Rivoluzione digitale e formazione, alcune riflessioni - G. Valditara

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formazionedigitale1Durante un recente convegno su digitalizzazione e istruzione tenutosi a Mosca, sono stato invitato a parlare di parlare di economia digitale nel campo della formazione. In primo luogo, è necessario avere chiaro lo scenario e gli effetti attesi. L'economia digitale è a fondamento, insieme con le nuove tecnologie, della cosiddetta Rivoluzione 4.0. Pensiamo, per fare qualche esempio, ad Amazon che sta già sostituendo in California tutti i commessi degli store con appositi pagamenti digitali, grazie ad una app sul cellulare. Secondo uno studio di Pricewaterhouse Coopers, grazie all’economia digitale gli operatori nei settori della ospitalità, nei servizi alimentari e nello stoccaggio sono destinati a sparire nei prossimi 15 anni. Per una ricerca di Boston Consulting il mercato digitale consentirebbe di accrescere il Pil dell'Unione Europea di 415 mld di euro, con una crescita in 4 anni del 40% per quei Paesi che si dedicheranno alla economia digitale.

Una formazione digitale è dunque essenziale per tre motivi: 1) riuscire a vivere in un mondo digitalizzato; 2) riuscire a trovare un lavoro; 3) determinare una crescita del Pil e quindi della ricchezza complessiva.

Questa è la situazione in Europa: secondo dati della Commissione Europea il 44% degli Europei non possiede le conoscenze e le abilità digitali di base. In Italia il problema si aggrava con una immigrazione extracomunitaria da Paesi con bassa formazione scolastica di base. Essendo un Paese di frontiera deve affrontare soprattutto una immigrazione di disperati, una immigrazione subita e non scelta. I dati sono drammatici: nei 28 Paesi Ue la percentuale di popolazione immigrata fra 15 e 64 anni con istruzione terziaria (laurea) è del 25.5%, in Italia solo del 10.1%. L'Italia è anche, dopo la Grecia, la nazione con la più elevata percentuale di popolazione immigrata con livello minimo di studio. Dunque si profilano nuove masse di esclusi e di disoccupati, questo anche a causa della futura contrazione dei posti di lavoro nei settori a medio-bassa specializzazione. Nuovi proletari sul modello della Roma tra II e I secolo a.C.

Dobbiamo affrontare il tema sotto due profili: come formare e su cosa formare. Cioè come adeguare le modalità della formazione ai nuovi strumenti digitali e quali contenuti offrire agli studenti. L'economia digitale presuppone inoltre abilità nuove che rendono obsoleti vecchi lavori o lavori svolti con modalità superate.

Prima di tutto dobbiamo creare le infrastrutture per rendere possibile una formazione digitale.

Un recente documento della Commissione Europea prevede forme di sostegno alle scuole per dotarsi di connessioni a banda larga ad alta velocità, una campagna di alfabetizzazione mediatica e la promozione delle competenze in scienze, tecnologie, ingegneria, matematica. Questo problema è particolarmente sentito in Italia. L'Italia è 22^ nel numero di laureati in discipline scientifiche o tecnologiche, con 13 cittadini su 1000. La regione Veneto ha denunciato la mancanza di laureati in ingegneria, matematica, informatica. Abbiamo bisogno di questo tipo di immigrazione.

Oggi in Italia si ha un computer ogni 7.9 alunni. Il 30% delle aule scolastiche attive non è ancora connessa in rete. Oltre il 30% dei docenti ha dichiarato di non essere preparato per la didattica digitale a fronte di una media Ocse del 17%. Il Digital Economy Index vede l'Italia al 25^ posto con debolezze strutturali nell'ambito di connettività e formazione del capitale umano. L'Italia è 25^ in Europa per numero di studenti che utilizza internet (59%) e 23^ per competenze digitali di base (47%).

Più nello specifico, come individua anche il progetto italiano "per una buona scuola", occorre realizzare nelle scuole (e in parte è stato fatto): a) una dematerializzazione dei servizi (siti, portali, comunicazioni scuola-famiglia on line, registro elettronico di classe, gestione centralizzata dei contenuti didattici in forma multimediale); b) dotazione tecnologica dei laboratori e delle biblioteche (connessioni, computer e proiettori interattivi); c) dotazione tecnologiche delle aule (connessioni, computer fissi e mobili in dotazione a studenti e docenti, proiettori interattivi per collegarsi fra l'altro a portali on line, canali interattivi tipo YouTube; d) dotare tutti gli studenti di una identità digitale con una tessera che consenta accesso ad un'area on line dotata di funzionalità per accedere a sua volta a servizi e beni di varia natura e a politiche di diritto allo studio. È quindi necessario: 1) fibra per banda ultra-larga alla porta di ogni scuola; 2) cablaggio interno di tutti gli spazi delle scuole. In Italia ci si è posti questo obiettivo per il 2020.

L'abitudine al digitale deve ormai partire dalle scuole dell'infanzia, e dalle scuole primarie. Tutti i docenti devono considerare il computer, e internet come un tempo si consideravano le matite e i fogli di carta. Ma questo deve avvenire in aggiunta, ovviamente, non in sostituzione delle matite e dei fogli di carta. Altrimenti il rischio è di fare come quel medico che sa operare solo con il computer, se il computer si rompe, non è in grado di intervenire sul paziente.

Come è stato scritto nei programmi ministeriali l'obiettivo deve essere "non più la classe in laboratorio, ma il laboratorio in classe". Non si può essere assunti ad insegnare, dalla scuola d'infanzia fino al liceo, se non si possiedono conoscenze che consentano una didattica digitale. Ovviamente a un maggior impegno tecnologico richiesto ai docenti devono corrispondere finanziamenti per consentire loro di aggiornarsi, la fornitura da parte delle scuole di computer portatili per ogni docente e retribuzioni adeguate al maggiore livello di impegno.

Ci deve essere poi un computer per ogni studente.

Come è stato ripetuto più volte, il digitale consente una formazione continua, per tutta la vita. La formazione prescinde sempre più dalla presenza in un luogo fisico. È fondamentale lo sviluppo di corsi a distanza con esercizi conclusivi sempre fatti a distanza per percorsi di aggiornamento professionale. Le università e le scuole possono dematerializzarsi consentendo di raggiungere platee sempre più ampie per una formazione realmente di massa.

E qui veniamo ai contenuti.

Sono evidenti i vantaggi di una formazione digitale: in un corso di economia posso per esempio far vedere concretamente come nasce una start up, la lezione diventa molto più efficace. Durante una mia lezione posso collegarmi ad un corso tenuto in una università straniera e integrare le mie lezioni, arricchendole. Posso anche dialogare in diretta con docenti distanti migliaia di km costruendo insieme una lezione. Posso stimolare la creatività degli studenti con un utilizzo non solo passivo del digitale, ma anche per produrre loro stessi i contenuti. Posso interagire direttamente con la pubblica amministrazione facendo meglio cogliere agli studenti le modalità di funzionamento e di impatto.

Più in generale, occorre insegnare innanzitutto la disponibilità al cambiamento e bisogna educare alla rapidità dei processi. Oltre alle conoscenze tecniche di base è fondamentale la acquisizione di una mentalità abituata alla logica e alla razionalità. Non solo dunque potenziare scienze, informatica, e matematica. Cosa meglio, per esempio, del latino come eccezionale palestra di logica? Già Leibniz, a proposito dei ragionamenti dei giuristi romani, ammirava la straordinaria logica delle loro argomentazioni.

E qui veniamo all'ultimo punto. Il digitale è fondamentale come lo fu un tempo il saper far di conto, e lo scrivere con la penna su un foglio. Ma la scuola non deve dimenticarsi di educare innanzitutto a valori umani. Lo studio della storia della nostra civiltà, della letteratura che ha formato lo spirito dei nostri popoli è fondamentale anche per non creare alienazione. Non dobbiamo dimenticarci dell'insegnamento di Catone che ricordava come per ogni popolo siano fondamentali le radici, la continuità con la propria identità. Non dobbiamo nemmeno correre i rischi di alcuni Paesi orientali come il Giappone. Vi sarebbero in Giappone circa 500.000 giovani che vivono chiusi in camere virtuali, isolati dal mondo, che rifiutano la socializzazione e persino i rapporti con i genitori, vivendo costantemente collegati con la rete. Il rischio è dunque lo sviluppo di nuove forme di alienazione. Uno dei contenuti della formazione nelle nuove scuole digitali deve essere anche quello di insegnare a gestire e a governare i nuovi fenomeni, senza diventarne schiavi.

Ovviamente, come ogni rivoluzione tecnologica, occorre anche un'etica che l'accompagni, per evitare che il digitale divenga una sorta di gigantesco "Grande Fratello" che segue occultamente la nostra esistenza e serva interessi poco trasparenti. Il caso Facebook-Cambridge Analytica dovrebbe far riflettere.


valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma