come insegna la Francia, servire lo stato è motivo di onore e di orgoglio sicché sono i migliori ad accedere all’impiego pubblico.

La strada è impegnativa, ma è l’unica che ha un governo che voglia effettivamente realizzare il programma per il quale ha ottenuto il consenso elettorale.

 

sfrecolaSalvatore Sfrecola

avvocato patrocinante in Cassazione

già presidente di Sezione della Corte dei Conti

presidente dell’Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione