I campus USA e l'ortodossia - C. Taddei

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universitaamericanaNegli USA è in corso una guerra al governo Trump il cui scopo è di sovvertire il risultato delle elezioni presidenziali del 2016, di espellere Trump dalla Casa Bianca e, se ciò non è possibile, di impedirgli di governare. La guerra viene condotta dai più diffusi media (quasi tutti) e dai gruppi di potere che li controllano, da una parte aggressiva della magistratura, dal mondo televisivo e hollywoodiano dello spettacolo e da molti intellettuali, da politici locali (sindaci e governi di stato). Tra gli attori della guerra a Trump vi sono settori di molte università, incluse le maggiori. L’America, e anche l’Europa, hanno già conosciuto nelle università, alla fine degli anni Sessanta del Novecento e all’inizio dei Settanta, la protesta intollerante, che condizionò molte menti giovanili e devastò molte famiglie. Non si tratta di un fenomeno passeggero. Coloro che hanno in mano tutto il potere non vogliono perderlo. Peraltro l’indottrinamento, o il condizionamento, cominciano prima del college: diciamo nelle scuole medie. Secondo testimonianze credibili, negli USA in scuole primarie, scuole medie, licei, vi sono libri di testo orientati contro il pensiero conservatore e vi sono insegnanti che professano l’ortodossia liberal, cioè di sinistra (conosciamo bene la sindrome anche in Italia, essendone affetti da oltre quattro decenni). Le azioni del ministro dell’Istruzione di Trump, Betsy DeVos, per riformare l’istruzione inferiore, che spesso è di qualità insufficiente, e per aprirla alla concorrenza, si trovano di fronte a un muro, anche sindacale (da parte dei sindacati degli insegnanti).

La politica di Obama è stata quella del “college per tutti”. I prestiti per frequentare il college, a studenti che non riescono quasi mai a ripagarli, hanno generato debiti che sono una zavorra sociale. Per l’accesso alle università, già la regola (definita affirmative action) che favorisce le minoranze etniche rispetto ai bianchi conduce a ignorare i meriti reali. Il “college per tutti” è un falso valore, che ha ampliato il problema del debito degli studenti e che trascura l’utilità e l’evidente necessità e carenza di occupazioni manuali e artigianali. Le università locali (community college) sono gratuite per i giovani di basso reddito. Non è così per i grandi college nazionali, dove la retta e le spese, che sono di decine di migliaia di dollari l’anno, vengono pagate da oltre il 50% degli studenti con i prestiti federali, divenuti più facili negli anni di Obama. Solo alcuni di tali prestiti (i Pell Grants) sono gratuiti. Ne risulta che milioni di ex studenti (40 milioni, secondo stime) hanno debiti ingenti, anche oltre 100 mila dollari. La generale cultura del debito ne viene incoraggiata. Inoltre molti giovani iniziano l’università grazie ai prestiti, ma non la finiscono. L’economista Robert Reich, che lavorò nel governo Clinton, scrive: “Ai giovani viene detto che la laurea è l’obiettivo. Se vanno al college e poi lo lasciano, si sentono falliti. Se arrivano alla laurea, sono condizionati da un debito difficile da ripagare”.

In molti casi le università americane rimangono emerite per l’eccellenza della ricerca. Ma ciò non può occultare il fatto che troppi college, troppo spesso, sono divenuti fabbriche per indottrinare, e che troppi campus sono divenuti zone di intolleranza, in una misura che appare fuori controllo. Da almeno un decennio, in America un professore di orientamento conservatore fatica a trovare lavoro universitario. Difficilmente un politico, uno scrittore, un pensatore conservatore possono parlare in un college; e se ciò avviene, vengono contestati, a volte con violenza. Dal 2016 in poi, chiunque sostenga Trump è soggetto ad attacchi di varia natura. Vi sono casi in cui agli studenti sostenitori di Trump, o anche soltanto a studenti che indossano il cappellino con la scritta Make America Great Again, viene negato l’accesso a caffè, a zone sportive, a luoghi comuni. Fin dai primi mesi del 2017, gli studenti impegnati in “proteste” anti-Trump sono manifestamente infiltrati da estremisti violenti e da attivisti dell’immigrazione. Gli episodi di isteria e di arroganza sono frequenti, e nel corso dei mesi si scivola verso la violenza. A New York, alla Cornell University, si organizza la giornata del “Piangete con noi” (“Cry with us”), una sorta di lagna collettiva sul cammino progressista interrotto dalla vittoria di Trump. Alla Columbia University di New York (una delle università più di sinistra del paese), professori che non possono darsi pace per i risultati elettorali, aprono seminari per discuterne con gli studenti. A Washington, prèsidi di liceo approvano interruzioni delle lezioni per consentire agli studenti di scendere in strada. L’attivismo anti-Trump arriva da scuole in cui gli studenti non conoscono e non studiano la storia USA né il governo USA, o da università in cui si dà importanza a corsi sulle maschere africane o sulle danze cubane.

Di recente in California, a Berkeley, che fu un tempio del libero pensiero, le associazioni di sinistra che controllano il campus hanno chiesto all’università di “bruciare” i libri che non si adeguano alla dottrina prevalente. In molti campus vige un pensiero terzomondista, e spesso di fatto antiamericano. Ai modi aggressivi con cui esso viene imposto, i giovani hanno difficoltà a resistere. Tanto più in un contesto nazionale in cui i media, dai maggiori giornali alle reti televisive, sono impegnati nella guerra a Trump e al pensiero conservatore. All’invadenza delle ideologie, prèsidi e gestori delle università non si oppongono, anzi tendono a cedere alle minacce. Vi è un’alleanza scellerata tra gli amministratori delle università e un’estrema sinistra che professori e prèsidi temono, e al tempo stesso compiacciono. I sindacati degli insegnanti sembrano essere complici. Mentre i college sono divenuti sempre più costosi, gli studenti e i prestiti che essi ricevono dallo stato sono per le università una primaria fonte di reddito. Il fatto che i debiti siano, per molti studenti, difficilmente ripagabili viene trascurato.

Il controllo delle università da parte dell’ortodossia liberal è tra le realtà più minacciose per la nazione. Nei campus, chi non si adegua al pensiero unico è un “razzista”. Da decenni i college si riempiono di studenti asiatici, o africani, o sudamericani, per molti dei quali il dato comune è l’ideologia di sinistra e terzomondista. Gli studenti in arrivo dall’ex terzo mondo accolgono l’ideologia dominante e, se entrano nel mondo del lavoro, la mantengono: per esempio nelle grandi industrie delle nuove tecnologie (da Microsoft a Google, da Apple a Facebook ad Amazon), ciò li aiuta a fare carriera, perché quelle aziende sono il regno del globalismo. Le università sono divenute esperimenti sociali di promozione del multiculturalismo e talvolta di stereotipi antiamericani. Intaccare il monopolio liberal nei campus, come nei maggiori media, è molto difficile. Come accade in molti luoghi di lavoro, vi sono professori e studenti che si sono adattati a un’autocensura: si astengono dall’esprimere idee che 15 o 20 anni prima erano opinioni correnti, perché a farlo rischiano un licenziamento, o un cattivo voto, o accuse non giustificate.

Cito alcuni esempi, di fatti avvenuti nelle ultime due settimane, di college dove i gestori sono condizionati e impauriti. Alla Boston University un professore di “psicologia” scrive sul giornale universitario che Trump è un “razzista bigotto” e che gli piacerebbe “vederlo morto ammazzato”: non riceve alcuna sanzione disciplinare e prosegue “l’insegnamento”. Alla Hofstra University (Long Island, New York) gli estremisti di Black Lives Matter si uniscono a studenti e professori nel chiedere di abbattere una statua di Thomas Jefferson, da sempre al centro del campus, perché Jefferson è “un’icona” dei “suprematisti bianchi” (l’accusa è di aver utilizzato degli schiavi nella sua proprietà, come era la regola per i proprietari terrieri dell’epoca): la direzione del college si dichiara disponibile. Alla Holy Cross, che è il più antico college cattolico del New England ed è gestito da gesuiti, un professore conduce un corso in cui afferma che Gesù, oltre che “re dei Giudei”, fu un “grab king”, un re del rimorchio, del rimorchiare i ragazzotti: la direzione giustifica tale abbiezione blaterando che le sue parole rientrano nella “libertà accademica”. Dalla Kennedy School of Journalism (Harvard), giornalisti credibili riferiscono che tutti gli insegnanti sono di sinistra o di estrema sinistra, perché la direzione ha “timori” ad arruolare insegnati conservatori. Il responsabile del sito Campus Reform.org, che analizza la gestione delle università, dichiara: “Di continuo veniamo a sapere di professori che non vengono puniti per affermazioni scorrette o violente nei confronti di Trump” e aggiunge: “La direzione di molti college vede in Trump una minaccia alla correttezza politica”.

Tale “correttezza” è una mistificazione con scopi di parte. Lo constatiamo nelle teorie, sempre più diffuse nei campus, secondo cui la meritocrazia è “un sistema per perpetuare la supremazia bianca”. Su questi temi si sta arrivando a un punto di non ritorno, in quella che sta divenendo una guerra alla “whiteness”. Anche l’opposizione al doveroso tentativo, da parte del governo Trump, di controllo del confine con il Messico, ha radici in tale guerra, perché l’immigrazione senza freni è uno strumento primario per ridurre la “whiteness” e per i conseguenti vantaggi elettorali di chi non vuole cambiare un percorso di sostituzione di popoli. La parte migliore della società americana dovrebbe insorgere (come ha fatto con l’elezione di Donald Trump) per difendere l’integrità della nazione. “Supremazia bianca” e “privilegio bianco” sono le nuove parole d’ordine di chi vuole scardinare la società e i suoi valori. Si tratta di un movimento politico, che ha messo radici nei campus. Poiché esso viene giustificato dai media più diffusi, non vi è una risposta adeguata nell’opinione pubblica. Richieste come un sistema di voti più favorevole per studenti “vittime” della “white supremacy”, o pagamenti di riparazione per i discendenti di schiavi neri, vengono accolte come la nuova normalità. Tali richieste si sommano alle pratiche, in essere da decenni, delle quote privilegiate e obbligatorie per i neri e altre minoranze etniche nelle università e nei posti di lavoro: quote che hanno condotto a distorsioni e a ignorare il criterio, molto americano, del merito.

Il problema non è il colore della pelle. Molto prima che Trump scenda in politica, nel 2014 l’ex Segretario di Stato, Condy Rice, deve cancellare un discorso alla Rutgers University per l’irruzione di agitatori; la stessa cosa accade, nel 2013, al candidato del GOP alla presidenza Ben Carson, alla John Hopkins University: e sia la Rice, sia Carson, sono neri. Peraltro le manifestazioni di razzismo, se sono dirette verso i bianchi, vengono ignorate o accettate dall’ipocrisia della sinistra politica. Per esempio, nel novembre 2017 in un editoriale del New York Times – cioè della verità rivelata per i progressisti americani ed europei: la voce della sinistra mondana e soddisfatta di sé – un professore di diritto (della Yeshiva University di New York), nero e arrabbiato, scrive che insegnerà ai suoi figli a non avere amici bianchi; e l’antico e contaminato quotidiano newyorkese glielo lascia scrivere, perché quando il razzista è nero, e l’odio è contro i bianchi, la cosa viene tollerata. Che cosa sarebbe accaduto se un giurista bianco avesse affermato di voler insegnare ai figli a non avere amici neri? L’odio ideologico verso il tentativo di Trump di rispondere alla richiesta dei suoi elettori, e dunque cambiare la rotta su cui il paese è avviato, ha corrotto ambienti intellettuali un tempo rispettabili.

Da parte loro, troppi studenti non sono interessati alla verità o alla resistenza. Adeguarsi al pensiero unico è più facile, come lo è adeguarsi all’ignoranza. Quando sono i professori a insegnare il falso, o i media a propagarlo, o il mondo dello spettacolo a metterlo in scena; quando coloro che si adeguano vengono premiati, perché resistere? Se i giovani provano a farlo, incontrano ostilità. In molti contesti sociali e in molti campus la libertà di espressione è divenuta un diritto a senso unico. Quando persino la Disney Company finanzia programmi televisivi (come The View, sulla rete ABC) che diffondono calunnie su Trump e i suoi familiari; quando Hollywood riscopre le liste di prescrizione sul modello anni 1950, ma questa volta verso i conservatori; quando Internet viene usato per le aggressioni condotte da gruppi come Media Matters e Color of Change, finanziati da George Soros, e per le minacce (in qualche caso il boicottaggio commerciale) verso le aziende che sponsorizzano i programmi televisivi di noti giornalisti conservatori; quando il dileggio e l’odio verso il presidente, i cui programmi e le cui azioni mettono a rischio la tirannia imperante del pensiero unico, non subiscono alcuna sanzione; quando tutto questo accade, allora l’intera società risente di una malattia, cioè lo squilibrio mentale anti-Trump (il Trump-Derangement), per la quale le cure disponibili sembrano assenti.

Nei college USA la sinistra americana è passata dall’essere il campione della libertà di espressione al soffocarla. Né gli studenti, né le direzioni locali sono in grado di opporsi, e spesso non ne hanno la volontà. In questo senso la sinistra, e i gruppi potenti che la sostengono, hanno vinto la battaglia dell’intimidazione. Il che è quanto accade in altri settori della società. Lo vediamo in questi giorni con la sconcertante irruzione di agenti dell’FBI, inviati dal procuratore speciale Mueller con la connivenza del viceministro della Giustizia Rosenstein, negli uffici dell’avvocato privato di Trump, con lo scopo (secondo le prime fughe di notizie, che sono in sé un reato) di documentare i pagamenti, forse non regolari nella forma, fatti a una porno-attrice e a una pin-up con le quali Trump avrebbe avuto relazioni molti anni prima di entrare in politica.

liberal si considerano campioni di tolleranza e di apertura mentale, ma di fatto la cultura di molte università progressiste è divenuta monolitica. La “diversità” è celebrata in tutto, tranne che nel pensiero. La libertà di opinione è soggetta a doppi standard: ciò che vale per il pensiero liberal e terzomondista, non vale per il pensiero conservatore e per la cultura WASP (cioè white, anglo-saxon, protestant). Idee e valori che hanno dato forma alla nazione, che hanno costruito l’America, sono divenuti quasi off-limits, proibiti. Come accade anche in Italia, per una corrente di opinione, o per un libro, la mancanza del cosiddetto due process (cioè di un giusto trattamento) è frequente. Il risultato dell’escludere gli studenti dalle alternative alla dottrina di sinistra è che da quelle università escono molti giovani poco consapevoli, o poco istruiti. Ciò è reso più grave e permanente da una cultura popolare e mediatica in prevalenza liberal, ossequiosa del politicamente corretto e discriminante nei confronti del pensiero conservatore. È anche entro questi confini che si colloca la reazione in corso al governo Trump.

La sinistra e chi la sostiene odiano Trump ma detestano anche l’America. Vogliono abbatterne le tradizioni e infiacchirne lo spirito. Le prove di viltà degli amministratori universitari sono l’evidenza che il progetto può avere successo. In America ci sono due paesi che si combattono. Nelle università, come nei media e nel mondo dello spettacolo, è diffusa la convinzione che l’America tradizionale sia obsoleta, che la Costituzione vada riscritta, che i confini vadano aperti a tutti, che il colore dominante della pelle debba cambiare. L’odio, le accuse, il vittimismo, le falsità mediatiche, insieme al’ossequio verso l’ortodossia liberal, crescono. Mani molto ferme devono cercare di riportare la situazione sotto controllo, altrimenti cose molto brutte accadranno.

 

taddeiClaudio Taddei

scrittore