I Giovani Imprenditori salveranno l’Italia (e l’Europa)? – D. Peirone

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startup1*Nota: Questo articolo amplia e approfondisce le tematiche affrontate nel mio intervento al Collegio Universitario Einaudi di Torino il 22 Marzo 2018.

Nelle scorse settimane sono accaduti a Torino due avvenimenti, all’apparenza non particolarmente rilevanti, ma che sono in realtà molto significativi e degni di nota.

Il primo riguarda una startup, Pharmercure, creata da studenti universitari non ancora laureati (un caso più unico che raro in Italia), che sta lanciando il suo servizio di consegna farmaci a domicilio. La notizia viene riportata da un articolo della cronaca locale de La Stampa, rilanciato poi online sui canali social del quotidiano. Se si guarda l’impatto delle notizie su questi canali, normalmente si tratta di qualche decina di likes e di condivisioni. Nel caso della notizia in questione, il post sulla pagina facebook del quotidiano registra più di 1300 likes e centinaia di condivisioni. Insomma, un interesse di gran lunga superiore a tutte le altre notizie.

L’altro avvenimento riguarda il corso, offerto dall’Università di Torino, di formazione all’imprenditorialità per studenti: una serie di lezioni introduttive da parte di vari docenti dell’ateneo, su tematiche che possono essere di interesse per chi vuol fare l’imprenditore. Il corso esiste da diverso tempo, ma viene sui giornali perché quest’anno la risposta è stata clamorosa: quasi 900 studenti si sono iscritti.

Le due notizie arrivano in un periodo in cui parlare di imprenditoria e startup non sembra molto popolare. Docenti, giornalisti, intellettuali e persino imprenditori si sono espressi con scetticismo (quando non con aperta ostilità) nei confronti della “retorica delle startup”, invitando i giovani a guardare altrove e accusando addirittura questa narrazione di essere tra le cause della sconfitta del PD alle recenti elezioni (http://www.lastampa.it/2018/03/11/italia/cronache/con-pap-alle-case-del-popolo-ma-lui-ora-ha-scelto-salvini-SFGL5BAg2yZZclY4J1yY2J/pagina.html).

All’ultima tavola rotonda che ha riunito, poco prima delle elezioni, molti dei soggetti di riferimento del mondo “startup innovative” in Italia (fondi di venture capital, incubatori, banche, acceleratori ecc.), le parole più usate sono state “fallimento” e “irrilevanza” (https://www.agi.it/economia/startup_day_proposte-3452362/news/2018-02-05/).

In effetti, i numeri dell’ecosistema italiano sono deludenti, davvero irrilevanti se paragonati agli altri paesi europei (European Innovation Scoreboard 2017). Eppure, tutto questo si scontra con altri dati.

Dalla ricerca italiana di University2Business del 2016, emerge che molti studenti vorrebbero avviare un’impresa: il 30% degli universitari ha frequentato un corso su come creare una nuova azienda (solo nel 18% dei casi all’università), mentre quasi il 40% degli studenti dichiara di aver avuto almeno un’idea di business. Le due notizie riportate all’inizio confermano la crescita di questo interesse.

Tuttavia, l’ecosistema italiano non funziona e scuola ed università non fanno ancora abbastanza per fornire agli studenti le competenze per affrontare il moderno mercato del lavoro. Lo Human Capital Index 2016 del World Economic Forum assegnava infatti all’Italia il 34esimo posto su 130 Paesi, in discesa al 35esimo nel rapporto del 2017. Le ragioni risiedono nell’assenza di strategia riguardo allo sviluppare e poi mettere in campo i talenti della popolazione, a cominciare da scuola e università. Da tutte le analisi emerge la scarsa dimestichezza degli studenti universitari del nostro paese con la trasformazione digitale in atto, insieme ad un approccio sostanzialmente passivo all’innovazione e con una scarsa conoscenza del mondo imprenditoriale.

Allo stesso tempo, la voglia di fare impresa cresce, ma deve andare a cercare le opportunità di formazione fuori dal percorso scolastico o universitario, con costi elevati e notevole incertezza sulla qualità dei programmi.

Il ruolo che le nuove imprese e le startup innovative svolgono nelle dinamiche economiche e nella creazione di posti di lavoro non è riconosciuto come dovrebbe essere. Dati e ricerche hanno mostrato come le startup siano i veri creatori di nuovi posti di lavoro e abbiano un ruolo cruciale nel processo di open innovation dell’intero sistema produttivo. Proprio dalle innovazioni sviluppate nelle startup attingono le PMI e le grandi imprese per introdurre nuova tecnologia nei loro sistemi produttivi (Lerner, 2012; McGowan e Andrews, 2015; Aghion, Dewatripont e al., 2010; Aghion et al., 2013; Kane, 2010).

L’Europa ha un problema di produttività, che si riflette sui tassi di crescita e di occupazione, entrambi inferiori a quelli statunitensi. Le istituzioni europee sembrano impotenti, continuando a confidare principalmente sulle politiche macroeconomiche (ho approfondito il tema in un precedente articolo di Logos https://goo.gl/tudph2). In realtà, proprio in questi momenti di "distruzione creativa" di stampo schumpeteriano, lo spirito imprenditoriale appare un fattore fondamentale. Purtroppo da tempo l’Europa non pone l’imprenditorialità al centro della sua politica.

Contrariamente a quanto si può pensare, la mentalità americana non è necessariamente più imprenditoriale di quella europea (Eurobarometer, 2017). Quindi non è tanto lo spirito imprenditoriale che manca in Europa, bensì la possibilità di applicarlo adeguatamente. A ciò si aggiunga che i giovani tra i 25 ed i 35 anni costituiscono in Europa la maggior parte degli imprenditori, seguiti dai 35-45enni (Global Entrepreneurship Monitor). Sono i giovani, infatti, ad avere l'energia e il coraggio necessari per immaginare e costruire il futuro.

Purtroppo, il sistema intorno a loro (scuola, università, credito, normativa fiscale) non è strutturato per agevolare questo percorso, specialmente nei settori a più alto tasso di innovazione.

Non è una questione di politica giovanile: c’è molto di più. Le nuove tecnologie migliorano la produttività e creano nuovi mercati. La letteratura economica (tra gli altri: Aghion et al, 2013 e 2015; Antonelli e Gehringer, 2017) dimostra che l’imprenditore ha un ruolo cruciale per migliorare l’introduzione delle innovazioni tecnologiche e che il tasso di cambiamento tecnologico incide fortemente, con i suoi effetti di distruzione creativa, sulla distribuzione della ricchezza e delle rendite, svolgendo un ruolo cruciale nel ridurre le diseguaglianze di reddito. Al contrario, l’assenza o il ritardo del cambiamento tecnologico (come nel caso italiano) contribuiscono a consolidare le barriere all'ingresso dei mercati e a limitare il funzionamento della concorrenza sui prezzi. Il trasferimento di maggiore efficienza al consumatore finale avviene in ritardo, consentendo il perdurare di rendite monopolistiche. Quando, invece, il tasso di cambiamento tecnologico è elevato, l’introduzione di innovazioni derivanti dalla competizione tra concorrenti nel mercato riduce le barriere all'ingresso e limita la durata delle rendite monopolistiche.

Stimolare l’imprenditorialità e l’utilizzo delle nuove tecnologie, accrescere la concorrenza e facilitare l’innovazione appare quindi fondamentale per la crescita economica del paese. La scuola e l’università, però, non forniscono un supporto in questo senso all’interno dei percorsi didattici. Si crea quindi un’offerta di percorsi esterni, dipendenti da mutevoli priorità politiche, di dubbia efficacia e spesso scollegati dalla realtà del mercato. La retorica delle startup diventa uno slogan che genera insofferenza, peggiorando il rapporto con l’opinione pubblica. Eppure, come dimostra il caso della startup segnalata all’inizio, quando il prodotto o servizio è collegato al mercato, ovvero migliora la vita dei consumatori, la risposta c’è, eccome. Capire il mercato, però, non è una cosa che si improvvisa. L’imprenditorialità vera, seria, competitiva a livello internazionale, ha bisogno di un processo di apprendimento, ed investire in giovani imprenditori è un'azione a lungo termine.

La Francia ha, da pochi anni, inserito un percorso apposito per “studenti-imprenditori” che durante il loro percorso universitario possono acquisire crediti attraverso specifiche attività formative, al posto di determinati esami teorici. Possono usufruire di spazi dedicati all’interno dell’università e del supporto nella fase di trasferimento tecnologico. Insomma, quando viene riconosciuto lo status di studente-imprenditore, si può continuare a studiare e allo stesso tempo portare avanti la propria idea d’impresa.

L'imprenditorialità è un modo per le giovani generazioni di crearsi un posto nella società e di introdurre nuovi stili di vita. Un basso tasso di imprenditorialità significa che il rinnovamento delle generazioni, con la sua "distruzione creativa", è più difficile da realizzare.

La Commissione europea ha fatto riferimento per la prima volta all'importanza dell'educazione all'imprenditorialità nel 2003, nel Libro verde europeo sull'imprenditoria in Europa. Nel 2006, la Commissione europea aveva identificato uno “spirito di iniziativa e imprenditorialità" come una delle otto competenze chiave necessarie per tutti i membri di una società basata sulla conoscenza.

Lo Small Business Act del 2008 per l'Europa, la comunicazione sul Ripensare l'istruzione del 2012, il Piano d'azione per l'imprenditoria per il 2020 e l'Agenda per le nuove competenze 2016 per l'Europa hanno mantenuto la necessità di promuovere l'educazione all'imprenditorialità.

Da questa rivista può partire un appello a scuola e università per cogliere questa occasione e lanciare nuovi programmi e percorsi formativi. Altrimenti, il rischio è che i soldi pubblici finiscano poi a finanziare programmi privati senza alcuna garanzia di efficacia, e che si produca nell’opinione pubblica un’ennesima delusione e l’aumento del “rigetto” nei confronti di parole come innovazione, startup, imprenditorialità.

La Fondazione Robert Schuman scriveva, già nel 2013: “Troppo spesso dimentichiamo che la spinta per l’economia non dipende solo dalle politiche economiche, ma soprattutto dagli stessi attori economici, in particolare da tutti coloro che scelgono di avviare un'impresa e innovare, come ha spiegato Joseph Schumpeter un secolo fa. Collocare gli imprenditori al centro della politica economica - questo è un riconoscimento del loro ruolo fondamentale per rilanciare la crescita”.

Una riforma dell’istruzione che ponga al centro le nuove competenze e il supporto alle capacità imprenditoriali è una sfida urgente e necessaria per il rilancio del nostro paese.

 

peironeDario Peirone

ricercatore di economia e gestione delle imprese

idoneo seconda fascia

Università degli Studi di Torino