Il Sessantotto e il Generale - R. Cristin

  • PDF

degaulle1La lezione di de Gaulle come chiave per capire, a cinquant’anni di distanza, l’essenza del sessantottismo, affrontarne le forme attuali e prevenirne ulteriori ritorni.

Parigi, 24 maggio 1968. Il Presidente de Gaulle tiene un discorso televisivo alla nazione, sconvolta da tre settimane di disordini provocati dal movimento studentesco e rafforzati da una raffica di scioperi sparsi in numerosi settori. Messo alle strette da una violenza crescente, il glorioso generale è disposto a ragionare sui problemi, ma non ad avallare le tesi né tanto meno i metodi dei contestatori. Insomma, dichiara de Gaulle, i problemi esistono, ma le posizioni dei manifestanti li acuiscono, non li risolvono. La sua celebre frase, risalente a qualche giorno prima: «la riforma, sì; la gazzarra, no», condensa e simbolizza questa posizione di intransigenza, dettata dalla consapevolezza che è necessario opporsi drasticamente fin dall’inizio, per ragioni politiche ed etiche, ai sovversivi e alle loro aspirazioni rivoluzionarie. Il discorso di de Gaulle, con le sue implicazioni pratiche (disponibilità verso i problemi e inflessibilità verso gli agitatori) fu sommerso dal clamore di quei giorni burrascosi, ma ebbe grande effetto sui francesi, al punto che un mese dopo il partito gollista ottiene la maggioranza assoluta alle elezioni politiche. Alla minoranza urlante si era contrapposta, con successo, quella che sarebbe poi stata definita la «maggioranza silenziosa».

Così, dopo meno di due mesi, l’insurrezione di maggio evapora, ma i suoi germi si erano sparpagliati i nel vento che stava iniziando a spirare sul continente. Nonostante il fallimento di quel violento tentativo di sovversione, il maggio francese aveva gettato radici, molte delle quali velenose e tutte robuste, nell’intera Europa. A distanza di cinquant’anni, dell’allocuzione del Generale resta un ricordo soltanto cronachistico, tutt’al più storiografico, mentre il movimento al quale essa si contrappose è diventato uno dei grandi miti del ventesimo secolo, e temo che potrà esserlo anche del ventunesimo, se la cultura di centrodestra non avrà la capacità di analizzarlo a fondo, confutandone le tesi e predisponendo una reazione politica adeguata al problema e all’altezza delle attuali aspettative storico-culturali dei popoli europei, i quali, nella loro generalità, come la maggioranza dei francesi del 1968, sono sideralmente distanti dai contenuti e dalle forme dell’ideologia sessantottesca e dei suoi epigoni.

Il Generale aveva capito che i rivoluzionari (o supposti tali) non vanno nemmeno vagamente assecondati, perché più gli si liscia il pelo e più essi si accaniranno nel loro intento. Detto ciò, egli aveva però la sincera preoccupazione, espressa in quel discorso, di capire il disagio che effettivamente circolava nella società francese e di agire per superarlo, eliminandone le cause. Così, guardando alla società nel suo complesso e non agli agitatori, egli prendeva sul serio quella manifestazione di insofferenza, trattando i contestatori da adulti e ponendoli perciò dinanzi alle loro responsabilità. Invece i governi europei dell’ultimo mezzo secolo li hanno sostanzialmente trattati da adolescenti, cercando, più o meno, di assecondarne i capricci, a partire da quella prima generazione sessantottina per arrivare fino ai loro pronipoti attuali, che però, come vedremo, non sono più confinati solo nelle fasce marginali di quelli che oggi si chiamano gli antagonisti, ma sono purtroppo penetrati, con tutta la protervia della loro perversa ideologia, in molti settori cruciali della nostra vita sociale e istituzionale.

De Gaulle sapeva, e sosteneva con perentorietà, che «il primo dovere dello Stato è di assicurare, nonostante tutto, la vita elementare del paese e l’ordine pubblico». Al primo posto viene dunque l’ordine, questo concetto oggi caduto in disuso, anzi: in disgrazia. Il principale segno che il movimento del ’68 ha vinto è rintracciabile proprio nella dissoluzione dell’ordine, non di ordini vetusti o ritenuti immutabili, ma di quel funzionamento della società che corrisponde ai principi fondanti, originari e derivati, su cui questa è sorta e si è sviluppata nella storia, un ordine paragonabile dunque a un respiro culturale, metafisico ma concreto, e non a un mero meccanismo tecnico e procedurale.

Cos’è andato storto dunque, nel corso storico delle società europee, tanto da permettere che un movimento non solo anti-sistema ma anche anti-identitario si sia così ampiamente diffuso e abbia ottenuto un così grande, sia pure non tanto appariscente, potere? I germi di quell’orientamento socio-culturale si annidano oggi nei media, anche in quelli tendenzialmente non di sinistra, perché per decenni l’egemonia culturale della sinistra, in tutta Europa ma in particolar modo in Italia, ha intimorito tutti coloro che avrebbero potuto ostacolarla o contrapporvisi, e poi quei germi si trovano nelle propaggini sociali delle istituzioni, nelle organizzazioni non governative, nello spazio pubblico in cui si formano le opinioni e, con i maggiori successi, nell’ambito della scuola e dell’Università, totalmente asservite a finalità ideologiche e para-ideologiche che hanno svuotato di senso il lavoro didattico nelle sue più diverse articolazioni.

Ma resta da spiegare perché l’agglomerato di rivendicazioni sessantottesco, che secondo la logica delle scienze sociali e anche secondo la coerenza dell’azione politica dovrebbe essere confinato negli spazi movimentistici e limitato alle fasi contestatarie delle dinamiche politiche, si sia potuto consolidare anche come modello di comportamento culturale, al punto da essere diventato un perno del sistema socioculturale stesso. A questo risultato hanno concorso le strategie di dissimulazione sociale e di camuffamento politico che i molti rivoli ideologici sorti dal marxismo, interni ed esterni al sessantottismo, sono riusciti a sviluppare. Ma ad esso ha contribuito soprattutto un fatto affermatosi in epoca relativamente recente, e cioè la saldatura del movimentismo di antica tendenza sovversiva con il burocratismo delle istituzioni (soprattutto quelle eurocomunitarie; ma anche quelle nazionali ne sono colpite).

Qui si sono unite, pur mantenendosi distinte, due figure tradizionalmente opposte: il rivoluzionario e il burocrate. Il primo si è burocratizzato, il secondo si è “rivoluzionarizzato”. Hanno ritenuto di potersi spalleggiare l’uno con l’altro e, con pragmatico opportunismo, si sono alleati e hanno imposto le nuove regole del gioco, concedendo qualcosa l’uno all’altro, in un cinico compromesso di cui gli europei stanno iniziando a pagare le conseguenze sulla loro pelle. Il burocrate ha accettato di fare spazio alle istanze sovversive cercando di assorbirle e imbozzolarle nelle fitte trame procedurali, gestionali e amministrative; il rivoluzionario, nihilista e totalitarista, ha smorzato la propria pulsione alla rivolta permanente, per entrare nelle stanze del governo. Come ho scritto altrove, «nella figura del rivoluzionario sessantottesco si concentra il padrone del pensiero; in quella del burocrate il padrone della macchina. Ed entrambi, spalleggiati dai politici d’oggi, sono i padroni dell’Europa».

Nel contesto di questo sotterraneo e in parte inconfessabile accordo è maturata l’acquiescenza, la condiscendenza e l’arrendevolezza delle istituzioni e della gran parte dei partiti che le gestiscono, nei confronti delle proteste e delle pretese che da quel maggio infausto i movimenti della sinistra più o meno radicale hanno inscenato in tutte le piazze d’Europa. Trattati con comportamenti e atti diametralmente opposti a ciò che aveva sostenuto de Gaulle, i contestatori sono stati tollerati, accettati e poi addirittura coccolati, potendo così rafforzarsi e, cambiando d’abito, diffondersi nella società e nelle istituzioni. Il Sessantotto si è così insinuato, sia pure per vie traverse e in misura limitata, nella cabina del potere, impossessandosi indebitamente di alcune sue leve, perché ha contribuito alla formazione di quel potere invisibile ma solidissimo rappresentato dal politicamente corretto. Il rivoluzionarismo sessantottesco, una volta conquistate le piazzeforti del nemico, cioè del sistema liberal-borghese e delle sue strutture, ha potuto paradossalmente convertirsi in un paradigma per così dire di governo, di orientamento cioè della società, dell’opinione pubblica e dei modi della sua formazione.

Cercare le presenze del sessantottismo nella società europea attuale non è perciò un compito storiografico o filologico, ma una necessità teorica e politica della massima importanza e attualità, affinché la lezione dimenticata, quella del generale de Gaulle, possa essere recuperata, studiata e riproposta, pur con il necessario adattamento alle nuove circostanze.


cristinRenato Cristin

professore di ermeneutica filosofica

Università di Trieste